Il Potere del Pensiero Femminile - Speciale Giovannini
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Il Potere del Pensiero Femminile - Anteprima del libro di Lucia Giovannini

Intuito, libertà, autostima: ritrova te stessa e vivi la vita che desideri

«Non dobbiamo combattere l’ingiustizia, ma renderla visibile.»
Mahatma Gandhi

C’è ancora molto da fare.

Il comandante

«Non capisco perché vuoi scrivere ancora di problematiche di donne.» Shona mi osserva, mentre dal finestrino del Boeing di Jetstar Asia, che ci porterà dalla Thailandia a Singapore, posso scorgere le luci di Phuket. «Le differenze di genere ormai sono superate. Non ci sono più disuguaglianze personali o sociali tra uomini e donne. Ormai siamo libere, possiamo fare ciò che vogliamo esattamente come gli uomini», continua gesticolando per sottolineare la sua tesi.

Non mi spiego perché i bellissimi disegni di henné siano ancora freschi sulle mani di Shona, e invece sulle mie sia rimasta soltanto una poltiglia rossastra informe. Eppure abbiamo partecipato alla stessa cerimonia. Sarà forse per via delle sue origini indiane?

«Quando mia madre era piccola», racconta Shona, «al suo villaggio una bambina di nove anni è stata data in sposa a un signore anziano, che dopo due anni è morto di infarto. Siccome la bambina era rimasta vedova, è stata bruciata nella pira del marito come voleva l’usanza, nonostante la pratica del Sati fosse stata messa fuori legge già da parecchio tempo. Guarda che passi abbiamo fatto in settant’anni», aggiunge Shona. «Ora persino nel mio Paese le donne possono lavorare, studiare all’università, viaggiare.»

Anche se comprendo il suo punto di vista, io fatico a essere così ottimista. Sicuramente è stato fatto tanto, ma la strada è ancora lunga. Nell’ultimo secolo le porte della gabbia che intrappolava il femminile sono state aperte, però ho la netta sensazione che non sia facile uscirne.

Adesso i condizionamenti sono più sottili, e quindi invisibili.

Infatti non riguardano solo il nostro ruolo nel mondo del lavoro, ma come siamo e soprattutto come stiamo in quanto donne, come ci relazioniamo con gli uomini, tra di noi, come parliamo, ci muoviamo, come usiamo il nostro tempo e la nostra energia. Tuttavia mi rendo conto che tentare di convincere la mia amica non serve. Le mie parole cadono nel vuoto.

Shona non smette di scuotere la testa e i suoi lunghi capelli neri ondeggiano nello stretto spazio della poltrona dell’aereo. «Non capisco proprio che cosa sarebbero questi condizionamenti. Per me è una faccenda passata», dice con tono sempre più infastidito, mentre il pesante mezzo inizia goffamente a raggiungere la sua postazione per il decollo.

Buongiorno e benvenuti a bordo.

«Buongiorno e benvenuti a bordo. Sono il comandante tal dei tali…» Il solito annuncio a cui nessuno presta attenzione. Normalmente tutti continuano a leggere, dormire, chiacchierare. Ma oggi c’è qualcosa di diverso. D’istinto io e Shona interrompiamo la conversazione e ci mettiamo ad ascoltare. Il comandante ha una voce di donna. Il comandante è una donna! Lancio un’occhiata intorno a me e all’improvviso nessuno sta più leggendo, dormendo, chiacchierando. Qualcuno sta commentando, qualcuno sta sorridendo, qualcuno un po’ in ansia allunga il collo per sbirciare lungo il corridoio.

Mi giro verso Shona. Per lo stupore ha spalancato la bocca. «Ho preso centinaia di aerei in vita mia», sussurra dopo qualche attimo di silenzio, «e il comandante era sempre un uomo. Razionalmente so che non c’è niente di strano che una donna faccia questo lavoro, eppure tuttora non ci siamo abituati. Magari possiamo aspettarci che sia una strumentista, un secondo pilota, ma addirittura un comandante? Questi sono i condizionamenti inconsci di cui parlavi, vero? Immagino che siano gli stessi che mi fanno sentire in colpa ogni volta che lavoro il weekend o trascorro alcuni giorni fuori e so che ho lasciato i miei figli e mio marito a casa da soli.»

Ho ringraziato questa donna comandante che con il suo esempio ha fatto ciò che io con le mie parole non ero stata in grado di fare. Sì, di questi temi si è già discusso tanto. Ma non è ancora il momento di cambiare argomento. C’è ancora tanto da fare.

A che punto siamo.

La condizione femminile, negli ultimi anni, è di gran lunga migliorata. Rispetto alla generazione che ci ha precedute, come donne oggi abbiamo accesso con maggior facilità agli studi universitari, migliori opportunità di lavoro, e finalmente il potere di decidere della nostra vita. Però quanto ci sentiamo davvero libere di essere noi stesse, di fare scelte che esprimano appieno la nostra volontà, di assecondare i nostri desideri e non ciò che gli altri si aspettano da noi, di essere economicamente indipendenti? Quanto ci sentiamo al sicuro quando camminiamo da sole la notte per strada? Quanto siamo a nostro agio nel sostenere la un’opinione anche se contrasta con quella della maggioranza dei nostri colleghi, del nostro partner o della nostra famiglia? O se significa togliere del tempo ai nostri figli? Quanto ci sentiamo libere di seguire la voce della nostra anima?

Immaginate di essere una donna pakistana. Contro il parere della famiglia avete sposato l’uomo di cui siete innamoratissime. Siete incinte e siete felici. Di colpo irrompono in casa degli uomini che uccidono vostro marito, vi picchiano a sangue e vi trascinano via. Sapete che la vita del bambino che avete in grembo è in pericolo, tuttavia non potete reagire. Non potete difendervi. Nessuno viene ad aiutarvi. Guardate negli occhi gli assalitori. Sono vostro padre e i vostri fratelli.

E adesso siete una studentessa di fisioterapia in India con una promettente carriera davanti a voi. È un caldo dicembre e state tornando a casa da scuola su un autobus privato. State osservando la periferia di Nuova Delhi che scorre fuori dal finestrino. Improvvisamente sentite un colpo forte sulla testa. Cadete a terra e un gruppo di uomini è sopra di voi. Vi violentano ripetutamente, persino con una sbarra di metallo, finché tutto ciò che percepite è sangue e dolore. Pregate di morire presto. Morirete, ma non subito. Prima sarete torturata per ore.

Adesso invece siete una giovane di tredici anni nel Nord della Nigeria. Il vostro sogno è diventare un medico e guarire tante persone. Per questo amate andare a scuola e dedicate allo studio più tempo possibile. Un giorno, mentre siete in classe, entrano dei militari. Uccidono la vostra maestra. A furia di botte e minacce vi caricano su un camion, dove starete sotto il sole cocente, senza bere né mangiare, per tre giorni. Alla fine vi scaricano in una fetida fabbrica abbandonata. Quella è la vostra nuova casa.

Ogni giorno qualche soldato passa a violentare voi o le vostre compagne. Ma non potete farci niente. Se tentate di protestare o di opporvi sarete pestate a morte. Dopo quattro mesi, siete ancora in queste condizioni, ma vi accorgete di essere incinta. Non sapete se sopravvivrete al parto. Una parte di voi spera di no. Purtroppo questi eventi sono realmente accaduti.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) stima che tra i cento e i centoquaranta milioni di donne nel mondo abbiano subìto l’infibulazione e che, ogni anno nella sola Africa, altri tre milioni di bambine siano vittime di questa pratica, che peraltro avviene tuttora, di nascosto, anche in numerose altre nazioni.

Sulla Terra ogni minuto una donna muore di parto.

In Stati come la Cina e l’India, quando l’ecografia rivela che il feto è femmina spesso si ricorre all’aborto. Crescere una bambina è costoso e ci sono poche possibilità che possa portare soldi in famiglia. Nonostante questa pratica sia illegale dal 1994, ogni anno soltanto in India vengono abortiti più di un milione di feti femmine. Ciò ha causato un’inquietante disparità numerica tra i due sessi. La violenza contro le donne esiste persino nella nostra società: una ricerca statunitense rivela che il 60 per cento delle donne è stato vittima di qualche tipo di abuso, fisico o psicologico.

Sempre secondo l’OMS almeno il 70 per cento delle donne assassinate sono uccise dal partner. I dati indicano che la violenza domestica è la principale causa di morte e invalidità per le donne tra i sedici e i quarantaquattro anni, molto più del cancro e degli incidenti automobilistici.

Il collo di bottiglia.

Il Social Watch, una rete non governativa creata nel 1995 che oggi conta membri in più di sessanta Paesi, ha messo a punto un indice sulla parità di genere che consente di classificare le nazioni in base a una serie di indicatori che coprono tre aree: l’istruzione, la partecipazione all’attività economica e l’empowerment, ossia la concessione di pieni poteri alle donne.

Dallo studio è emerso che l’Italia non brilla come esempio nella parità tra i sessi. In una classifica di centosettantadue Paesi, siamo al 72° posto, dietro a Thailandia, Uganda e Ruanda! Peraltro, tale indice dimostra che nella maggior parte degli Stati il divario tra i generi non si sta riducendo, anzi. Quasi ovunque la disoccupazione femminile è più alta di quella maschile e il lavoro delle donne è meno retribuito rispetto a quello dei colleghi uomini. Nel 2010 in Italia il tasso di occupazione femminile era pari al 46,1 per cento (cioè lavorava meno della metà delle donne). Questo dato, secondo l’Istat, ci colloca in coda alla relativa classifica europea, davanti alla sola Malta.

Con l’arrivo del primo figlio, la situazione peggiora: il 40,8 per cento delle madri smette di lavorare (non sorprende viste le poche strutture che supportano le mamme), contro il 3 per cento dei padri. Con la nascita del terzo, la percentuale di donne che lascia il proprio impiego sale al 76 per cento. E non credo che la situazione sia migliorata in questi ultimi anni. La mia non è una battaglia affinché le donne lavorino per forza. Non tutte vogliono lavorare. Non tutte vogliono figli. E non tutte vogliono entrambi.

Una scelta da onorare e rispettare. Ma deve essere una scelta.

Se una donna è felice di dedicarsi a tempo pieno alla famiglia va benissimo. È una scelta da onorare e rispettare. Ma deve essere una scelta. Non un cammino quasi obbligato. O velatamente, ma fermamente, consigliato. Mi piacerebbe vedere una società in cui le donne che desiderano dedicarsi alla propria professione e hanno tre, quattro o cinque figli, siano aiutate a farlo. Vorrei anche vedere una retribuzione paritaria. Infatti in generale la retribuzione femminile è al momento inferiore di oltre cento euro mensili a quella maschile: 892 euro di media per le giovani donne, contro i 1056 delle buste paga dei giovani uomini.

E ciò avviene nonostante le donne abbiano in media un grado di istruzione più alto degli uomini e superiore rispetto agli incarichi che ricoprono (i dati Eurostat sugli italiani tra i trenta e i trentaquattro anni rivelano che nel 2014 le donne laureate erano il 27,2 per cento, contro il 17,7 degli uomini). E queste stime non riguardano soltanto l’Italia. Se consideriamo la politica internazionale, quante donne sono alla guida di una nazione? Pochissime, eppure almeno il 50 per cento della popolazione è donna. Perché a governare sono principalmente gli uomini?

La situazione non è rosea nemmeno ai vertici del mondo aziendale.

Un considerevole numero di donne è presente fino a un determinato livello, ma quante ne troviamo nei ruoli decisionali? Quante per esempio siedono nei consigli di amministrazione? Ma il potere delle donne esiste. Solo, forse, siamo proprio noi stesse che dobbiamo ancora abituarci. Sembra che a un certo punto ci sia un collo di bottiglia che si restringe, un setaccio dove l’energia femminile resta impigliata. Esiste un netto divario tra il nostro potenziale e la nostra capacità di sfruttarlo.

E questo collo di bottiglia non si verifica soltanto nel lavoro, ma anche nella quotidianità, nelle relazioni, in famiglia, indipendentemente dalla provenienza geografica e dal reddito, e persino per chi ha accumulato molte conoscenze psicologiche e spirituali. Perché un conto è conoscere questi meccanismi, un altro è esserne consapevoli nella vita di tutti i giorni. Di recente ho cercato, in un dizionario dei sinonimi e contrari su Internet, la parola «donna». Il terzo sinonimo proposto è sesso debole. Il contrario? Uomo: sesso forte!

Onorare e valorizzare le rispettive differenze.

Non si tratta di equiparare le donne agli uomini, ma piuttosto di onorare e valorizzare le rispettive differenze. Se pensiamo all’umanità come a un unico corpo è come se ne utilizzassimo solo la metà, come se camminassimo soltanto con una gamba mentre l’altra, per paura, per abitudine o per condizionamenti, rimane nascosta.

Come scrive Sheryl Sandberg, Chief Financial Officer di Facebook, nel suo libro dedicato al pubblico femminile intitolato Facciamoci avanti, un mondo davvero equo vedrebbe un 50 per cento di donne e uomini governare le aziende e la società, e l’altro 50 governare la casa.

Questo testo è estratto dal libro di "Il Potere del Pensiero Femminile".

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Lucia Giovannini

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