Chiroterapia - Come funziona e cosa cura
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Chiroterapia - Come funziona e cosa cura

Prevenire e curare le malattie di origine vertebrale

La Chiropratica è una terapia che mira al riassestamento delle ossa della colonna vertebrale e del bacino tramite una manipolazione energetica.

Si basa sul principio che i gangli del midollo spinale, se stimolati, possono raggiungere gli organi di tutto il corpo tramite il cervello, da cui ricevono informazioni attraverso il sistema nervoso.

La storia della Chiroterapia

L'inizio della storia delle manipolazioni vertebrali si perde nella notte dei tempi. L'uomo ha da sempre sofferto di mal di schiena, soprattutto quando ha smesso di essere un semplice cacciatore e ha iniziato a lavorare piegato sulla schiena nei campi agricoli e, contemporaneamente, la lunghezza della vita ha cominciato progressivamente ad allungarsi. Le prime testimonianze archeologiche risalgono all'antico Egitto, all'India, alla Cina, alla Babilonia, dove s'iniziarono a eseguire i primi trattamenti manipolativi della colonna vertebrale secondo un archetipo di scienza medica.

I primi dati storici certi risalgono a circa 2500 anni fa e si devono a Ippocrate (circa 460-377 a.C.), considerato il padre della medicina. Tra le terapie tramandate vi sono appunto anche dei cenni alle manipolazioni vertebrali. Più o meno della stessa epoca sono le prime descrizioni anche nella medicina cinese di cui resta ancora traccia nel Tuina. E così anche nelle epoche successive, da Galeno passando attraverso il Seicento in Inghilterra, fino ad arrivare ai giorni nostri.

E ancora oggi tecniche molto semplici sono diffuse nelle campagne italiane come in quelle vietnamite, africane, o in altre regioni del mondo in modo ubiquitario per il trattamento di uno di problemi clinici più antichi dell'uomo: il mal di schiena.

Tecniche del tipo "fai-da-te" sono abbastanza diffuse anche in palestre di fitness o danza, negli USA ancora oggi esistono i bonesetters, ossia dei "fisioterapisti tradizionali" che manipolano pazienti affetti da mal di schiena e non solo.

La chiropratica

Nella storia delle manipolazioni vertebrali, occorre menzionare anche la chiropratica, disciplina che nasce sempre negli USA attorno al 1895 ad opera di D.D. Palmer, che non era un medico, ma un geniale commerciante di Davenport. Egli pensava che non esistessero malattie, ma che gli organi funzionassero male perché non arrivava loro corretta-mente l'impulso nervoso, a causa di un "blocco" creato da una "sublussazione vertebrale".

Il rimedio era quello di riaggiustare la vertebra sublussata, mediante manovre "dirette" sulle vertebre: la disciplina viene praticata da non medici, riscontra successo di pubblico sia in America che in Europa, in modo tanto diffuso che soprattutto negli USA diverse compagnie assi-curative sanitarie forniscono anche questo tipo di prestazione. L'Associazione Internazionale di Chiropratica definisce la chiropratica in questo modo: "La filosofia della chiropratica è basata sulla premessa che la malattia o un'anormale funzione è causata dall'interferenza con la trasmissione nervosa e l'espressione di tale impulso, a causa di una pressione, stiramento o tensione sul midollo spinale o i nervi spinali, come risultato del fatto che i segmenti del corpo della colonna vertebrale deviano dalla loro normale giustapposizione. La pratica della chiropratica consiste nell'analisi dell'interferenza con la normale trasmissione nervosa e sua espressione, e la correzione mediante un aggiustamento con le mani correggono anomalie delle articolazioni ossee della colonna vertebrale per ristabilire e mantenere la salute dell'organo, senza l'uso di farmaci o trattamenti chirurgici".

La tecnica più conosciuta di queste due discipline è il cosiddetto high velocity thrust (impulso ad alta velocità), che consiste di un breve e preciso movimento eseguito con forza e rapidità applicato alla colonna vertebrale e che provoca il ben noto scroscio articolare. Questa manovra ha lo scopo di rilasciare le strutture che hanno una ristretta escursione articolare. Vi sono diversi modi per eseguire il thrust. I chiropratici in genere tendono a esercitare una pressione direttamente sulle vertebre, mentre gli osteopati preferiscono utilizzare gli arti per generare la forza, ossia gli uni preferiscono le manipolazioni dirette, gli altri quelle indirette. Sotto diversi aspetti, comunque, il repertorio di tecniche è simile.

Alcuni osteopati eseguono una tecnica conosciuta come terapia craniosacrale. Coloro che la praticano pongono le mani sul cranio e sull'osso sacro del paziente e manipolano delicatamente tali ossa. Essi affermano che in tal modo riescono a percepire le pulsazioni ritmiche del liquido cerebrospinale e mediante pulsazioni ritmiche su di esso riuscirebbero a correggere i disturbi del sistema neuromuscolare.

Una branca recente della chiropratica, che si deve alla McTimoney School, ha sviluppato delle tecniche manipolative che non danno più grande importanza ai thrust ad alta velocità, che sono invece alla base invece del trattamento della chiropratica tradizionale e dell'osteopatia. La medicina tradizionale si è interessata in ritardo delle pratiche manipolative usate a scopo terapeutico: solo negli anni Venti del Novecento queste metodiche vengono introdotte in Europa, in Francia per opera di R. Lavezzari, e in Inghilterra per merito di James B. Mennel; quest'ultimo, in qualità di docente di Medicina Fisica, introdusse le manipolazioni nella pratica terapeutica ospedaliera.

Il successore di Mennel, il dottor J. Ciriax, ha proposto proprie teorie sull'origine dei disturbi vertebrali, portando l'attenzione sui disturbi del disco come causa primaria delle sindromi dolorose di origine vertebrale.

Movimenti della colonna vertebrale

Sino ad ora abbiamo visto quali sono le caratteristiche di ciascuna vertebra e della colonna da un punto di vista anatomico. Adesso invece introduciamo qualche concetto sulla fisiologia della colonna vertebrale.

I movimenti che sono permessi dalla colonna vertebrale sono:

  • flessione
  • estensione
  • movimento laterale
  • cireumduzione
  • rotazione

La flessione è il più esteso di tutti i movimenti della colonna ed è più libero soprattutto a livello della colonna cervicale e lombare. Durante questo tipo di movimento non solo si flettono delle ossa, ma avviene un complesso processo cui prendono parte numerosi legamenti: il legamento longitudinale anteriore si rilassa, le fibrocartilagini intervertebrali sono compresse anteriormente, mentre il legamento longitudinale posteriore, i legamenti flavi, e i legamenti intere sopraspinali sono stirati, come anche le fibre posteriori delle fibrocartilagini intervertebrali. Gli spazi tra le lamine sono aumentati, e il processo articolare inferiore scorre in avanti, sopra i processi articolari superiori delle vertebre sottostanti. Tutto questo complesso meccanismo però può essere alterato e modificato da lesioni segmentane della colonna vertebrale che modificano questa complessa sequenza di eventi. L'estensione è un movimento diretto in alto e posteriormente, ed è esattamente l'opposto della flessione. Questo movimento viene limitato dal legamento longitudinale anteriore, e dall'avvicinamento dei processi spinosi. È più libero nella regione cervicale rispetto ad altre regioni della colonna, ma come purtroppo si verifica puntualmente dopo il colpo di frusta talvolta questa maggior estensibilità rappresenta uno svantaggio.

Durante l'esecuzione del movimento laterale, i lati delle fibrocartilagini intervertebrali sono compressi, il grado di movimento è limitato dalla resistenza offerta dai legamenti circostanti e dalle altre vertebre. Questo movimento può verificarsi in ogni parte della colonna, ma è maggiormente libero a livello della colonna cervicale e lombare.

La cireumduzione è molto limitata, ed è solo una successione dei precedenti movimenti che risultano in un movimento parzialmente traslatorio e angolato.

La rotazione è prodotta dalla torsione delle fibrocartilagini intervertebrali; essa, sebbene sia limitata tra 2 vertebre, permette un considerevole grado di movimento quando si verifica su tutta la colonna. Questo movimento si verifica scarsamente a livello della regione cervicale, è più libero nella regione superiore della regione toracica ed è praticamente assente nella regione lombare.

Infatti, alterazioni anatomiche delle vertebre anche di limitata estensione possono impedire in modo sensibile il movimento delle altre vertebre, e per tale motivo talvolta è sufficiente una manipolazione in un'area limitata della colonna per vedere ristabilita la completezza dei movimenti vertebrali.

Nella regione cervicale l'inclinazione superiore delle superfici articolari superiori permette una libera flessione ed estensione. L'estensione è eseguita con un'escursione maggiore rispetto alla flessione; nella parte più alta della regione cervicale questo movimento è limitato dalla chiusura dei margini posteriori delle faccette superiori dell'atlante nella fossa condiloidea dell'osso occipitale (che corrisponde al punto in cui la prima vertebra cervicale s'inserisce nel cranio).

Nella regione toracica, soprattutto nella parte superiore, tutti i movimenti sono limitati in modo da ridurre l'interferenza con la respirazione al minimo. La quasi completa assenza di un'inclinazione superiore delle superfici articolari superiori impedisce qualsiasi marcata flessione.

L'estensione è notevolmente limitata dal contatto dei margini articolari inferiori con le lamine vertebrali, e dal contatto dei processi spinosi l'uno con l'altro che, come già detto, sono fortemente embricati tra loro. L'anatomia delle vertebre al passaggio tra la settima cervicale e la prima vertebra toracica crea un meccanismo che limita il movimento in estensione della regione cervicale e la flessione della regione toracica quando il collo è esteso.

La rotazione è libera nella regione toracica: i processi articolari superiori sono come i segmenti di un cilindro il cui asse è nella regione medio-ventrale dei corpi vertebrali.

Nella regione lombare la flessione e l'estensione sono libere. La flessione può essere eseguita maggiormente dell'estensione, ed è possibile appena oltre il raddrizzamento della curvatura lombare; per tale motivo è maggiore nella parte inferiore dove la curvatura è ad angolo acuto.

Le faccette articolari inferiori non sono in stretta apposizione con le faccette articolari superiori delle vertebre sottostanti, e per tale motivo è permessa una relativa escursione flessoria laterale.

I muscoli principali che producono la flessione sono lo sternocleidomastoideo, il longus capitis, il longus colli, gli scaleni, i muscoli addominali e lo psoas maggiore.

L'estensione è prodotta dai muscoli intrinseci posteriori, assistita nel collo dallo splenio, i semispinali del dorso, cervicale e multifido. Il movimento laterale è consentito dai muscoli intrinseci della schiena, ossia dallo splenio, lo scaleno, il quadrato dei lombi e lo psoas maggiore. La rotazione dai seguenti muscoli: lo sternocleidomastoideo, il longus capitis, gli scaleni, il multifido, il semispinale del cranio e i muscoli addominali.

Come nasce il dolore muscolo-scheletrico

Mal di schiena

Il dolore e le sindromi dolorose di origine vertebrale sono ancora oggi, nonostante la loro enorme frequenza e importanza dal punto di vista sociale (si consideri che sono una delle cause più frequenti di perdita di giornate di lavoro), una delle grandi sfide della medicina moderna. E purtroppo sono destinate a restare tali a lungo, perché mancano ancora dati scientifici certi e precisi sia da un punto di vista neurofisiologico che patologico. Si pensi che ancora non conosciamo con significativa chiarezza i motivi e le cause per cui si sviluppano malattie banali come il comune mal di schiena o il torcicollo, sia acuto che cronico (tranne ovviamente i casi più importanti in cui si hanno lesioni anatomiche evidenti, come per esempio le ernie discali gravi o lesioni osteoarticolari rilevanti).

Questa mancanza di dati ovviamente impedisce di stabilire con precisione un trattamento terapeutico individuale, dal momento che una classificazione concreta e definitiva delle differenti problematiche a tutt'oggi non esiste. Tuttavia i trattamenti manipolativi della colonna, seppure non accettati ancora definitivamente da una parte della medicina ufficiale, sono una riposta concreta almeno parziale, da un punto di vista sia diagnostico che terapeutico, a questa vasta problematica clinica e patologica.

La patologia dolorosa di origine vertebrale nella maggior parte dei casi è infatti costituita da lesioni vertebrali minori, caratterizzate per lo più dal sintomo doloroso, pur non provocando alcuna lesione anatomica definita se non reazioni infiammatorie a livello vertebrale. Se infatti è semplice da un punto di vista eziologico (la scienza che studia l'origine delle malattie) e diagnostico capire perché un paziente ha dolore quando siamo di fronte a un'ernia lombare o cervicale, ben visibile per esempio mediante una risonanza magnetica, è molto più difficile dimostrare l'origine di un mal di schiena in un giovane in cui tutti gli esami strumentali sono risultati negativi.

Nondimeno il dolore di origine vertebrale (in primis il mal di schiena) è una delle malattie che più frequentemente spingono il paziente a cercare un trattamento sanitario e provocano nei giovani al di sotto dei 45 anni la maggior parte delle perdite di giorni lavorativi in tutto il mondo, con un impatto sociale quindi molto rilevante, specialmente tra coloro che svolgono lavori pesanti o viaggiano molto con autoveicoli.

Attualmente i meccanismi fini, sia anatomici che neurofisiologici, patologici e biochimici del dolore di origine vertebrale, come abbiamo già detto, non sono stati ancora definitivamente chiariti; tuttavia la conoscenza delle vie anatomiche percorse dal dolore e dei neurotrasmettitori implicati nella trasmissione dei dati alla coscienza ha compiuto progressi importanti, e adesso abbiamo a disposizione informazioni più certe su numerosi perché del dolore di origine vertebrale.

Il nostro comportamento è regolato e formato in risposta agli stimoli dell'ambiente che ci circonda, e l'ambiente che ci circonda, per usare un termine caro all'ecologia, il nostro "habitat", è creato nel nostro cervello dai sensi: la vista, l'udito, l'odorato, il tatto, la capacità gustativa.

il dolore, il senso dell'equilibrio e della posizione nello spazio, il senso del tempo e la sensazione del movimento del nostro corpo.

La percezione inizia con i recettori nervosi alla periferia del nostro corpo, i quali sono sensibili a un certo tipo particolare di stimolo e codificano informazioni prodotte da quello stimolo come per esempio la sua localizzazione spazio-temporale e la sua intensità. I recettori eccitano i neuroni sensoriali che formano le connessioni con gruppi diversi e separati (fisiologicamente) di neuroni nel midollo spinale. L'informazione da ciascun recettore viene quindi analizzata nel sistema nervoso centrale, talamo e corteccia cerebrale, nel contesto delle informazioni provenienti da tutti gli altri recettori. Dalla regione del cervello e in particolare dalla corteccia cerebrale dove arrivano queste informazioni debitamente filtrate si possono generare diversi tipi di elaborazione e la scarica di altri gruppi di neuroni che possono essere quelli della coscienza come motori: se sentiamo la spina di una rosa che ci buca una mano subito abbiamo la reazione di ritrarre l'arto colpito, ma se ci sottoponiamo al buco di un ago per un prelievo di sangue restiamo immobili; eppure sono due stimoli molto simili.

La maggior parte delle informazioni che partono dalla periferia del nostro corpo viene tralasciata e non raggiunge la corteccia grazie a un complesso meccanismo di filtro che fa arrivare alla corteccia solo una minima parte delle informazioni.

Inizialmente il messaggio sensoriale è processato attraverso una serie di relais, ciascuno dei quali coinvolge un numero maggiore di processi informativi con un meccanismo "a cascata". Le fibre sensoriali proiettano le informazioni secondo un modello ordinato dalla periferia al sistema nervoso centrale, e da una regione anatomica del cervello alla successiva, creando una mappa neurale topograficamente organizzata nella superficie recettoriale nel cervello. In parole povere c'è nel cervello una mappa di tutto il corpo, e a ogni pezzettino della corteccia sensoriale corrisponde una parte del corpo. Questa corteccia è anche in grado di adattarsi e modificarsi nel corso del tempo. Se una persona per lavoro utilizza di più le mani, si espanderà l'area dedicata a questa parte del corpo, se invece farà il cantante si espanderà l'area della bocca e delle corde vocali.

In aggiunta, le percezioni generate dai sistemi sensoriali stimolano anche l'amigdala (nel cervello), che si dice "colora" le percezioni con le emozioni, e l'ippocampo (sempre nel cervello), che immagazzina certi aspetti della percezione nella memoria a lungo termine. Come ultimo livello finalmente le nostre esperienze sensoriali iniziano e guidano le nostre azioni coscienti: il flusso ascendente delle informazioni sensoriali si connette con il sistema motorio, che convoglia i segnali alle vie motorie, quindi di nuovo indietro al midollo spinale per i movimenti riflessi e volitivi. Per esempio se ci buchiamo di scatto ritiriamo il dito, ma anche il braccio, la spalla e il busto si retraggono, la testa e gli occhi guardano il punto dove abbiamo sentito dolore e la nostra attenzione viene attirata dalla sensazione dolorosa.

Quindi, per poter comprendere a pieno un comportamento o una reazione anche banale da un punto di vista neurofisiologico, è necessario suddividerlo nelle sue diverse componenti, identificare la regione del cervello che contribuisce a ciascun comportamento, e analizzare come le regioni anatomiche partecipanti all'azione si connettano tra loro sia anatomicamente che cronologicamente. Sebbene l'anatomia del cervello e i modelli delle sue interconnessioni siano complessi, il funzionamento dell'organizzazione del sistema nervoso centrale è governato da un gruppo di meccanismi neurofisiologici relativamente semplice che rende i dettagli dell'anatomia cerebrale sempre più comprensibili.

Che cosa significa un trattamento di chiroterapia

Come funziona la chiroterapia

Le domande chiave più frequenti che tutti sempre si pongono e che pongono al manipolatore vertebrale sia i pazienti che i colleghi sono:

  1. Che tipo di lesione si cura dal momento che la radiografia è negativa?
  2. Come funziona il trattamento manipolativo?
  3. Perché utilizzare questa tecnica invece di altre?
  4. Quali sono i reali vantaggi rispetto a un trattamento farmacologico?
  5. Quali sono i vantaggi rispetto ad altre tecniche come il massaggio o ad altre tecniche alternative?

La lesione vertebrale che si cura con la chiroterapia e che si definisce lesione vertebrale funzionale benigna è dovuta a delle microlussazioni che si formano nelle articolazioni vertebrali cronicamente (anche nel corso di anni) o acutamente a causa di:

  • carichi biomeccanici diretti (uno sforzo improvviso)
  • microtraumatismi ripetuti (con lesioni di tipo osteoartrosico)
  • posture post-traumatiche
  • posture scorrette mantenute per lunghi periodi
  • alterazioni osteoarticolari primitive
  • malattie infiammatorie croniche
  • altre cause

Tutte queste alterazioni osteoarticolari hanno in comune una modificazione del normale funzionamento della vertebra. È vero che la vertebra si può spostare di pochi millimetri (oltre si verifica una lesione rilevante da un punto di vista anatomico), e anche la possibilità di torsione è limitata, ma è anche vero che le varie componenti dell'unità morfofunzionale vertebrale o segmento mobile (le due vertebre, il disco e il tessuto nervoso di competenza) sono strutture forti, ma contemporaneamente fragili a causa delle delicate strutture che proteggono, e al contempo (oltre alle radici nervose del midollo spinale e al midollo spinale stesso) le strutture vertebrali sono riccamente innervate da fibre nocicettrici.

Tale ricchezza di tessuto nervoso che ho descritto nei capitoli precedenti rende evidente che anche una piccola alterazione infiammatoria ha modo di dare segno di sé quando si verifica nel punto giusto.

La lesione vertebrale benigna o microlussazione è dovuta a tutti quei vettori di forza che lentamente e inesorabilmente modificano la posizione della vertebra, anche una piccola rotazione o torsione o spostamento in avanti di una vertebra con il passare degli anni provoca delle lesioni vertebrali, che sono sì di piccola entità, ma nondimeno in questa struttura riccamente innervata, scarsamente elastica - soprattutto in seguito alla normale senescenza, che comincia a partire dalla seconda decade di vita -, può provocare delle alterazioni che con il tempo diventeranno infiammatorie, e poi ischemiche.

La microlussazione è visibile anche dalla radiografia: se lesioni maggiori spesso non ve ne sono e per questo il radiologo dà un referto giustamente negativo, sono spesso osservabili tante piccole alterazioni della colonna, dovute a singole vertebre che si sono spostate.

Quando le vertebre affette da microlussazioni non sono sotto carico biomeccanico, tipicamente non provocano alcun disturbo, ma quando si porta un peso o si compie uno sforzo fisco, e soprattutto quando vi è uno stato infiammatorio, possono dare segno di sé, in maniera anche molto evidente con il dolore. Ciò è molto importante per riconoscere con sicurezza il paziente manipolabile, perché a riposo, e soprattutto di notte, non dovrà avere dolore.

Queste piccole lesioni con il tempo si sommeranno, aumenteranno di numero e si aggraveranno generando tutte le alterazioni della colonna già descritte nei precedenti capitoli e di cui tratteremo in quelli che seguiranno, come l'osteoartrosi, gli osteofiti ecc., fino a poter generare un'ernia discale, una spondilolistesi o una frattura vertebrale spontanea. A tale quadro si deve aggiunge un contemporaneo lento e inesorabile peggioramento della funzione articolare, che alla fine precipita quando non compensa più le alterazioni. Infatti se inizialmente i legamenti si possono avvicinare, torcere, accorciare in modo silente, successivamente questo rimaneggiamento diventa sempre più limitato fino a cedere completamente congelando il quadro anatomico che si è formato.

Il primo segno che viene prodotto da queste microlussazioni è la riduzione della già limitata mobilità vertebrale; probabilmente anche per tale motivo tendiamo a non prestare molta attenzione quando si riduce l'escursione articolare vertebrale. Quante persone completamente asintomatiche durante la visita, se ruotano il busto in un senso sono libere, nell'altro hanno un blocco, oppure riferiscono che quando parcheggiano l'auto in retromarcia e devono girare il collo non riescono a farlo liberamente, ma devono accompagnare il movimento con la rotazione del busto; tali lesioni a lungo tempo restano asintomatiche o paucisintomatiche (provocano piccoli disturbi), per poi un giorno esplodere in una sindrome anche molto dolorosa, magari accompagnata da alterazioni neurologiche. E ancora quanti pazienti che giungono per un trattamento antalgico riferiscono che in realtà quel certo dolore era rimasto lieve, o comunque sopportabile per lunghissimi periodi, e poi improvvisamente, dopo uno sforzo, era ricomparso molto più forte.

Sicuramente alla base di tutte le lesioni vertebrali minori vi è una componente infiammatoria, e la prova ne è che da sempre il trattamento di base è realizzato con antinfiammatori, che agiscono sia per analgesia diretta che per riduzione dell'infiammazione provocata dalla lesione vertebrale.

Un'altra dimostrazione che la lesione vertebrale benigna è dovuta a delle microlussazioni è il fatto che quando si esercita una certa pressione sulla vertebra malata si provoca dolore, ossia accentuando la microlussazione si evoca dolore nel paziente. Il dolore ovviamente va distinto da quello provocato dalla semplice digitopressione sulla cute, e va eseguito per tale motivo con determinazione, ma con dolcezza. Questo tipo di esame clinico difficilmente dà indicazioni sbagliate, perché tipicamente riproduce e accentua il dolore che il paziente riferisce nell'area interessata.

Il dolore vertebrale può essere evocato anche con l'esame del pinza-mento-rotolamento che provoca dermatoalgia, descritto per la prima volta da Maigne: si prende la pelle e la si rotola delicatamente come se fosse una sigaretta, e se vi è una lesione di origine vertebrale si evocherà un dolore veramente insopportabile che ha la caratteristica di un bruciore intenso perché si tratta di un dolore di origine neurologica. Il paziente lo riconosce immediatamente perché ha caratteristiche veramente peculiari.

Il meccanismo di tale segno non è stato ancora chiarito. Vi sono numerose teorie e spiegazioni, che a tutt'oggi non chiariscono affatto nei particolari l'origine di tale dolore; tuttavia molto probabilmente è dovuto a un meccanismo di feed-back, ossia si provoca un impulso a livello vertebrale, che evidentemente libera la scarica di qualche gruppo di neuroni del gruppo delle fibre dolorifiche provocando la fastidiosa sensazione. Secondo altri Autori, alla base del meccanismo fisio-patologico vi sarebbe un'associazione neurofisiologica di origine embrionale che provoca tale dolore riflesso in zone altrimenti silenti. È comunque incontrovertibile il dato empirico che se un paziente durante la visita pre-manipolativa per esempio presenta dolore al pinzamento-rotolamento a livello delle spalle, dovuto a una lesione cervicale benigna, e si manipola con successo il collo, si verifica puntualmente la scomparsa di tale dolore, oppure se il paziente presenta dolore al pinzamento-rotolamento a livello del ginocchio, dovuto a un problema lombare, questo scompare se eseguo una manipolazione a livello delle vertebre lombari superiori. Si tratta di dati che appartengono alla pratica clinica di tutti i giorni.

Un altro concetto di grande interesse cui invece viene data scarsa importanza è il fattore muscolare nella generazione del dolore vertebrale, sotto due punti di vista: in primo luogo, la lesione vertebrale non va vista come un unicum, ossia ho un lesione in quel punto, curo quella vertebra e basta. La colonna vertebrale è un meccanismo complesso e per molti aspetti sconosciuto, composto da un insieme di unità che si sostengono fra loro e funzionano insieme, non si può quindi cercare di curarne solo un pezzettino. È necessario valutare sempre la colonna in toto, valutandone tutti gli aspetti nella globalità, in primo luogo con una visita completa del rachide, poi da un punto di vista biomeccanico, e infine neurologico. Non capita raramente che a un paziente scompaia la prima lesione per cui era venuto in cerca di un trattamento, e durante la visita successiva riferisca che c'è altrove un'altra lesione perché la prima risolta "nascondeva" la seconda. In secondo luogo, è bene valutare attentamente il paziente e saperlo ascoltare sul piano psicologico. Vi sono pazienti che accentuano il proprio problema e che non sono mai contenti del trattamento, e inconsciamente si è portati a forzare la manipolazione, un atteggiamento che genera solo un aumento del rischio di lesioni, e non sono neppure da sottovalutare certe pazienti che apparentemente presentano un'iperpatia di origine vertebrale e che poi, a un'analisi accurata, ci si accorge essere affette da fibromialgia e qualsiasi trattamento è sostanzialmente inutile.

La valutazione anamnestica è sempre fondamentale nella clinica medica, tanto più nella pratica della chiroterapia, non solo per non provocare lesioni al paziente - ricordiamo sempre che uno dei principi fondamentali della medicina è primum non nocere -, ma anche perché il problema può avere tutt'altra origine - pensiamo a quei pazienti che giungono a una visita per cefalea, e semplicemente non sanno di avere un'ipertensione essenziale e hanno un rialzo pressorio in atto.

Oltre alla colonna vertebrale è necessaria una valutazione accurata dei suoi muscoli che possono dare delle indicazioni molto utili, soprattutto quando il paziente non è conscio di queste ipercontratture dolorose che spesso hanno origine da disfunzioni vertebrali e che vanno a costituire dei punti trigger, ossia dei punti grilletto molto utili da un punto di vista diagnostico.

Vi sono infatti diversi piccoli muscoli che a una palpazione superficiale non danno alcun segno di sé, ma a una valutazione più precisa e profonda, da eseguire sempre con delicatezza, possono dimostrarsi anche molto dolenti. In genere hanno le dimensioni e la consistenza di una piccola oliva, ricoperti dallo strato cutaneo più morbido, ma alla palpazione profonda sono consistenti per lo spasmo muscolare.

Tale reperto è ben distinguibile sia perché in genere ha un'area di demarcazione ben precisa, dal momento che il muscolo è contratto e quindi ben delimitato, sia perché la sua palpazione anche delicata evoca dolore acuto. Inoltre, questa piccola lesione tipicamente scompare immediatamente quando la manipolazione ha avuto successo.

I muscoli possono anche essere contratti in toto e provocare dolori più importanti perché corrispondono a un'area più vasta. Ed essendo più grandi e più vasti topograficamente, possono provocare alterazioni in regioni anatomiche distanti, sia perché s'inseriscono direttamente su di esse, sia perché coinvolgono altri muscoli, sia perché alterano più movimenti e impongono posture scorrette.

Un caso paradigmatico è quello del muscolo elevatore della scapola, non di rado infatti capita di trattare pazienti che hanno dolore al collo, riferiscono disturbi anche alla spalla, e la valutazione clinica del rachide cervicale e toracico è negativa, ma si reperta uno spasmo dell'elevatore della scapola. In tal caso la manipolazione provoca non solo il rilascio dell'elevatore della scapola, ma anche quello dei muscoli circostanti, e quasi sempre in modo improvviso cessa completamente il dolore al collo e all'arto.

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