Anteprima del libro "Love Camilla" di Michela Zampiccoli
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Anteprima del libro "Love Camilla" di Michela Zampiccoli

L'Amore è per tutti, anche per te!

Da vittima a vincitrice

Tutto ebbe inizio la calda notte del mio trentaduesimo compleanno. Erano le due di notte quando mi svegliai in affanno e in preda a una particolare trepidazione.

Carlo dormiva vicino a me. Quella sera eravamo usciti a cena. Io, lui e qualche amico. Era stata una sarata piacevole, inutile, come tante altre. Non che io fossi particolarmente in vena, non lo ero mai alla vigilia del mio compleanno. Anzi, come di consuetudine mi facevo avvolgere da un’intensa malinconia, da un senso di profonda, seppur velata, tristezza, da una fitta sensazione di frustrazione o forse lacerazione.

Mi accomodai il cuscino dietro la schiena e mi tirai un po’ su con le spalle. Restai per un attimo a fissare il buio della stanza. La luce della luna filtrava attraverso le fessure degli scuri semiaperti e regalava qualche bagliore qua e là nel vuoto.

Avevo il fiato corto, il respiro affannoso. Il cuore batteva rapidamente e avevo mal di testa. Mi sembrava di avere qualcosa in gola che mi impediva di inghiottire in modo normale.

Mi sforzai di respirare profondamente e trattenni per un attimo il respiro nella pancia e nei polmoni per poi lasciarlo andare tutto d’un fiato. Avevo letto da qualche parte che era il modo migliore di respirare, di rilassare il diaframma e il ventre.

Ma invece di aiutarmi mi faceva stare peggio, quell’affanno aumentava anziché diminuire. Iniziai a sentire anche uno strano tremore sotto pelle. Prima nei piedi e poi nelle mani, poi nello stomaco e poi nella testa. Era come una sorta di vibrazione, di movimento oscillatorio. Mi muovevo stando ferma. Tutti i miei organi ballavano e si agitavano all’interno.

Sentii scendere una goccia di sudore dalla mia fronte. Me l’asciugai con la mano e, sfiorandomi il viso, ne avvertii il calore. Mi spaventai e di getto mi misi entrambe le mani sul ventre.

Ero calda, a dir poco bollente. Avrei potuto cuocere a puntino una bistecca sulla mia pancia. Mi toccai il seno, il collo e poi le gambe. Ero sorprendentemente accaldata.

Decisi di alzarmi, facendo meno rumore che potevo. Non volevo svegliare Carlo. Lui aveva il sonno leggero e riusciva a riposare poco, a differenza mia che dormivo profondamente e che amavo farlo. C’era chi diceva che era una perdita di tempo, uno spreco, considerata la brevità della nostra vita. Ma io ero invece convinta fosse essenza della vita stessa, mezzo di rinnovamento quotidiano e di collegamento con una fonte di energia illimitata e di pace. Era come farsi avvolgere da un panno umido e caldo starsene per ore in quella condizione di sospensione e di pienezza, di osservazione e distacco.

In punta di piedi raggiunsi il bagno e al buio aprii il cassetto dove tenevo il termometro. Vi rovistai finché non riuscii a trovarlo. Lo sfilai dal suo contenitore e me lo infilai in bocca, sedendomi sul water. Non che fosse un luogo particolarmente romantico o confortevole, ma era l’unico punto d’appoggio che avevo a disposizione.

Dovevo per forza avere la febbre, non c’era altra spiegazione a tutte quelle sensazioni spiacevoli che avevo addosso. Per un attimo pensai a Virginia, a proposito di sensazioni sgradevoli. Non la sopportavo e il pensiero di doverla difendere a spada tratta m’irritava profondamente. Eppure non avevo scelta. Dall’esito di quel procedimento dipendeva il favore o lo sfavore di suo padre e, di conseguenza, il buon nome del nostro studio. Carlo non faceva che ricordarmelo.

«Devi vincere a tutti i costi Camilla» mi ripeteva ogni giorno «L’Onorevole mi ha fatto capire più volte che sarà molto generoso con noi qualora vincessimo questa causa.»

E a me veniva da vomitare ogni volta che me lo ricordava. Sua figlia non mi piaceva, ma proprio per niente. E non le credevo. Non l’avevo detto a nessuno e mi guardavo molto bene dal farlo, ma io, nel profondo, non le credevo. Secondo me mentiva. E mentire su una cosa del genere era a dir poco riprovevole.

Il termometro emise un bip, suono che mi distrasse dai pensieri in cui mi stavo addentrando. Me lo tolsi dalla bocca e gettai gli occhi sul display: trentasei e cinque. Niente febbre.

Mi toccai di nuovo le gambe, la fronte e poi la pancia. Ero davvero troppo calda. Avrei dovuto rinfrescarmi, ma avrei svegliato Carlo con il rumore dell’acqua della doccia. Povero, era così stanco che non mi andava di rovinargli il sonno.

Rimasi per un attimo seduta. Giulietta mi raggiunse e si strofinò sui miei piedi.

«Ciao tesoro mio» le dissi sottovoce.

La presi in braccio e l’abbracciai per un attimo.

«Dovè il tuo fidanzato?» le chiesi.

Probabilmente era rimasto al piano di sotto, comodo a dormire sul loro divano. Da qualche mese ospitavo il gatto di una mia amica che si era trasferita per un periodo all’estero. Si chiamava Freud, e lui e Giulietta si erano innamorati sin dal primo momento che si erano guardati negli occhi. Non facevano che cinguettare tutto il giorno, leccarsi e strofinarsi. Era una meraviglia vederli insieme, una fusione di tenerezza e di amore sublime. Non potevo nemmeno pensare a come avrebbe reagito Giulietta il giorno in cui avrei dovuto restimire Freud alla mia amica. Preferivo non pensarci perché altrimenti mi saliva l’ansia. Odiavo vederla soffrire.

La baciai sul muso e la riappoggiai per terra. Lei si mise seduta e rimase a guardarmi, pareva preoccupata. La sua sensibilità a volte mi stupiva. Lei mi ascoltava, mi sentiva, mi amava.

Michela Zampiccoli

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