L'Amour Fou - L'Amore Folle - Rosella Latella - Estratto
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L'Amour Fou - L'Amore Folle - Anteprima del libro di Rosella Latella

Il nido - 1994, Genova

Freddo bagnato. Simone, prima di addormentarsi, aveva pregato il suo Angelo Custode. 

«Per favore, svegliami tu.» 

Ma forse gli Angeli, anche i più splendenti, di notte dormono con l’aureola sotto al cuscino. Non possono svegliare nessuno. E la pipì gli è uscita dal cosino, lunga lunga.

Si alza dal letto, con gli occhi sbiaditi dal sonno.

«Mamma!»

Vocina tremula. Il pigiama, incollato a se stesso, è pesante. Pende. E lui avanza col passo da astronauta. Di sicuro, la mamma dirà “non va bene, ormai sei grande”. A tre anni, quando si bagna il letto si è grandi e quando si vorrebbe andare in cortile a giocare con le biglie, si è piccoli. È la mamma che decide quando si è grandi e quando si è piccoli.

«Mamma!»

La mamma sa tutto. La sua si chiama Gabriella e quando, per gioco, Simone dice e ridice il suo nome, la lingua gli trotta in bocca. Ma ora non risponde. Forse dorme, come gli Angeli.

«Cosa c’è?»

«Il letto si è bagnato…»

«Ancora?»

La mamma ha acceso l’abat-jour. I suoi piedi trovano le pantofole e si trascinano sul pavimento. Si sentono i passi, sonnacchiosi come uno sbadiglio.

«Come devo fare con te?»

Ecco la mano, tiepido lago di pace. Prende la manina di Simone e la contiene tutta. E prende anche la sua anima penitente e piena di brividi.

Gli sfila i pantaloni del pigiama e lui sente il suo fiato caldo sui capelli. Lo porta al bagno e c’è la luna, oltre la finestra. Così bella che sembra dipinta.

«Cosa è successo? Hai fatto un brutto sogno?»

«Sì. Ho sognato un serpente nero che mi ha dato un morso sul collo. E poi è rimasto appeso lì. Io ti chiamavo, ma tu non venivi.»

La mamma sciacqua il cosino e, in un batter d’occhio, vede tutto ciò che è necessario.

«Povero serpente… chissà come c’è rimasto male, quando si è accorto che il tuo collo incolla! Magari anche lui avrà provato a chiamare la sua mamma. Ma come poteva riuscirci, con la bocca incollata?»

«Ma lui era grande…»

«Anche i grandi hanno la mamma, e qualche volta la chiamano.»

Tira un po’ il cosino con dita delicate, lo scrolla e lo stringe in mano, come fosse un pulcino implume. Per asciugarlo bene. Simone sente una scossa, che gli balena dentro e lo fa tremare. Abbraccia la sua mamma, che sa fare le magie. Che è la più bella del mondo.

«Gli ho fatto paura al serpente?»

Lei lo prende in braccio e lo stringe.

«Certo! Ora non ci pensa nemmeno a ritornare!»

Con passi che frusciano, raggiunge il lettone, dove si sente il respiro di papà. Zufola, come una moka quando è pronto il caffè.

«Mi racconti una storia?»

È la tana, dove si riconoscono gli odori.

«Sì, ma sarà breve.»

Allora, c’era una volta. Gabriella racconta e Simone è lì, dove il tempo è chissà dove, con i pirati, le sirene e il principe che cerca il suo amore al di là del mare. Il cuore si accuccia, in mezzo ai seni di mamma.

L’errore - Parigi

L’autunno sbiadisce il cielo, fa pallido il sole e spruzza freddo dappertutto. Le foglie, rattrappite, cadono e marciscono.

Valérie è vestita senza colori e gira per casa con l’insonnia negli occhi. Da quando si è trasferita a Parigi ha dovuto abituarsi a una casa troppo piccola, destinata alle cose essenziali.

Sul pavimento, la biancheria del marito: calzini, mutande e canottiera. In un attimo sparisce tutto nella cesta. Rimane il fastidio.

C’è qualcosa nella biancheria di lui che la disturba. Sporca o pulita non fa differenza, è comunque indecente. Perché è sua. Sua di lui. Di un estraneo che non c’è mai ma occupa un sacco di spazio.

Ha conosciuto il marito a sedici anni: Angel, il ragazzo più desiderato del liceo. Bello con tre “B”, diceva qualcuna. E lei, a una festa, se lo era trovato davanti: pelle bruna, denti splendenti e riccioli neri, da poeta. Era rimasta immobile a guardarlo. Solo il bacino, a un certo punto, aveva cominciato a dondolare avanti e indietro.

Perché il corpo sa bene cosa vuole e in qualche modo lo dice sempre. Era diventata la sua ragazza e tutte la invidiavano. Solo che dopo un anno era incinta. Un errore che non aveva voluto correggere.

Al momento del matrimonio, celebrato con rito civile, lui era silenzioso e davanti al fotografo sorrideva di traverso, con la faccia povera. E lei, di colpo, si era sentita vergine. Una vergine terrorizzata.

Mamma a diciotto anni appena compiuti, papà a venti. Una creatura di nome Julie si era affacciata alla luce, mezza strozzata da due giri di cordone ombelicale attorno al collo.

Valérie aveva il suo diploma di maturità e avrebbe voluto metterlo a frutto. Una volta si era presentata a un colloquio di lavoro con Julie che dormiva nel passeggino: «È sabato, la babysitter non c’è. Lei è mia figlia. Però potrebbe essere anche la vostra, quella di cui si occupano le vostre mogli.»

Le avevano sorriso tutti, ma non era stata scelta. Aveva salutato ed era tornata a casa, con una sensazione granulosa di emergenza e di solitudine. Quella sensazione non l’aveva più abbandonata.

Ora Julie è alla scuola materna e Valérie entra nella sua cameretta: un quadrato perfetto di due e ottanta per due e ottanta. Cassetti spalancati e giochi sparsi sul pavimento. Non vuole calpestarli, ma sarebbe meglio che non ci fossero. Che non avessero nessuna ragione di esistere dentro casa sua.

Chiude forte le palpebre, per fermare il pianto. Ma un singhiozzo esce fuori, improvviso come un colpo di tosse. Rabbioso perché troppo trattenuto. E singhiozzi più piccoli le riempiono il petto, cercando uno sbocco che non c’è. Allora salgono dal petto al cervello, che li supervisiona e alla fine concede loro uno spazio. Al buio, assieme alla vergogna. Il pianto è ancora dentro di lei, ma è come fosse esterno. Estraneo.

Valérie si morde le dita. Apre il piccolo balcone che si affaccia su Place de Aligre e respira l’aria che le manca, mentre la Tour Eiffel la guarda dritto negli occhi.

Nella piazza c’è il mercato che canta e una fisarmonica che lo accompagna. E tra le case, il cielo. In tono con i muri e con le strade, come un colore mimetico.

Termina i lavori domestici, si siede e guarda l’orologio color verde alga attaccato alla parete: sono le dieci e cinque. Dieci e cinque quindici, cinque e uno sei. Le piace sentire la qualità del tempo, e lo fa con i numeri. Sei è bellezza. L’acqua calda scorre nella vasca da bagno e lei, con tutto il suo freddo, si avvicina. Si spoglia, bella e liscia. Si immerge, si allunga in quel calore.

L’acqua è dove eravamo prima di nascere, toglie la sete e le colpe. Il corpo sorride. Carne, ossa e sangue sorridono. Perché sei è un momento pari e viene a galla, in mezzo alla schiuma che sa di fragola.

Questo testo è estratto dal libro "L'Amour Fou - L'Amore Folle".

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