Compagne di Cammino - Angela Seracchioli - Estratto
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Compagne di Cammino - Anteprima del libro di Angela Seracchioli

Scrivere per gratitudine

Scrivere per gratitudine

Di libri sui cammini di pellegrinaggio ce ne sono oramai tantissimi. I diari si sprecano sia su carta che nel web e, con luminose eccezioni, sono tutti un po’ simili e, almeno per me, pure un po’ noiosi. E allora perché scrivere di compagne di cammino? Questa domanda me la sono fatta in questi lunghi mesi di sofferenza della mia di compagna di cammino, Marisa. Mesi in cui i ricordi riaffioravano a flash, alla rinfusa, non in una sequenza di tappe, come bolle di un magma-ricordo dove i passi in Italia improvvisamente si spostavano in Terra Santa e si mescolavano a viaggi, a momenti di vita di tutti i giorni, a telefonate.

Non volevo scrivere durante il suo lungo calvario, mi sembrava di accorciare i suoi giorni sulla Terra, quasi che si potesse parlare di una persona solo quando non c’è più magari trasformandola in una mezza santa, eppure le parole facevano ressa, chiedendo di uscire allo scoperto, non fosse altro che per me.

L’altra domanda che le avvolgeva era: «Perché qualcuno che non l’ha conosciuta vorrebbe poi leggere di lei?» E i ricordi si raggelavano divenendo pietruzze di una materia del tutto privata, tutta mia e di pochi altri.

E allora perché scrivere?

C’è voluto del tempo ma la risposta è poi arrivata, dovevo scrivere per raccontare la magia del rapporto speciale che intercorre fra due compagni di cammino. Non fra un gruppo di pellegrini, non fra due persone che casualmente decidono di percorrere qualche tappa insieme, volevo raccontare di quel rapporto unico che nasce fra due persone che per “Dio-incidenza”, si sono incontrate e camminano insieme.

Nella vita di tutti noi ci sono tanti amori, ci sono tante amicizie e, spesso, abusiamo di questi due termini, o meglio tendiamo ad appiattire queste due parole definendo amore e amicizia rapporti che ne sono la parvenza o lo sono stati in embrione, oppure hanno avuto una vita troppo breve per svilupparsi o, ancora, sono stati o sono un livello d’amore o d’amicizia. Basta però fermarsi un attimo, chiudere gli occhi e farsi passare davanti tutti gli amori, tutti gli amici e, fra di loro, uno solo è il vero grande amore, una sola è la vera grande amicizia e, di certo, uno solo è il vero e irripetibile compagno di cammino.

Forse perché la persona è speciale? Oh no, la mia compagna di cammino aveva i suoi bravi difetti così come tanti ne ho io. Forse perché si è simili? Neanche questo, io e lei eravamo diversissime sia nel carattere che nel modo di reagire alla vita e allora perché? 

Ecco, scrivo questo libro per cercare di capirlo e per gratitudine, perché incontrare il proprio compagno di cammino è un dono del Cielo di cui essere immensamente grati.

Scrivo per chi lo ha già un compagno dei passi e, forse, dà per scontata questa immensa fortuna.

Racconto spezzoni di tempo condiviso per chi non ha ancora con chi condividerlo.

Perché chi lo cerca o lo desidererebbe sia pronto a riconoscere in quella persona magari appena incontrata, in quel pellegrino, in quella pellegrina fra tanti, la Compagna, il Compagno con la “C” maiuscola.

Non ho una ricetta per riconoscerlo, così come non so come si scopre un vero amore fra tanti, a me è accaduto, il Cielo me l’ha regalata per un po’ sulla Terra e per sempre nell’Oltre; e sono grata.

Camminavo da sola, per un po’ ho camminato con lei, ora camminerò nuovamente da sola ma solo in apparenza. Dal prima al poi, migliaia di chilometri insieme, dal prima al poi energia cinetica ed energia interiore che non mi lascia, che come una cascata luminosa è entrata in me un giorno d’aprile in una bellissima chiesina romanica dove davamo addio alle sue “spoglie mortali”, come si usa dire. Fuori i cipressi, gli ulivi, i profumi di una primavera tarda a venire, quel vento che spalanca le narici e racconta di orizzonti lontani e mette dentro la smania d’andare. 

Filia

La prima parola, una sorta di tappo, sì perché una cascata fa ressa, cerca di incunearsi nel collo di bottiglia della memoria, ma c’è sempre una prima parola così come c’è un’ultima; no, non voglio pensare a quella così lontana. Lei si presenterà come l’ultima pennellata che non sai che sarà l’ultima ed è sempre sofferente come la prima; non ci penso.

Eppure c’è una parola che martella da ore, ma è così ovvia che quasi mi dà fastidio, beh la scrivo così me ne libero e permetto che le altre fluiscano, tutte in fila come vogliono loro e la smettano una buona volta di essere così assordanti.

Filia… ah, finalmente l’ho scritta, ed ora sto qui a rimirarla, io che mi sono ripromessa per la prossima vita di dedicarmi alle lingue che sono alla base del nostro mondo, della nostra cultura e che per ora, per questa vita, mi devo affidare a chi ha fatto questi studi che io un giorno farò assetata come sono di radici, di significati, di segreti.

Filia: “Amore che si fonda su un rapporto relazionale libero, paritario, senza alcuna velleità di possesso (Amicizia)”.

Primo mattoncino posizionato, ma tanto manca perché la filia è vasta e generica e… ovvia. Sì, appunto, ovvia e non mi basta. La lascio per ora lì e ne pesco un’altra che mi piace di più: Compagna, compagna di cammino, ci siamo, è lei e le altre parole che seguono ridacchiano della mia titubanza iniziale.

“Compagni dai campi e dalle officine…” risucchiata dal vortice Compagno, Compagna mi vedo ragazzetta degli anni Sessanta, striscione in mano, polizia che fa cordone, sogni confusi nel cuore ma è una direzione sbagliata, non c’entra, oppure sì, c’entra. Che bella la parola “Compagna”. Com’è piena di vento e di solidarietà, di sogni e di libertà! 

Cammino: non ho bisogno del vocabolario, lo so che vuole dire, lo sanno i muscoli, i piedi, le spalle, le narici che si dilatano inseguendo un profumo, una scia di libertà.

Libertà, libertà, libertà, saltella questa parola, sale in su nelle prime sillabe e poi si conficca nella terra con quell’“a” accentato.

Freedom: inizia lunga e scivolosa, uno stridio di rondini, per poi divenire solenne in quel “dom” che suona cupo e profondo come la voce di una grande campana che si protende fuori dagli archi di un campanile romanico.

La pagina si sta riempiendo di suoni, «O ta» direbbe Marisa a ’sto punto, «Ti vò movere!» e tutti questi suoni si azzittiscono per far posto al ricordo di una voce, la sua, le sue parole così toscane, quei: «I miei citti, fa caldo e sto ignuda, codesto costì…» che tentavo di imitare senza riuscirci, così come provavo a dire Arezzo con quella tz impossibile per una bolognese, che la zeta l’ha geneticamente dolce.

Eccola, è arrivata la mia Compagna di Cammino, mi sta camminando davanti, una massa rossa con la gobba dello zaino fasciata dalla lunga mantella. Un dromedario luccicante di pioggia che sale nella nebbia. Ve la presento, si chiama Marì.

Belfast anno 2000

Sono partita alla chetichella dal mio paesino dolomitico, quasi che si potesse leggere sulle portiere della macchina una scritta accusatoria: «Questa donna non ha pagato l’affitto ma spenderà il denaro che deve alla padrona di casa all’estero, sta andando a Treviso a prendere un aereo per Belfast, vergogna!»

Incontro interreligioso “La via della pace” a ricordo di padre John Main, della Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, una splendida hall colma di bellezza: musica, meditazioni, libri, conferenze che “sono tutte così interessanti che non si sa quale scegliere”, volti di tutto il mondo, gente che è arrivata dalla Nuova Zelanda, dall’India, dal Canada… profumo di profonda fratellanza. 

Fuori la città tesa: le camionette blindate della polizia agli angoli delle strade, i murales minacciosi e vittimistici dipinti da gente che ha persino perso la memoria della ragione iniziale di una guerra senza senso, ma che continua comunque ad odiarsi.

Padre Laurence sale sul palco e dice: «Il Dalai Lama è appena arrivato in città, prima di venire qui andrà nei “quartieri”»… parola sinistra per definire quella zona divisa in due dalla via della Pace. Di qua i protestanti, di là i cattolici, le case che la bordano senza finestre sulla “strada pacifica” per evitare che qualcuno ti spari in salotto, così, tanto per gradire.

«La polizia ha richiesto che non ci si vada, lui pianterà lì un albero per la pace ma si temono disordini, aspettiamolo qui.»

Tutti annuiscono composti e ubbidienti e restano sulle loro sedie, tutti meno gli italiani che, senza dirselo, sono scivolati fuori dalla sala, uno per uno, alla ricerca di un taxi per disobbedire.

Marisa è una di loro, mi sente contrattare con un taxista e fa alla sua amica: «Seguiamo quella lì che sa bene l’inglese.» Mi racconterà anni dopo come fu che me la trovai affianco. Così ci siamo conosciute, disobbedendo con aria da cospiratrici, eccitate perché avremmo visto l’amato Dalai in anteprima e perché disobbedire è eccitante per tutte e due, sempre. 

Lei è una “vecchia” della Meditazione Cristiana, io una neofita di questo tipo di meditazione che tengo ancora sotto osservazione perché ho paura che “puzzi” un po’ di Chiesa e io, quella porta, l’ho chiusa sbattendola a diciannove anni per i “Compagni dai campi…” ma medito da anni, da quel lontano 1981 quando “Madre India” spalancò le sue braccia e mi accolse come si accoglie chi va cercando. 

Tutte e due abbiamo vissuto, in tempi diversi, momenti altissimi con l’“Oceano di Saggezza” che è per ognuna di noi uno di famiglia: un padre per lei che è, in fondo, più ortodossa di me, mentre per me è un “nonno” perché gli voglio bene come lo si vuole al nonno preferito e mi verrebbe da saltargli in braccio e fargli solletichino al collo; così penso a Sua santità il Dalai Lama.

Tanta gente perplessa nello slargo che non si può definire piazza, pochi sanno chi è quell’omino sorridente in bordeaux e giallo, lo si intuisce dai punti interrogativi negli occhi meravigliati che scrutano attenti facendosi largo fra i fili spinati, arrotolati in minacciose matasse stese sui muri che circondano la non-piazza.

Sul palco un improbabile e incredibile coro di bimbi cattolici e protestanti insieme per la prima volta. Poi due preti, seri, compassati, grigi come la non-piazza. Non uno sguardo fra loro: uno è protestante e l’altro cattolico ma una cosa l’hanno in comune, due barbette lunghe e appuntite, grigie e affilate.

Il Dalai parla nel suo inglese sempre peggiore, lui l’ammette sorridendo, ridendo: «Il mio inglese più invecchio e più è peggio, scusatemi, cercate di capirmi lo stesso.»

E si fa capire, l’atmosfera si è riscaldata, la gente ha occhi lucidi quando lui parla di compassione, fratellanza, amore, ci sentiamo tutti cullati da quelle parole così semplici e così straordinariamente vere. Con Marisa ci scambiamo sorrisi d’intesa, noi tante volte abbiamo bevuto a quella fonte ed è bastata quella corsa eccitata in taxi per scambiarci brandelli di ricordi ed entusiastiche parole su quell’uomo straordinario.

Poi il Dalai Lama si rivolge direttamente alla folla con una domanda: «Ma siete tutti cristiani? Seguite tutti Gesù?» 

I preti non muovono un muscolo, la gente annuisce non capendo dove lui voglia andare a parare. E allora lui si sporge, allunga le mani quasi a voler abbracciare e poi, bello come il sole, fa: «E allora perché vi ammazzate?» 

Straordinario, le persone si guardano meravigliate, credo che nessuno abbia mai fatto loro questa domanda e loro si sentono confusi come se non ci avessero mai pensato. Una domanda così semplice gettata lì fra la polvere e i sassi di una non-piazza dal terreno pietosamente poroso che nasconde il sangue versato stupidamente. Si sentono, ci sentiamo tutti stupidi, di fronte all’angelica, divina semplicità, siamo tutti tremendamente stupidi.

Ora i bimbi hanno ripreso a cantare, come in uno spettacolo teatrale, i due preti, sempre serissimi, con in mezzo il Dalai Lama tutto sorridente, si fanno avanti fin al limite del palco, io e Marisa siamo proprio sotto.

È un attimo, negli occhi del Dalai vedo quel guizzo birichino da bimbo di tre anni che sta per farne una delle sue che gli conosco, non faccio a tempo a caricare la macchina fotografica, lo so che sta per accadere qualche cosa che mi dispiacerà di non essere riuscita a fissare con una foto. Lui guarda alla sua destra e alla sua sinistra e poi acchiappa le barbe dei preti e le tira ridendo.

La piazza è sua, tutti ridono e applaudono, il giorno dopo i giornali che avevano messo un trafiletto di due righe sulla venuta del Dalai Lama avranno in prima pagina la foto a tutta pagina, che dita più veloci delle mie sono riuscite a scattare.

Marisa, la sua amica ed io finiamo la bella giornata nell’ottimo ristorante indiano che ho scoperto il giorno prima; alla nostra quarta andata lì il proprietario ci dirà che il ristorante è nel Guinness dei primati. 

«Perché è molto buono?» Gli chiedo io.

«No, perché è il più bombardato al mondo, è saltato per aria quattro volte, qui a fianco c’è il quartier generale dell’Ira!» 

Lui è divertito, noi no, e non ci torneremo più.

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