Un Cuore Felice - Angelo Vaira e Valeria Raimondi - Libro
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Un Cuore Felice - Anteprima del libro di Angelo Vaira e Valeria Raimondi

Anche i cani sono persone

Anche i cani sono persone

"L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi."
Marcel Proust

Ho passato la mia adolescenza ad accudire e trovare famiglia a cani randagi. Uno di loro si chiamava Diana. Era una specie di pastore belga Groenendael in miniatura. Pesava circa quindici chili e aveva un mantello lungo e nerissimo.

Mio padre non voleva cani per casa, sicché era più che altro Diana ad avere scelto noi e aveva con ognuno una relazione diversa, a seconda del nostro carattere. Dormiva per strada e passava il tempo ad aspettare che uscissimo per accompagnarci, ovunque andassimo. Alle sei e mezzo del mattino veniva con me in stazione, dove avrei preso il treno per andare a scuola. Dopo di che tornava a casa e andava con mio padre in garage a prendere l’auto. Camminava a qualche metro di distanza alle sue spalle, scodinzolando felice ma senza infastidirlo, poiché sapeva che non avrebbe ricevuto confidenza, a parte qualche sguardo accondiscendente.

Mia madre usciva spesso in bicicletta e Diana era tutta una festa. La seguiva fino al supermercato. Mia madre ancora oggi sorride, quando racconta di lei. Le diceva: «Diana, aspetta qua, fai la guardia alla bicicletta, fai la brava, Diana».

Questa cagnolina così intelligente, che non superava i tre anni di età, capiva tutto perfettamente. Nessun corso di educazione, nessun comando, nessun piano di training.

Diana lasciava passare tutti liberamente, prendendosi anche qualche carezza, ma abbaiava a chi toccasse la bicicletta. Quando mia madre arrivava si complimentava con lei e qualche volta le offriva un pezzetto di pane, per poi vedersi scortata presso altri negozi, prima di tornare a casa. Diana poi aspettava che io tornassi da scuola, per fare vere e proprie scorribande con me, mio fratello e i miei amici.

Era un essere pensante, libero, che aveva sviluppato capacità di adattamento, sensibilità al contesto e intuito sociale. Un cane felice.

Quando andava in calore, attirava maschi da ogni parte del paese e attorno a casa nostra si formavano veri e propri branchi composti da cinque, sei, sette cani, fra maschi e femmine. A quattordici anni, in Puglia, non sapevo ancora che la soluzione migliore sarebbe stata la sterilizzazione. Era una grande responsabilità assistere Diana e la sua cucciolata, per non parlare della ricerca di persone per bene che accogliessero i piccoli.

Alla fine, per evitare sorti infauste ai suoi cuccioli e smettere di farla vivere per strada, fui costretto a cercare famiglia anche a lei. Non mi è stata data la possibilità di vederla dopo il nostro ultimo saluto e ancora oggi ho il cuore pieno di tristezza, quando ripenso al grande affetto che nutrivamo l’uno per l’altra.

Diana è l’emblema di un cane che, pur non avendo mai fatto un corso di addestramento, era ritenuto da tutti «bravissimo», «educato», «intelligente».

La sua storia non è così singolare. Vi è mai capitato di incontrare un pensionato che esce di casa con il cane senza guinzaglio, va al bar, dal giornalaio, si ferma a parlare con gli amici dal barbiere sotto casa e di notare che fra i due c’è un’intesa che non ha bisogno di parole? Sembrano tessere di un puzzle perfettamente incastrate. Eppure non hanno mai seguito un corso di obbedienza. Al contrario, cani che frequentano da anni i campi di gara, su cui sono bravissimi, non hanno sviluppato nemmeno lontanamente le capacità di cui sopra.

Perché? Cosa consente a un cane di acquisire le doti che aveva Diana?

I fattori più importanti sono stati:

  • la grande esperienza che Diana ha potuto fare vivendo per strada, da sola, senza nessuno che le dicesse sempre cosa doveva fare;
  • il legame che avevamo stretto, basato sul considerarla intelligente, pensante e sensibile;
  • il gioco.

La prima considerazione da fare sul gioco è che è intimamente implicato con l’interiorità di chi lo attua. È quindi di estrema importanza comprendere chi sia il cane, se vogliamo capire come giocarci. Un’idea sbagliata del nostro amico a quattro zampe condiziona il modo in cui giocheremo con lui e di conseguenza i benefici che ne ricaveremo e la qualità della vita che condurremo insieme.

Il cane è un essere pensante, senziente, sociale. Possiede bisogni, aspirazioni e desideri: è dunque un soggetto con il quale il confronto diventa relazione. Relazione profonda, carica di fiducia, tenerezza, reciprocità, aspettative, esigenze e talvolta problemi (il gioco ci aiuta anche in questo).

Ci sono fondamentalmente tre approcci al cane, ai quali ognuno di noi può rifarsi. Uno in particolare è più benefico degli altri, perciò vale la pena analizzarli e interrogarci.

Un nuovo approccio all’educazione

In oltre quindici anni dedicati alla formazione degli educatori cinofili, ho visto grandi e positivi cambiamenti culturali. La nuova generazione di educatori è empatica, sa entrare in sintonia sia con la famiglia sia con il cane ed è più efficace, perché evita la violenza e la coercizione e insegna alle persone a chiedersi quale bisogno il cane stia cercando di soddisfare con il suo comportamento problematico.

I cani vengono così educati più facilmente e i risultati sono più profondi e stabili nel tempo. I clienti entrano in un percorso evolutivo, relazionale e personale, diventando più consapevoli. Guardano con occhi nuovi non solo al loro cane, ma anche a tutti gli animali, o forse al mondo intero.

I metodi coercitivi e il falso mito della dominanza

Esiste una differenza sostanziale fra l’attuale approccio e quello in uso quando ho cominciato a fare questo lavoro, a diciannove anni. All’epoca c’era un solo modo di addestrare il cane e poggiava totalmente sul concetto di dominanza/capo branco.

Dall’etologia sappiamo che la dominanza e la gerarchia servono a evitare i conflitti che insorgerebbero ogni qualvolta si dovesse condividere una risorsa, per esempio il cibo, quindi sono dinamiche sociali utili. Ma l’errore che la cinofilia ha fatto per lungo tempo è stato quello di guardare la relazione con il cane attraverso il filtro della dominanza. Il tuo cane non ascolta? È dominante.

Salta addosso? È dominante. Tira al guinzaglio? Abbaia quando vai via di casa? È aggressivo? È dominante!

La dominanza era il fiderò attorno al quale ruotava tutto d rapporto con il cane, che era dunque visto in modo gerarchico, militaresco: io ordino e tu obbedisci, punto. E se non lo fai, vuol dire che stai sfidando la mia autorità, quindi troverò il modo di sottometterti! Tutto era valido, pur di essere i dominanti: urla, strattonate punizioni corporali, collari con le punte rivolte verso interno erano la consuetudine. La complessa unicità individuale di ogni cane era ridotta al solo desiderio di risalire la gerarchia.

Ci sono ancora molti centri cinofili che propongono questi metodi e la fortuna dei cani è rappresentata, quando accade, dal trovare un compagno umano che abbia un talento tale da travalicare il metodo e riuscire a co tivare ugualmente un rapporto d’amicizia e intesa.

Questo testo è estratto dal libro "Un Cuore Felice".

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