Autobiografia di uno Yogi - Yogananda - Estratto
Giorni 00
Ore 10
Min. 09
Sec. 08

Autobiografia di uno Yogi - Anteprima del libro di Paramhansa Yogananda

I miei genitori e la mia prima infanzia

I miei genitori e la mia prima infanzia

I segni distintivi della cultura indiana sono stati fin dai tempi più remoti la ricerca delle verità supreme e il rapporto fra guru e discepolo, che a queste verità è strettamente connesso.

Il mio sentiero mi condusse alla presenza di un saggio simile al Cristo, la cui vita meravigliosa era destinata a lasciare un’impronta nel tempo. Egli fu uno dei grandi maestri ai quali l’India deve la sua ricchezza imperitura. Manifestandosi nel corso di ogni generazione, essi hanno protetto il loro Paese dal destino subito dalle antiche civiltà dell’Egitto e di Babilonia.

Tra i miei primi ricordi affiorano immagini di un’incarnazione precedente, chiare reminiscenze di una vita lontana, in cui ero uno yogi e vivevo fra le nevi dell’Himalaya. Per qualche inafferrabile legame, questi barlumi del passato mi hanno permesso di scorgere il futuro.

Ricordo ancora il senso di impotenza per le umiliazioni patite nella prima infanzia. Ero consapevole, con mio grande disappunto, di non riuscire a camminare e a esprimermi liberamente. Quando mi rendevo conto di queste limitazioni fisiche, dal profondo del mio cuore si levavano prorompenti preghiere. La mia intensa vita emotiva si esprimeva silenziosamente dentro di me con le parole di molte lingue diverse. In questa ‘torre di Babele’ interiore, mi abituai gradualmente alla lingua bengali dei miei familiari. Oh, l’affascinante universo della mente di un bambino, che gli adulti credono interessato solo ai giocattoli e alle dita dei propri piedini!

Il fermento psicologico e l’incapacità del corpo di rispondere ai miei comandi mi provocavano frequenti e ostinate crisi di pianto. Ricordo lo sgomento di tutta la famiglia di fronte alla mia disperazione. Ma nella mia mente si affollano anche ricordi più felici: le carezze di mia madre, i miei tentativi di balbettare le prime frasi e di muovere i primi, incerti passi. Questi trionfi iniziali, di solito presto dimenticati, sono tuttavia la base naturale della fiducia in se stessi.

Avere lontanissimi ricordi non è una mia esclusiva prerogativa. Si conoscono molti yogi che hanno mantenuto ininterrotta la coscienza di sé nonostante il drammatico passaggio dalla ‘vita’ alla ‘morte’ e viceversa. Se l’uomo fosse soltanto una forma fisica, la perdita del corpo metterebbe davvero fine alla sua identità; ma, se per millenni i profeti hanno detto il vero, l’uomo è essenzialmente l’anima incorporea e onnipresente.

Per quanto insolito, non è rarissimo avere chiare reminiscenze della prima infanzia. Nel corso dei viaggi che ho compiuto in numerosi Paesi ho incontrato alcune persone, assolutamente attendibili, che mi hanno parlato dei loro primissimi ricordi.

Sono nato il 5 gennaio del 1893 a Gorakhpur, nell’India nord-orientale, vicino alla catena dell’Himalaya, e vi ho trascorso i primi otto anni della mia vita. Eravamo otto figli, quattro maschi e quattro femmine. Io, Mukunda Lai Ghosh, ero il secondo maschio e il quarto figlio.

I miei genitori erano bengalesi e appartenevano alla casta kshatriya, Entrambi erano stati dotati di una natura profondamente spirituale, e il loro amore reciproco, dignitoso e tranquillo, non si esprimeva mai futilmente. La perfetta armonia che regnava tra loro era il fulcro attorno al quale turbinava l’esuberanza di otto giovani vite.

Mio padre, Bhagabati Charan Ghosh, era mite, grave, a volte severo. Pur amandolo molto, noi bambini ci tenevamo a rispettosa distanza. Matematico e logico di notevole statura, era guidato principalmente dall’intelletto. Mia madre, invece, era una vera regina di cuori e ci educava solo con l’amore. Dopo la sua morte, mio padre manifestò maggiormente la sua tenerezza nascosta. Mi accorgevo allora che il suo sguardo sembrava spesso trasformarsi in quello di mia madre.

Sotto la guida materna noi bambini facemmo i primi approcci dolceamari con le sacre scritture. Per mantenere la disciplina, ella faceva ingegnosamente ricorso ad appropriati racconti tratti dal Mahabharata e dal Ramayana; in quelle occasioni castigo e insegnamento andavano di pari passo.

In segno di rispetto verso nostro padre, ogni pomeriggio nostra madre ci vestiva con cura per accoglierlo quando tornava dall’ufficio. Le sue mansioni erano pari a quelle di un vicepresidente in una delle più grandi società indiane: la compagnia ferroviaria Bengal-Nagpur Railway. Poiché il lavoro lo costringeva a viaggiare, da bambino ho abitato con la mia famiglia in diverse città.

Mia madre era sempre generosa con i poveri. Anche mio padre era di animo buono, ma estendeva al bilancio familiare il suo rispetto per la legge e per l’ordine. Una volta, per nutrire i poveri, mia madre spese in due settimane più di quanto mio padre guadagnasse in un mese.

“Per favore, non ti chiedo altro che di mantenere la tua carità entro un limite ragionevole”, le disse mio padre. Ma anche il più lieve rimprovero da parte del marito era penoso per lei. Senza far minimamente cenno a noi figli del loro dissapore, ordinò una carrozza. “Addio, torno da mia madre”. Antico ultimatum!

Noi, sconcertati, scoppiammo in lacrime. In quel momento arrivò, giusto in tempo, lo zio materno, che bisbigliò a mio padre alcuni saggi consigli, frutto senza dubbio di una saggezza secolare. E dopo qualche parola conciliante da parte di mio padre, mia madre, tutta felice, mandò via la carrozza. Così scomparve l’unica nube che io abbia mai notato fra i miei genitori. Ma ricordo una loro emblematica discussione.

“Per favore, dammi dieci rupie per una povera donna che ha chiesto proprio ora il mio aiuto”. Il sorriso di mia madre aveva un certo potere persuasivo.

“Perché dieci rupie? Una è sufficiente”. E per giustificarsi mio padre aggiunse: “Quando mio padre e i nonni morirono improvvisamente, conobbi per la prima volta la povertà. A colazione, prima di andare a scuola, che distava parecchie miglia, mangiavo solo una piccola banana. Più tardi, all’università, ero tanto povero che chiesi a un ricco giudice il sussidio di una rupia al mese, ma lui me la negò, osservando che anche una sola rupia aveva la sua importanza”.

“Con quanta amarezza rammenti il rifiuto di quella rupia!”. Il cuore di mia madre fu ispirato da una logica immediata: “Vuoi che anche questa donna ricordi con dolore il tuo rifiuto delle dieci rupie di cui ha urgente bisogno?”.

“Hai vinto!” Con l’eterno gesto di ogni marito sconfitto, aprì il portafoglio: “Eccoti dieci rupie; gliele offro di tutto cuore”.

Mio padre aveva la tendenza a reagire con un ‘no’ a qualsiasi nuova proposta. Il suo atteggiamento verso la sconosciuta che aveva così prontamente suscitato la compassione di mia madre era un esempio della sua abituale prudenza. Questa riluttanza ad accettare immediatamente qualsiasi cosa onorava in realtà il principio di accordare la ‘debita riflessione’ a ogni iniziativa. Ho sempre considerato mio padre ragionevole ed equilibrato nei suoi giudizi. Se ero in grado di sostenere le mie numerose richieste con un buon argomento o due, invariabilmente mi concedeva ciò che desideravo, si trattasse di un viaggio o di una motocicletta nuova.

Egli impose ai figli una severa disciplina sin dall’infanzia, e verso se stesso aveva un atteggiamento veramente spartano. Non andava mai a teatro, per esempio, ma cercava il suo svago nelle pratiche spirituali e nella lettura della Bhagavad Gita. Rifuggendo da ogni tipo di lusso, portava sempre le stesse vecchie scarpe finché non diventavano inservibili. I figli comperarono l’automobile, quando divenne d’uso comune, ma mio padre si accontentò sempre del tram per recarsi ogni giorno in ufficio.

Accumulare denaro per amore del potere era contrario alla sua natura. Quando organizzò la Calcutta Urban Bank, rinunciò al beneficio di tenere delle azioni per sé. Era stato mosso soltanto dal desiderio di compiere un dovere civico nel tempo libero a sua disposizione.

Mio padre era andato in pensione già da diversi anni quando giunse dall’Inghilterra un ispettore con l’incarico di esaminare i libri contabili della compagnia ferroviaria Bengal-Nagpur Railway. Questo ispettore scoprì con sua grande sorpresa che mio padre non aveva mai reclamato le gratifiche arretrate.

“Ha svolto il lavoro di tre impiegati”, dichiarò ai responsabili della Compagnia, “e ha un credito di 125.000 rupie (pari a 41.250 dollari), per i compensi arretrati”. L’amministrazione inviò a mio padre un assegno di quella cifra. Egli se ne curò così poco che dimenticò di parlarne in famiglia. Molto tempo dopo, Bishnu, il più giovane dei miei fratelli, notò il grosso deposito leggendo un resoconto bancario e lo interrogò in merito.

“Perché gioire dei vantaggi materiali?”, rispose mio padre. “Colui che persegue la mèta della serenità d’animo non si rallegra per un guadagno né si addolora per una perdita. Sa che giunge povero su questa terra e ne riparte senza una sola rupia”.

Nei primi tempi del loro matrimonio i miei genitori divennero discepoli di un grande maestro: Lahiri Mahasaya di Benares. Questo legame rafforzò la naturale indole ascetica di mio padre. Una volta mia madre fece alla mia sorella maggiore, Roma, una straordinaria rivelazione: “Tuo padre e io dormiamo insieme come marito e moglie solo una volta all’anno, allo scopo di avere dei figli”.

Mio padre incontrò Lahiri Mahasaya grazie ad Abinash Babu, un impiegato dell’ufficio di Gorakhpur della compagnia ferroviaria Bengal-Nagpur Railway. Le mie giovani orecchie udirono da lui storie appassionanti sulla vita di molti santi indiani, che terminavano invariabilmente con un tributo alla somma grandezza del suo guru.

“Hai mai conosciuto le circostanze straordinarie che indussero tuo padre a diventare discepolo di Lahiri Mahasaya?”. Era un pigro pomeriggio estivo, e mi trovavo seduto insieme ad Abinash nel cortile di casa mia, quando egli mi fece questa interessante domanda. Scossi il capo sorridendo, in attesa.

“Molti anni fa, prima che tu nascessi, chiesi a tuo padre, che era il mio superiore, di concedermi una settimana di permesso per recarmi a visitare il mio guru a Benares. Tuo padre si burlò di me:

‘“Volete diventare un fanatico religioso?’, mi domandò. ‘Concentratevi sul lavoro d’ufficio, se volete fare carriera’.

“Quel giorno, mentre tornavo tristemente a casa lungo un sentiero fra i boschi, incontrai tuo padre in portantina. Egli congedò portatori e portantina e si incamminò al mio fianco. Per consolarmi, enumerò tutti i vantaggi che si potevano ottenere lavorando per raggiungere il successo nel mondo. Ma io lo ascoltavo distrattamente; il mio cuore ripeteva: ‘Lahiri Mahasaya! Non posso vivere senza vedervi!’.

“Il sentiero che stavamo percorrendo ci condusse sul ciglio di un campo tranquillo, dove gli ultimi raggi del sole indoravano le cime ondeggianti dell’erba incolta. Ci arrestammo ammirati. E all’improvviso, nel campo, a pochi passi da noi, apparve la figura del mio grande guru!

“‘Bhagabati, sei troppo severo con il tuo dipendente!’. Le sue parole risuonarono nei nostri orecchi attoniti, poi scomparve, così misteriosamente com’era venuto. Mi inginocchiai, invocando: ‘Lahiri Mahasaya! Lahiri Mahasaya!’. Tuo padre rimase qualche istante immobile per lo stupore.

“Poi disse: ‘Abinash, non solo concedo a voi il permesso, ma lo concedo anche a me stesso, e domani partiremo per Benares. Devo conoscere questo grande Lahiri Mahasaya, che ha il potere di materializzarsi quando vuole per intercedere in vostro favore. Condurrò anche mia moglie e chiederò al maestro di accoglierci sul suo sentiero spirituale. Volete accompagnarci da lui?’.

“‘Certamente!’. Provai una gioia immensa per la miracolosa risposta che aveva ricevuto la mia preghiera e per il rapido e favorevole svolgersi degli eventi.

“La sera seguente i tuoi genitori e io partimmo per Benares. Vi arrivammo il giorno dopo; prendemmo una carrozza per un tratto di strada e poi ci inoltrammo a piedi lungo gli stretti viottoli che conducevano alla casa solitaria del mio guru. Entrando nel suo salottino c’inchinammo dinanzi al maestro, che sedeva raccolto nella sua abituale posizione del loto. Egli socchiuse i suoi occhi penetranti e li fissò su tuo padre. ‘Bhagabati, sei troppo severo con il tuo dipendente!’. Erano le stesse parole che aveva pronunciato due giorni prima nel campo incolto. E aggiunse: ‘Sono lieto che tu abbia permesso ad Abinash di venirmi a trovare, e che tu e tua moglie lo abbiate accompagnato’.

Questo testo è estratto dal libro "Autobiografia di uno Yogi".

Ti è piaciuto questo articolo? Rimani in contatto con noi!

 

Gli articoli più letti
Gli ultimi articoli pubblicati
IN QUESTA SEZIONE:
Articolo consigliato:

Autobiografia di uno Yogi

L'unica edizione definitiva

-15%
Autobiografia di uno Yogi Paramahansa Yogananda

Paramhansa Yogananda

Il racconto della vita straordinaria di Paramahansa Yogananda ci guida in un viaggio indimenticabile all'interno del mondo dei santi e degli yogi,... continua