Desideriologia - Gabriele Policardo - Estratto
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Desideriologia - Anteprima del libro di Gabriele Policardo

Fenomenologia del desiderio - Il bisogno

Fenomenologia del desiderio - Il bisogno

Lekh Lekhà (Vai, va’ verso te) Gn 12,1

Chi desidera, intraprende un viaggio verso se stesso. Crede di portare l'azione fuori, mentre invece conduce l’attenzione all’interno. Per comprendere la fenomenologia del desiderio, è dunque necessario tenere presenti due forze che sono legate a esso e agiscono in ogni momento all’interno di noi: il bisogno e la coscienza.

Con «bisogno» intendo il normale senso di vuoto che spinge a un appagamento, al di là dei crediti infantili che molti ancora avanzano verso i genitori e che li rendono eccessivamente bisognosi.

Con il termine “coscienza” mi riferisco a una vera e propria forza, a un campo di energia che influisce su di noi ed è parte di una coscienza più ampia, strutturata su più livelli.

Inoltre, è bene prendere atto di tutta una serie di condizionamenti, interiori ed esteriori, che interferiscono costantemente con il desiderare. Non soltanto i desideri di altri sono permeabili ai nostri, ma la stessa civiltà dei consumi e della pubblicità ha costruito un modello antropologico sostituendo i bisogni reali (desideri personali) con bisogni indotti e desideri artificiali.

Il bisogno è il motore del desiderio: desideriamo perché qualcosa ci manca; viviamo perché qualcuno ci dona ciò che è fondamentale per vivere e a nostra volta restituiamo una parte o tutto ad altri, che ne traggono beneficio. Se non ci fosse il bisogno, nessuno desidererebbe nulla e nella vita non ci sarebbe movimento né evoluzione. La vita stessa scomparirebbe. Il bisogno è una forma del divenire, attraverso un meccanismo di contrazione (ho un vuoto) ed espansione (colmo quel vuoto).

Lavoriamo per esprimere noi stessi, il nostro talento personale, la creatività, la volontà di fare qualcosa di buono; in cambio otteniamo del denaro o dei beni. Anche se raggiungiamo un livello di benessere tale da consentirci di vivere nell’agio, continuiamo a lavorare e ad agire perché sentiamo che è una cosa buona e utile per noi e per gli altri.

Bisogno e mancanza stanno l’uno accanto all’altra dentro di noi: tuttavia, se si vuole ottenere qualcosa, l’attenzione dev’essere posta sul primo e non sulla seconda. Se invece di «Ho bisogno di» ripeto sempre e solo «Mi manca», genererò una mancanza sempre più grande, piuttosto che l’energia per avvicinarmi a qualcosa.

Ecco dunque che il desiderio è essenzialmente movimento.

Il bisogno è uno dei meccanismi attraverso cui avviene questo movimento. Ci sono naturalmente altre modalità, nelle quali si opera al di fuori della spinta del bisogno, come nel caso di coloro che fanno beneficenza o si pongono al servizio degli altri: essi elargiscono tempo, attenzione e azioni non per bisogno ma per generosità e amore. Danno vita e mantengono in essere un mondo energetico solidale e luminoso, assai diverso da quello che percepiamo solitamente intorno a noi, disseminato di privazioni, sofferenza, conflitti e lamentele.

Nella percezione comune, in particolare all’interno della cosiddetta spiritualità, il bisogno è avvertito come sconveniente.

Sbagliato, fuori luogo. Molte persone anelano a un modello di perfezione e di distacco in cui non viene avvertito più alcun bisogno. E un’illusione che si avvicina più a una fuga dalla realtà che a una conquista dello spirito.

Alla radice di questa negazione risiede un malinteso concetto di perfezione, considerata come la causa ideale, una qualità astratta da inseguire e da adempiere, piuttosto che il traguardo e la conquista del divenire. Per tanti ricercatori che si rifiutano di vivere in un mondo reale con le sue sfide, i suoi disordini, le prove da superare e le relazioni da gestire, questo atteggiamento è piuttosto un’evasione idealistica, l’anelito a una realizzazione stilizzata e irreale, perseguita attraverso una graduale rinuncia che impoverisce e intristisce, conducendo a un isolamento progressivo. Nessuna illuminazione può avvenire rifiutando la propria umanità e le sue caratteristiche.

In sanscrito - la lingua spirituale delezione - la parola che esprime il concetto di perfezione è puma. Contempla una varietà di significati tra cui: pieno, abbondante, contento e sereno.

È cioè perfetto non chi si astiene da tutto, chi sopprime i bisogni, chi smette di desiderare e scambiare, bensì colui che ha preso e ha dato, che si è reso abbondante, che è naturalmente appagato da un profondo senso e da un’intensa pratica del vivere. Chi, in definitiva, vive bene nel mondo reale così com’è e non si aliena da esso rifugiandosi nelle pratiche spirituali. Come ho appreso dal mio maestro spirituale Gurumayi Chidvilasananda, la spiritualità ha senso solo se vissuta nel mondo e portata con sé nel pieno della vita, insieme agli insegnamenti, alle pratiche e alle conquiste dello spirito.

È perfetta una madre che riesce a occuparsi del proprio figlio, di un lavoro, del mandare avanti le faccende di casa, ed è perfetto l'uomo che ha accanto, che la sostiene, si pone al suo servizio, lavora con impegno ed entusiasmo, si prende amorevolmente cura della famiglia e del proprio lavoro. Sono perfetti entrambi, anche quando appaiono imperfetti e allorché, attraversando i vari capitoli della propria vita, resistono e portano su di sé anche dei pesi, senza però smettere di andare avanti.

Il negare i propri bisogni conduce a un’esistenza povera su tutti i fronti e priva di emozioni e di scambi. Anche quando si tratta, ad esempio, di bisogni fìsici: c’è una gran quantità di persone che pretende di vivere come fosse puro spirito e si aspetta lo stesso dagli altri. Si tratta di un vero e proprio disturbo, assai lontano dal modello che si prefìgge e che è possibile realizzare solo quando - dopo anni di intense e continue pratiche spirituali - si trascende completamente il piano fìsico e si vive in un'altra ampiezza, in un contatto costante e completo con l'Assoluto.

E una strada mistica riservata solo a pochissimi.

Una strada mistica

La paragono al raggiungimento di un grande pianista che, per eccellere in un repertorio vasto e ben eseguito, sacrifica tutta la vita per lo studio e il perfezionamento. Anche nella spiritualità e nella vita in generale è così: solo una dedizione costante e un’applicazione completa permettono di conseguire la realizzazione suprema. Nell’illusione di essere grandi solisti, molti si riducono a essere modesti strimpellatori. Conviene piuttosto cambiare musica e condurre una vita normale, al meglio delle proprie possibilità. Questa umiltà può condurre a una strada di grande bellezza e completezza.

Esiste un’altra perfezione, quindi, che non è un fine ma una realizzazione quotidiana.

Al contempo occorre però tenere distinto il bisogno reale e legittimo da tutti quei bisogni cronici e continui che sono tipici, ad esempio, di chi non ha potuto o semplicemente non è stato nelle condizioni di prendere dai genitori tutto ciò di cui aveva necessità durante l’infanzia, e dunque vaga nel mondo alla ricerca spasmodica di quel che gli manca pretendendolo dagli altri.

Questa forma di bisogno contrasta il desiderio e si manifesta come una fame insaziabile di amore, attenzione e considerazione. Nonché di beni materiali e talvolta di potere. Sono così le persone che, ad esempio, si lamentano. O quelle che sono sempre insoddisfatte. In simili casi, il bisogno permanente diventa un impedimento, piuttosto che una forza, nel movimento del desiderio.

Per questo motivo è necessario agire innanzi tutto sui propri blocchi, sulle vicende irrisolte della propria vita o della famiglia, liberando la strada da tutto ciò che impedisce il progresso, la crescita e la felicità.

La coscienza

La coscienza ha molti stati e si manifesta nella nostra vita su tre livelli. È essenzialmente un campo di energia. La comprensione del desiderio passa attraverso la consapevolezza che in qualunque istante della nostra esistenza viviamo, agiamo, desideriamo e pensiamo all’interno di una coscienza.

Non è sempre la stessa. Siamo infatti soggetti a varie coscienze e a vari livelli di coscienza. Ciascuno è un vero e proprio mondo energetico, che ha leggi, confini e influenze. Occorre affinare molto la percezione di sé e acquisire una profonda dimestichezza con i propri processi interiori per arrivare a distinguere le sfumature di queste coscienze.

Al di là del sapere in merito agli stati di coscienza, giunto a noi dai grandi maestri e dalle antiche tradizioni sapienziali, come lo yoga, la Kabbalah o l’ermetismo, ci limitiamo in questa sede a prendere in considerazione le sole strutture coscienti che esercitano un’influenza diretta sulla nostra vita e sono responsabili della nostra libertà e felicità. Perciò, in questo senso, la coscienza è più affine al concetto classico con cui intendiamo “buona” e "cattiva” coscienza, rispetto all’uso filosofico e spirituale del termine (ossia la Coscienza come infinito dispiegarsi dell’Assoluto, dall’immateriale al mondo concreto, come viene considerato anche nella filosofia greca da Platone in poi). Quindi, nell’usare il termine "coscienza”, mi riferisco alla coscienza dell’individuo e al campo cosciente (o meglio, ai campi coscienti) cui è soggetto, e dunque non a ciò che lo trascende.

Esistono per tutti tre livelli di coscienza, indipendentemente dalla razza, dall’età o dalle caratteristiche fisiche e psichiche.

Il primo livello è la coscienza personale.

Tutti la conosciamo bene e la percepiamo senza particolare difficoltà. È quella forza che abbiamo presente fin da bambini e che, sostanzialmente, ci fa percepire cosa è bene e cosa è male, non in assoluto ma a seconda del gruppo cui apparteniamo.

Lo scopo di questa coscienza è mantenere ogni elemento all’interno del gruppo di cui fa parte, e dunque di conservarne l’appartenenza. Perché ciò avvenga, agisce attraverso i sentimenti di colpa e innocenza. Per esempio, noi tutti avvertiamo istintivamente che i nostri genitori appartengono e rappresentano due distinte coscienze, ed esprimono quindi diverse leggi e confini. I bambini sanno bene che quel che possono dire o pensare con il papà può essere in conflitto con quanto è ammesso dalla mamma e viceversa: la colpa e l’innocenza vigilano affinché entrambe le appartenenze siano conservate. Per cui la coscienza del bambino è una specie di media delle coscienze dei genitori. Una lega ottenuta dalla fusione di due metalli che non sempre, anzi molto difficilmente, si mescolano completamente.

Bisogna tener presente che l’appartenenza è una questione vitale, non solo dal punto di vista dello spirito ma anche a livello biologico. Per qualunque animale restare all’interno del branco vuol dire vivere, esserne escluso significa morire.

Dunque ogni pensiero, sentimento e desiderio è influenzato dalla coscienza personale e controllato da essa. In altre parole, ciascun desiderio produce in noi un sentimento di innocenza se rispetta le leggi dei nostri gruppi di appartenenza, mentre ci fa sentire colpevoli se le viola o si spinge oltre esse.

Ogni gruppo ha le sue leggi, che sono uniche e diverse da quelle degli altri gruppi.

Il primo e più importante tra i gruppi è senz’altro la famiglia, a cominciare dai genitori. Alla famiglia fanno capo le leggi e i confini che sanciscono la nostra buona coscienza. Il bene e il male non hanno a che vedere con la buona e la cattiva coscienza: per una famiglia onesta la buona coscienza è servita allorché si agisce onestamente e gli appartenenti si sentono innocenti quando non commettono reati; chi appartiene a una famiglia criminale, al contrario, si sente innocente solo quando delinque. Per entrambi appartenere è importante, e la forza della coscienza spinge a essere onesti o disonesti, così vigilando sul legame.

Nonostante la coscienza personale preservi l’appartenere e conservi la vita, spesso produce il risultato opposto: chi appartiene a un gruppo, infatti, sente la necessità di rifiutare gli altri gruppi e questo conduce, all’estremo, a conflitti e guerre. Infatti, colui che si aggrappa al proprio diritto di appartenenza e dunque alla propria innocenza, è pronto a sacrificare tutto - persino la vita — per conservare entrambi.

Si ha la percezione che la salute e la vita non siano a repentaglio solo quando ci si pone contro altri gruppi, sebbene malattia, fallimento e morte talvolta possano essere il prezzo richiesto proprio per appartenere a un gruppo, specialmente a fronte di eventi drammatici nella sua storia. Lo vedremo più in dettaglio nel capitolo sulla guarigione.

In questi casi è evidente che desiderio e appartenenza entrano in conflitto. Una persona che nasce in una famiglia che ha vissuto gravi lutti o perdite può praticare tutto il pensiero positivo del mondo: il suo senso di colpa lo terrà vincolato alle sorti drammatiche del proprio nucleo, impedendogli ogni risoluzione ed evoluzione.

Una riflessione particolare riguarda l’ampiezza dell’amore che domina le diverse coscienze. L’amore della coscienza personale è ristretto ed esclude chi non appartiene al gruppo di riferimento. Consente di vivere in un mondo limitato e che non conferisce una particolare gioia, né crescita. Inoltre, colui che segue nel loro destino — qualunque esso sia — le persone che lo hanno preceduto, non prende in mano la propria vita e non persegue la propria unicità. Per così dire, gira a vuoto.

A questo punto, viene alla luce la prima importante legge del desiderio:

sorti drammatiche del proprio nucleo, impedendogli ogni risoluzione ed evoluzione.

Una riflessione particolare riguarda l’ampiezza dell’amore che domina le diverse coscienze. L’amore della coscienza personale è ristretto ed esclude chi non appartiene al gruppo di riferimento. Consente di vivere in un mondo limitato e che non conferisce una particolare gioia, né crescita. Inoltre, colui che segue nel loro destino — qualunque esso sia — le persone che lo hanno preceduto, non prende in mano la propria vita e non persegue la propria unicità. Per così dire, gira a vuoto.

A questo punto, viene alla luce la prima importante legge del desiderio:

Desiderare vuol dire rinunciare all’innocenza e all’appartenenza.

Questo testo è estratto dal libro "Desideriologia".

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