Il segreto della felicità nascosto nei gesti quotidiani - Nuova Edizione
Morelli propone in queste pagine un suo nuovo fondamentale insegnamento, perfettamente incastonato nella filosofia spirituale gentilmente controcorrente con cui l'autore ha conquistato migliaia di lettori. Un approccio all'esistenza a tutto tondo capace, nella sua elementare radicalità, di dare una vera svolta positiva alla nostra vita.
C'è una piccola rivoluzione copernicana in questo libro, un ribaltamento di punto di vista che ci insegna a dare importanza a ciò che di solito consideriamo banale. E ci fa trovare la felicità dove non avremmo mai pensato neppure di cercarla.
La formula segreta del benessere infatti sta nei piccoli gesti quotidiani che compiamo senza dar loro alcuna importanza, ma che possiedono una forza segreta in grado di regalarci una gioia infinita.
Raffaele Morelli è medico, psichiatra e psicoterapeuta. Dirige da molti anni la rivista Riza Psicosomatica e i suoi studi e il suo lavoro psicoterapeutico si sono orientati nel campo delle malattie psicosomatiche. La sua ricerca è rivolta agli aspetti simbolici del corpo umano e della malattia. Raffaele Morelli è il presidente dell’Istituto Riza (da cui nasce la Scuola di Formazione in Psicoterapia ad indirizzo psicosomatico, riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica il 24/10/94) e vice-presidente della SIMP (Società Italiana di Medicina Psicosomatica), si dedica alla formazione psicoterapeutica di medici e psicologi.
Scritto da: Alfonso Spagnuolo (Castellaneta (TA))
Quale aggettivo potrei usare per definire compiutamente questa ulteriore produzione letteraria del Dr. Morelli? In prima battuta, mi vengono in mente gli aggettivi 'rilassante e distensivo', la capacità di creare dentro di me una dimensione di saggezza riflessiva che non avevo mai sospettato di avere. Voglio dire che, dopo qualche ora di piacevole impegno e concentrazione, ho provato un'intensa sensazione di benessere e appagamento, soddisfatto di aver appreso che anche i più piccoli gesti quotidiani, quelli senza importanza che compiamo quasi automaticamente, hanno un loro intrinseco valore, una specifica dignità, un significato chiaro ed evidente laddove si presti un minimo di attenzione e consapevolezza a quanto si sta facendo o pensando nel preciso istante in cui si sviluppa la nostra esistenza. Ed è questa la chiave di volta, questo immergersi completamente e senza indugi nella nostra vita, a partire proprio da ciò che ci sembra insignificante e superfluo, perché lo reputiamo scontato e non immediatamente percepibile come un nostro obiettivo, lo scopo della nostra giornata.
Eppure è proprio questa 'gestualità minima', quest'attività così trascurabile che ci consente di realizzare progetti di più ampio respiro: basta soffermarsi sul fatto che, in assenza di simili azioni e movimenti, la nostra vita sarebbe un caos, una successione continua di disordine e confusione che ci impedirebbe di agire e pensare. Focalizzarsi sull'attimo, sull'istante che passa e che non ritorna più, pienamente concentrati su quanto si sta facendo e pensando, convinti che ogni gesto compiuto ha una sua ragione d'essere ed una sua collocazione, solo così si acquisisce quella serenità interiore che ci calma e ci accontenta. E allora immagino di essere 'un eroe quotidiano', il protagonista assoluto di ogni manifestazione della mia personalità, interiore ed esteriore. E cosa impedisce il perdurare di questo stato di estasi, di incanto ed esaltazione? I nostri pensieri, i giudizi, i ragionamenti, la nostra razionalità sempre in agguato che ci induce a ricercare sempre cause ed effetti di ogni azione e comportamento, che ci porta a fare confronti e valutazioni con esperienze passate ed il perbenismo imperante.
Tutto ciò finisce per condizionare e limitare fortemente la spontaneità e l'immediatezza della nostra condotta, conformandoci di conseguenza in ruoli e modi di pensare che non ci appartengono veramente, ma che facciamo nostri per quieto vivere. Se si è consapevoli di questo contrasto, di questa lotta interiore, si finisce per avere una possibilità in più, l'opportunità di scegliere se adeguarsi e uniformarsi ad una realtà esterna, che ci pervade e ci penetra, opponendosi e resistendo verso ogni circostanza o evento che ci provoca dolore, in una spirale senza fine di azioni e reazioni; oppure possiamo accogliere e accettare il nostro mondo così com'è, senza tentare di spiegarlo e interpretarlo, ma semplicemente vivendolo, totalmente compenetrati in desideri, aspirazioni, sentimenti che vanno ricevuti senza pregiudizi e preclusioni.
Non c'è dubbio che si tratta di una prospettiva affascinante, anti-conformista e coraggiosa, ma quanto è praticabile? Accettare acriticamente ogni stato d'animo che mi si presenta, accoglierlo nella mia vita come un compagno di viaggio, può condurmi ad apprezzare nuove energie e insospettati confini della mia umanità. Condivido questo punto di vista, che implica anche un certo coraggio, quella forza di mettersi in gioco per capire fino a che punto si è disposti a rischiare per conoscere le nostre reazioni, la risposta interiore di fronte agli eventi della vita, ad esempio i sentimenti che ci coinvolgono con le persone che amiamo e che poi, magari, detestiamo o annulliamo in nome di una sopravvenuta indifferenza. Mi chiedo però quale sia il limite ultimo di fronte al quale fermarsi e reagire.
L'Autore sembra ammettere qualsiasi tipo di passione, ci dice che solo vivendo fino in fondo ogni attimo potremo acquisire quella coscienza piena del momento, quella cognizione di causa dell'evento, tanto che ogni dubbio, ogni incertezza troverà spontaneamente una sua soluzione. A me sembra invece che, così facendo, tutto diventa giustificabile - anche il tradimento - in nome di una presunta esigenza di appagamento e realizzazione interiore, che ci spinge a soddisfare qualsiasi impulso ci colga, disinteressandoci del tutto di eventuali responsabilità e impegni che si hanno verso gli altri. E questo ci porta alla totale anarchia sentimentale, un'assoluta libertà di gesti e comportamenti che io non posso accettare, nemmeno se questa rinuncia significa vivere nella 'normalità' o 'banalità', come dice l'Autore.
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