L'Ha Fatto... Il Mio Gatto!? - Hansen e Quasha - Estratto
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Brodo Caldo per l'Anima. L'Ha Fatto... Il Mio Gatto!? - Anteprima del libro di Jack Canfield, Mark Victor Hansen e Jennifer Quasha

Bandito rapisce un gattino e Il critico miagoloso

Bandito rapisce un gattino

"Un gatto porta semplicemente ad un altro."
Ernest Hemingway

Con qualche scatolone di cartone, timori e dubbi vari, e un gatto di nome Bandito, traslocai nella vecchia casa dei nonni per iniziare una nuova vita dai connotati incerti. Dopo una lunga e dolorosa rottura con quello che era stato il mio compagno per quattro anni, ero fuggita dalla città per trovare conforto nella casetta in cui, durante il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza, avevo sempre ricevuto amore. Anche se i miei nonni ormai non c’erano più, la casa conservava ancora il calore e le tracce del loro profumo.

Mentre toglievo gli abiti dagli scatoloni e li riponevo nell’armadio, Bandito se ne andava in giro da una stanza all’altra miagolando con aria mesta. Era chiaro che preferiva l’appartamento spazioso che avevamo appena lasciato. A un certo punto, si appoggiò contro le mie gambe e alzò lo sguardo verso di me, quasi a volermi implorare di spiegargli per quale motivo la sua vita fosse stata improvvisamente sconvolta. Mi chinai e lo grattai dietro le orecchie. «Andrà tutto bene, Bandito. Questa casa è sempre stata piena d’amore. Saremo felici qui, vedrai».

Un bussare improvviso alla porta fece sobbalzare entrambi. Aprii e mi trovai davanti una giovane donna dalle guance coperte di lentiggini e dai capelli più rossi che avessi mai visto. Il suo volto era illuminato da un sorriso e i suoi occhi scintillavano come se irradiassero gioia pura.

Mi porse un vassoio di biscotti al cioccolato e disse: «Buongiorno, sono Brandi e abito qui accanto». Il meraviglioso aroma del cioccolato mi fece capire quanto fossi affamata. Desiderosa di farmi la prima amica, afferrai il vassoio e spalancai la porta.

«Ho bisogno di una pausa, e questi sono perfetti», cinguettai. «Venga dentro che preparo del caffè, così possiamo conoscerci meglio».

La giovane donna esitò un secondo prima di entrare e il suo sorriso si fece ancora più ampio. «Non posso trattenermi molto», disse, chinandosi per dare una grattatina sotto il mento a Bandito.

«Anch’io ho un gatto, una femmina», aggiunse, seguendomi in cucina. «Ha avuto i piccoli quattro settimane fa. Deve venire a vederli, sono così teneri! Presto dovrò trovare loro una casa».

Scossi il capo. «A me basta Bandito».

Brandi sorrise, guardando l’ombreggiatura nera che contornava gli occhi di Bandito e che formava un contrasto stupefacente con il resto della pelliccia di un bianco immacolato. «Nome davvero perfetto».

Un paio di giorni più tardi, mentre stavo osservando una delle aiuole della nonna e valutando il da farsi, Brandi uscì di casa e mi chiamò. «Venga a vedere i gattini. Le prometto che non cercherò di persuaderla a prenderne uno. Tra l’altro, non sono ancora svezzati».

Mi condusse verso il portico sul retro. «Qui Pepe ha avuto i suoi piccoli ed è qui che dà l’impressione di voler rimanere», disse. Guardai il morbido cuscino che Brandi aveva preparato per la gatta e i suoi gattini. Due avevano il mantello completamente nero come la madre, uno l’aveva a strisce bianche e grigie e l’altro pezzato. Sollevai quest’ultimo per mostrarlo a Bandito. «Guarda questo piccolino», canticchiai. «Non è dolcissimo?».

Bandito lo fissò per un attimo, poi si fece avanti timidamente e gli diede un colpetto delicato col naso. Il gattino emise un tenue miagolio e Bandito si affrettò ad arretrare, senza però smettere di fissarlo mentre lo rimettevo sul cuscino accanto alla mamma.

L’amore per i gatti mi era stato trasmesso dalla nonna, che aveva fatto installare una gattaiola in cucina molti anni prima. A Bandito erano bastati solo pochi giorni per scoprire l’inaspettata libertà che quel varco gli consentiva. Una volta resosi conto di non dover attendere che io gli aprissi la porta per uscire, si era messo a correre a tutta velocità verso la gattaiola, passandoci attraverso come un razzo.

Un pomeriggio, mentre stavo facendo il bucato, udii Bandito che miagolava sommessamente come se stesse piangendo. Chiedendomi cosa lo stesse angosciando, posai la biancheria e mi precipitai verso la cucina.

«Bandito!» dissi seccamente. «Cos’hai combinato?». Lui alzò verso di me uno sguardo colpevole. Era steso a terra insieme al gattino dal mantello pezzato, che gli tastava invano la pancia nel tentativo di trovare un capezzolo da cui poppare.

Quando sollevai da terra il gattino, Bandito emise un miagolio angosciato. «Deve tornare dalla sua mamma», dissi, mettendomi a ridere. «Tu non hai quello di cui lui ha bisogno».

Stringendo il gattino al petto, bussai alla porta di Brandi. Nel vedermi con la bestiolina in braccio, lei sorrise. «Ha cambiato idea? In ogni caso, non potrà lasciare la sua mamma per un’altra settimana almeno».

Scoppiai a ridere. «Bandito se l’è portato in cucina attraverso la gattaiola. Immagino che voglia qualcuno da coccolare».

Brandi mi prese il gattino dalle braccia. «Be’, gli dica che, se torna la prossima settimana, io glielo darò».

«Bandito non ha bisogno di un gattino», replicai. «E nemmeno io».

Alcuni giorni più tardi, mentre stavo preparando un’insalata per cena, alzai gli occhi giusto in tempo per vedere Bandito intrufolarsi furtivo attraverso la gattaiola con in bocca il gattino pezzato. Mi guardò imbarazzato e lo depositò dolcemente sul pavimento. Sospirai. «Non puoi rapirlo», lo sgridai. «Tra l’altro, non sai di essere un maschio? I maschi non hanno i piccoli».

Lui si limitò a fissare affascinato la minuscola bestiola, leccandogli il musino con la lingua rugosa. Con un altro sospiro, sollevai il gattino da terra mentre Bandito mi guardava con un’espressione ansiosa. «Deve tornare a casa sua», dichiarai in tono severo. «Non abbiamo bisogno di un gattino».

Il sabato successivo, nel vedere che Bandito non era ancora tornato a casa dopo la sua uscita mattutina, cominciai a preoccuparmi. Non restava mai fuori a lungo, e ormai erano le dieci passate. Uscii e lo chiamai, ma nessun gatto bianco dalla mascherina nera corse verso di me.

Brandi si affacciò sull’uscio e mi fece segno con la mano. «Sta cercando Bandito?». Sorrise. «Venga con me».

Perplessa, la seguii verso il portico sul retro. «Non è dolcissimo?» disse, indicando Bandito.

Il mio gatto era seduto accanto al cuscino dove Pepe si stava pazientemente prendendo cura dei suoi piccoli. Quando mi vide, potrei giurare che serrasse gli occhi con aria di sfida, quasi a volermi dire che, se io non lo lasciavo portare a casa il gattino, lui sarebbe rimasto là con lui. Scrollai il capo, incredula.

«Continuerà a rapire il gattino finché non gli troverò una casa», disse Brandi. «E sarà molto triste quando se ne sarà andato. Mi posò dolcemente la mano sul braccio. «Credo che Bandito si senta solo. Lei non si è mai sentita sola?».

Nel ripensare alle lunghe notti solitarie passate nel vecchio letto a baldacchino della nonna, tentai di ricacciare il nodo che mi era salito in gola. «Allora... quando possiamo portare via il gattino?».

Brandi lo sollevò e me lo porse. «Questo mi sembra proprio il momento giusto».

Mentre mi trotterellava accanto sulla strada di ritorno verso casa, Bandito continuò ad agitare la coda avanti e indietro per la gioia. «Questa volta l’hai avuta vinta», gli dissi. «Ma non azzardarti mai più a rapire un altro animale... capito?».

- Elizabeth Atwater

Il critico miagoloso

"Il gatto possiede una totale sincerità emotiva: gli esseri umani, per una ragione o per l’altra, possono nascondere i propri sentimenti, ma il gatto non lo fa."
Ernest Hemingway

Squittina, la mia gatta bianca e nera, mi accolse come al solito miagolando e danzando felice intorno alla ciotola della pappa, quando una sera tornai a casa dalle prove del coro. E io, come al solito, riservai a quella coccolona una ventina di minuti di attenzione totale, giocando ad acchiapparello con il suo topo preferito finché non si stancò e non si raggomitolò in una soffice palla bianca e nera sul divano.

«Bene», dissi a me stessa. «Adesso posso esercitarmi indisturbata».

La mia voce di cantante non era purtroppo all’altezza della Juilliard School, ma dopo aver frequentato un corso biennale per cantanti lirici presso una scuola del posto, avevo acquisito abbastanza fiducia per entrare a far parte del coro della nostra Chiesa.

«Gli unici momenti in cui non ti dovrai esercitare», era solita dirmi la mia insegnante di canto, «sono quelli in cui non respiri». E io, in base ai suoi parametri, non dovevo aver respirato per niente in quegli ultimi anni.

«Non sono ancora pronta per il Metropolitan, vero?» avevo detto a Brian, il direttore del coro, durante la mia prima prova.

«Andrà tutto bene», aveva risposto lui, abbozzando un mezzo sorriso e collocandomi nel gruppo delle voci soprano, vicino ai contralto. Forse il mio timbro di voce oscillava tra le due ottave.

Sei settimane prima di Natale, Brian ci aveva distribuito gli spartiti del brano di John Rutter che aveva scelto per la nostra cantata. Con l’approssimarsi delle vacanze, poi, ci aveva dato dei cd sui quali era registrata la base orchestrale affinché ci esercitassimo da soli.

Adesso Squittina sonnecchiava tranquilla sul divano accanto a me. Inserii il cd nel lettore e mi misi a sedere a gambe incrociate sul pavimento al centro del soggiorno, contravvenendo a un’altra regola della mia insegnante di canto. Con lo spartito davanti a me, seguii la melodia con il dito indice. Quando giunse la parte riservata alla voce del soprano, inspirai a fondo e tesi il torace verso l’alto, ricordando almeno una delle regole apprese dalla mia insegnante di canto: salire di tono e scendere sulla nota.

Cantai le parole latine nella mia migliore voce di soprano: «Gloria in excelsis, Deo».

La mia gatta si destò bruscamente e corse miagolando verso di me.

«Non ora, Squittina. Devo esercitarmi». La accarezzai e continuai a cantare.

Lei mi saltò in grembo e mi premette una delle zampine anteriori sul petto, coprendomi la bocca con l’altra. Le sue orecchie si appiattirono e i suoi occhi si ridussero a due fessure ambrate. Poi, il suo musetto simile a una maschera di Arlecchino si contrasse in un’espressione accigliata. Non sapevo che i gatti potessero esprimere disapprovazione.

«Stai cercando di dirmi qualcosa, Squittina?».

Riselezionai il cd. Questa volta, quando tentai di raggiungere la nota alta, la mia gatta mi addentò il gomito. Non un morso che mi lacerò la pelle, ma più un segnale di avvertimento. Poi si alzò sulle zampe posteriori e mi posò entrambe quelle anteriori sulla bocca.

Fermai il cd e battei una mano sul pavimento accanto a me. Lei mi si accoccolò tra le braccia per poi posarmi la testa sulla spalla.

Un titolo di giornale mi balenò nella mente: «Carriera di cantante d’opera rovinata dalle zampe di un gatto». A quel pensiero mi venne da ridere. Mentre le accarezzavo il nero mantello setoso, dissi: «Devo dire a Brian che non riesco a esercitarmi a casa perché la mia gatta mi morsica quando canto?».

Se i gatti potessero parlare, Squittina avrebbe risposto: «Non arrenderti, mammina». Invece lei, con gli occhi che le brillavano, si mise a fare le fusa e mi infilò la testa sotto il braccio come se stesse ridendo.

Tutti possiedono uno spirito critico, ma nessuno è sincero come la mia Squittina.
- Janet Ramsdell Rockey

Questo testo è estratto dal libro "Brodo Caldo per l'Anima. L'Ha Fatto... Il Mio Gatto!?".

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