Anteprima del libro "Dieci Obiezioni ai Comandamenti" di Igor Sibaldi
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Anteprima del libro "Dieci Obiezioni ai Comandamenti" di Igor Sibaldi

Breve storia della letteratura russa attraverso i suoi paradossi

Dieci Comandamenti, Dieci Forme di Obiezione

"Questa breve e frammentaria storia radiale della letteratura russa parla principalmente dei dieci comandamenti. E dieci forme di obiezione ai dieci comandamenti sono adoperate qui come chiavi di lettura di alcune problematiche fondamentali della cultura russa dell'Otto e Novecento; e queste problematiche sono adoperate qui come chiave di lettura dei dieci comandamenti. Secondo me è un buon metodo. La letteratura, la critica letteraria e la teologia hanno sempre argomenti in comune; hanno talmente tanti argomenti in comune che, a considerarle obiettivamente, risulta in realtà molto difficile tracciare tra esse una demarcazione.

La nostra teologia infatti (la nostra teologia propriamente detta) parla sempre e soltanto di opere letterarie, di narrazioni: la Bibbia, il Vangelo. Proprio come la critica letteraria. E le narrazioni di cui tratta la nostra teologia parlano delle stesse cose di cui parlano i romanzi: il rapporto dell’uomo con il mondo, con Dio, con se stesso, con la vita e la morte, con la Storia, eccetera. E ne parlano nello stesso modo in cui ne parlano i romanzi.

Precisamente nello stesso modo

Di solito non ci si bada, poiché si ritiene che le narrazioni di cui parla la teologia abbiano un intento normativo che la letteratura non ha. Ma non è vero. È vero soltanto là dove la teologia viene utilizzata come strumento di una qualche religione; le religioni, come dice la parola stessa, sono appunto quegli apparati che trasformano in norme determinati brani delle narrazioni di cui parla la teologia. Ma attualmente nessuno obbliga a utilizzare la teologia come strumento di una qualche religione, e nessuno punisce più chi fa teologia senza riconoscersi in nessuna religione istituzionale.

E la differenza tra coloro che utilizzano la teologia come strumento di una qualche religione e coloro che fanno teologia e basta, è che i primi hanno appunto come scopo la dimostrazione della necessità di quelle norme religiose - che la loro religione trae da quelle narrazioni - mentre gli altri parlano per lo più del contrario, cioè della necessità di superare quelle norme. E questa stessa necessità riempie sia i romanzi, sia le narrazioni di cui parla la teologia: così infatti la Bibbia è tutta quanta colma della inesauribile necessità di superare i dieci comandamenti, la stragrande maggioranza delle storie della Bibbia sono storie di disobbedienza ai comandamenti; e i Vangeli espongono addirittura il metodo (a partire dal Discorso della Montagna), il metodo per superare i comandamenti biblici, cioè di disobbedire a essi, nonché il metodo per superare ciascun comandamento di Gesù che non sia di per sé un infinito autosuperamento.

Questa stessa necessità di superare i comandamenti si ritrova, molto evidente, nelle opere di cui parlo qui, e nelle quali e per le quali il confine tra letteratura e discorso teologico diviene dunque indefinibile, e inutile. E ciò, indipendentemente dalla religiosità dei loro autori.

La questione del superamento dei comandamenti è molto interessante, e molto semplice e molto complessa al contempo; in gran parte si spiega da sé, richiede solo un paio di precisazioni preliminari, riguardo a ciò che in essa può apparire inconsueto ai più.

I dieci comandamenti li conoscete:

Non avrai altri dèi di fronte a me. Non pronunciare invano il nome del Signore tuo Dio. Osserva il giorno di sabato, per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio. Onora tuo padre e tua madre. Non uccidere.

Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunciare falsa testimonianza. Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo.

Sono i tabù della nostra religiosità

Sono i tabù della coscienza: nella prassi è uso comune disobbedire a essi, ma nella coscienza si sa che sono importanti, giusti e veri; è questo il modo in cui la nostra religiosità intende i suoi tabù.

E un tabù esiste appunto perché lo si superi

È un confine posto all’individuo (alla coscienza dell’individuo, secondo la nostra religiosità) al solo scopo di dare un orientamento alla sua crescita interiore. Come a dire: fin qui, fino a questo tuo confine tu sei cresciuto finora, e questo è il tuo confine, ora. Così che se crescerai, saprai di essere cresciuto soltanto se questo tuo confine non sarà più un confine per te (per la tua coscienza, secondo la nostra religiosità).

I più, si sa, sono abituati a ritenere che non sia affatto così, e che questi comandamenti siano dati perché sono e devono essere soltanto comandamenti. Ma i più sono soltanto i più, e anche per loro è soltanto una questione di crescita. Crescite simili richiedono secoli, millenni: perché la coscienza si accorga di essere giunta più in là dei confini dei propri comandamenti. Più in là, non più indietro.

E quanto più profonda è la religiosità di una cultura, di un individuo, di una classe sociale, o di un popolo, tanto più netta è la percezione del disagio che è dato da quei confini dei suoi tabù, dei suoi comandamenti. E tanto più netto è, nella coscienza, lo sforzo di capire e dire quel disagio.

Così è sempre. Succede sempre così

Così, non è che non siano o non vogliano essere cristiani gli autori di cui si parla in questo libro. Tutt'altro. Il disobbedire della coscienza ai dieci comandamenti, il premere della coscienza sui loro confini è la forza di crescita dell'anima cristiana. Alla teologia consueta, strumentale, questo non interessa. Alla letteratura sì.

E da qui partiamo, in questo libro."

Igor Sibaldi

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