Dioniso - Igor Sibaldi
Giorni 00
Ore 10
Min. 09
Sec. 08

Dioniso - Anteprima del libro di Igor Sibaldi

Cosa avverrebbe se un Dio supremo si stancasse di contemplare dall'alto il nostro mondo?

Probabilmente, a Dio è avvenuto davvero qualcosa di simile a ciò che qui viene messo in scena. Ne ho avuto il sospetto già durante le ultime stesure, e poi soprattutto durante le prove: e me ne sono meravigliato, come sempre avviene quando ci accorgiamo della ragione segreta di qualche nostra azione.

Pensavo di stare ultimando soltanto una commedia, imperniata su un’idea paradossale: «Cosa avverrebbe se un Dio supremo si stancasse di contemplare dall’alto il nostro mondo, e di venire onorato come il creatore di tutto? Cosa farebbe? Dove andrebbe? Che sentimenti proverebbe? E i suoi fedeli, che ne direbbero?»

Mi era piaciuta questa trama, l’avevo sentita particolarmente mia: come se, sviluppandola, avessi voluto prepararmi anch’io al prossimo momento in cui tutto il mio mondo mi sarebbe sembrato troppo diverso da me e ne avrei voluto un altro. In fondo, ognuno di noi è il creatore del proprio mondo, e non c’è artista che a un certo punto non si accontenti più di una sua opera, e non voglia immaginarne un’altra. «Ed è bello, quando succede», pensavo. «E se in questa commedia Dio sembrerà troppo umano, poco importa: tutto quello che capiamo o immaginiamo degli Dei è umano».

Ma appunto verso la fine del mio lavoro, mi è tornato alla mente quel brano di Dante, da cui poi ho tratto l’epigrafe:

"A vergognar ti vien della tua fama.

E, se licito m’è, o sommo Giove Che fosti in terra per noi crocifisso,

Son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?"

«Se licito m’è»! Dante sapeva bene che era (ed è) un’eresia grave, vedere nel crocifisso il Dio di una religione precedente, pagana. Ma evidentemente gli premeva annunciare qui una sua intuizione o scoperta: quale? Aveva immaginato Zeus che decide di scendere dall’Olimpo e di nascere (di diventare un figlio di uomini) in Palestina, per insegnare agli uomini a essere figli di Dio: e lì viene ascoltato volentieri da alcuni, come innovatore, e odiato, da altri, come estraneo e blasfemo. Tra quelli che lo ascoltano e ne sono affascinati c’è Pilato, a cui Zeus doveva essere ben noto, e un gruppo di viaggiatori greci, che di Zeus dovevano sapere moltissimo, e che invitano Gesù a discutere con loro, forse addirittura a partire con loro per un tour ellenico, forse proprio perché avevano riconosciuto in lui qualcosa di familiare:

Vi erano anche alcuni greci. Questi avvicinarono Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vorremmo incontrare Gesù». Filippo va a dirlo ad Andrea, e Andrea e Filippo vanno a dirlo a Gesù. Gesù risponde loro: «E venuta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato».
Giovanni 12,20-23

Ma Gesù non accetta o non ha il tempo di accettare l’invito dei greci: poco dopo viene ucciso sulla croce.

Zeus nato ebreo e crocifisso

Zeus nato ebreo e crocifisso. È troppo strano? «Ma no, no» mi dicevo: si pensi a come somigliano a Zeus sia il Padre sia il Figlio, nell’iconografia cristiana del Padre e del Figlio che sovrastano le nubi e la Terra: forti, barbuti, belli, decisamente virili, maestosi sul trono, sapienti. Uno Zeus maturo con accanto uno Zeus giovane. E Zeus, in Grecia, era il Dio del potere: del poter fare, del poter volere, del poter cambiare le cose. Lo stesso tipo di potere che viene insegnato nei Vangeli.

Zeus che sopravvive alla fine della sua religione, e riappare con altro nome, ma mantenendo certi suoi tratti, al vertice della religione che l’ha sconfitto. O forse andò in un modo ancor più avventuroso: Zeus volle cambiare la sua religione, e perciò decadde - per trasformare se stesso e trasformare i suoi fedeli?

Provavo a ricostruire storicamente questa seconda ipotesi. Gesù, a quel che narra Matteo, era cresciuto in Egitto. E in Egitto, trecent’anni prima di Gesù, Zeus aveva realmente incominciato a discendere o, come diremmo oggi, a entrare in crisi: quando Alessandro Magno, dopo aver conquistato l’impero dei faraoni, invece di imporre il culto di Zeus si era fatto consacrare faraone lui stesso, accogliendo in tal modo gli Dei del luogo, il primo fra i quali era a quel tempo Amon, «l’Artefice».

E quando salì sul trono egiziano, Alessandro si proclamò «figlio di Amon-Zeus», cioè di Zeus che non potendo o non volendo più essere soltanto Zeus stava diventando Amon. Poi, sempre in Egitto, sotto i successori di Alessandro, Zeus cambiò ancora nome, divenne Serapide: un Dio misto, un po’ egizio, un po’ greco (simile ad Asclepio, Dio greco della guarigione, e della salute in genere), un po’ ebraico: un Dio, insomma, metamorfico, in cerca di una sua identità - e, davvero, io non posso non immaginare questa metamorfosi se non come lo sforzo supremo d’un Dio supremo di diventare diverso da se stesso, di uscire dal suo Olimpo, facendo concorrenza a se stesso, o perlomeno a quel che era stato fino a poco prima.

E non me lo spiego se non come un’insofferenza di Zeus verso i modi in cui lo si venerava prima, e verso tutto ciò che avveniva tra coloro che lo veneravano. Ci si figuri quale fu la reazione di Zeus, quando Socrate venne condannato a morte con l’accusa di aver voluto appannare il culto di Zeus con l’introduzione di nuovi Dei: poteva non indignarsi, Zeus? Poteva non soffrire, al pensiero che in nome suo una mente tanto bella venisse assassinata? Poté pensare: «Basta, me ne vado: quel che fanno là, lo facciano in nome di qualcun altro».

Il transito di Zeus

All’epoca di Gesù, il culto di Serapide era molto diffuso anche fuori dall’Egitto. Per qualche tempo (fino al il secolo d.C.) si intrecciò con il cristianesimo, contribuendo a formare l’immagine del Dio maschio cristiano. Poi quel culto sparì. L’immagine rimase. Il transito di Zeus da una dimensione religiosa a un’altra era compiuto.

Naturalmente, avrei potuto descrivere questo eccezionale auto-contrabbando divino anche in termini meno mitologici: per esempio, ponendo l’attenzione non sulla decisione del Dio, ma su quella dei teologi del tempo cioè sul modo in cui questi decisero di intendere e di far intendere la questione «chi è il nostro Dio?». Oppure avrei potuto fare riferimento alla cosiddetta psicologia del profondo, alle dinamiche degli archetipi fondamentali della psiche e della cultura dell’Occidente. Ma avrei soltanto complicato un po’ di più la mia descrizione, mentre la sostanza sarebbe rimasta uguale; così preferivo, nel mio ragionare, la forma più ingenua. Intanto, ancor più naturalmente, le domande che questa ipotesi mi suscitava erano una folla.

Dunque nel punto più alto della principale religione mediterranea non è cambiato gran che, negli ultimi tremila anni? Zeus regnava e regna ancora?

E perciò il nome della maggiore carica sacerdotale romana, il Pontifex maximus, si è mantenuto nel nome del pontefice cristiano?

E la moglie di Zeus, la gelosissima Hera, la Dea dell’ordine costituito: che ne è stato di lei? E diventata la Madre Chiesa? O la Madonna incoronata? O tutt’e due insieme?

Ma soprattutto: «E se capitasse ancora?» L’indignazione che Zeus poté provare dopo che Socrate fu ucciso in suo omaggio non dovrebbe essere molto diversa da quella che il Dio cristiano avrebbe potuto provare quando in suo nome venne arso sul rogo Giordano Bruno. Quindi, se ai primi del Seicento o in un qualsiasi altro periodo di roghi, di massacri, ingiustizie, ruberie, imbrogli perpetrati in nome del Dio cristiano, questo Dio -l’ex-Zeus - ne avesse avuto o ne avesse ancora una volta abbastanza, che cosa ne conseguirebbe?

«Oggi non ne conseguirebbe molto» ragionavo tra me. «Oggi la religione ecclesiastica è ben più salda di quanto non lo fossero le religioni ellenistiche; e reggerebbe allo shock di non avere più un Dio: le rimarrebbe l’istituzione. Le basterebbe. Basterebbe alla gente. Almeno per un po’. Per quanto?»

Il punto d’inizio

E in tal modo, venivo a trovarmi al punto d’inizio, a quando, cioè, mi era venuta in mente la trama della commedia e avevo cominciato a scriverla, senza ancora sapere di che cosa veramente stessi scrivendo. «La mia matita è più intelligente di me», amava dire Einstein. Dev’essere una cosa vera per moltissimi altri: anche la mia stilografica usa-e-getta era stata più intelligente di me, mentre buttavo giù le prime scene; e io me n’ero accorto solo alla fine. Frattanto, di un’altra cosa mi accorgevo: proprio grazie alla questione «Per quanto reggerebbe una religione abbandonata dal suo Dio?», cominciavo ad avere nuove idee sull’impoverimento della religiosità cristiana. Tale impoverimento è, oggi, sempre più evidente. E sufficiente considerare un paio di episodi.

Qualche anno fa, un Papa ha compiuto lo stesso gesto dello Zeus della mia commedia, lasciando il soglio perché la sua Chiesa non gli piaceva più: e il fatto che questa incredibile risoluzione non abbia scosso minimamente i fedeli cattolici è spiegabile soltanto se si suppone che alla gente non importi quel che nella Chiesa si dice e si fa, purché la Chiesa continui a restare formalmente al suo posto. Ciò comprova il bisogno di autorità dei fedeli, non certo la loro religiosità - che è attenzione non verso la forma, ma verso i contenuti.

E da un decennio, suppergiù, in alcune aree dell’Occidente cristiano si è diffusa la fede non soltanto nell’esistenza, ma anche nell’importanza degli extra-terrestri. Che sia una fede, è ben chiaro: negli extra-terrestri si crede esattamente come prima si era creduto negli Angeli o nelle apparizioni - con quella stessa ansia, con quello stesso sforzo, con quella stessa passione, spesso, e con quello stesso tipo di «prove» basate su affermazioni di alcuni riguardo ai loro incontri ravvicinati (come a Fatima o a Lourdes o a Medjugorje) e su insistenze giornalistiche. Una fede: e appunto in quanto fede è un fenomeno di grande interesse storico-religioso - più ancora che psicologico.

Il bisogno di credere

Che la gente abbia bisogno di credere o di non-credere (cioè di reagire con nervosismo a un oggetto di fede) è cosa nota da sempre. È anche cosa giustificabilissima: chiunque sia dotato di un po’ di sensibilità, della capacità di porsi domande esistenziali («Cosa ci faccio qui? Perché vivo? Cosa voglio davvero?» ecc.) avverte fin dall’infanzia il senso profondo, e certamente bello, della mancanza di qualcosa. Pochi arrivano a scoprire che quel che davvero manca a loro è il loro autentico io, la loro libertà dai condizionamenti e dall’oppressione, la gioia, la generosità verso se stessi e verso gli altri. La maggioranza degli individui non riescono a non pensare che quel che a loro manchi sia altrove: e tutte le religioni assecondano questa maggioranza, la placano fornendo oggetti di fede più o meno saggi, più o meno semplici, più o meno benefici per l’evoluzione.

Ora, da qualche tempo questa fornitura è cessata, nelle Chiese cristiane - istituzioni divenute, ormai, religiose soltanto nel senso rituale del termine, e per il resto simili in tutto e per tutto a lobbies e a partiti politici. Certo, nei loro discorsi le varie gerarchie cristiane riservano ancora qualche spazio alla retorica dei buoni sentimenti e della colpa e talvolta alle Persone divine e ai santi, ma, appunto, è soltanto retorica, fredda, doverosa, ripetitiva, e viene avvertita come tale da tutti gli individui sinceramente religiosi, lasciandoli (se ne accorgano o no) angosciosamente insoddisfatti. Il loro bisogno di fede rimane un appetito, si trasforma in una fame, diventa facilmente una denutrizione. E chi è denutrito può sentirsi disposto a ricevere cibo da chiunque prometta di nutrirlo, qualunque sia quel cibo.

In tal modo, e non per la macchinazione di qualcuno in particolare, ma semplicemente per inedia religiosa, ultimamente è potuto avvenire che un tema come quello degli extra-terrestri abbia preso il posto che prima era tenuto dagli argomenti di fede del cristianesimo. Poco importa, ai religiosi famelici, che l’origine di quel tema sia nella letteratura popolare e nell'entertainment nordamericano del secolo scorso; poco importa che la sua origine sia stata la paura degli yankee nei riguardi del comunismo e la loro secolare repulsione per gli europei (e sia quella paura sia quella repulsione furono acute durante le forti ondate migratorie negli Stati Uniti, e durante la Prima Guerra Mondiale, quando gli Stati Uniti tornarono a interagire strettamente con la politica europea): gli «E.T.» nacquero, proprio ai primi del Novecento, come espressione del timore che la civiltà infetta del Vecchio Continente invadesse la libera, pura America. (Non per nulla, nel film Incontri ravvicinati del terzo tipo, chi intuisce il modo di comunicare con l’astronave aliena è uno specialista francese). Di questa origine storica del mito degli alieni, agli affamati di fede importa tanto poco quanto, a suo tempo, ai cristiani importò dell’origine storica dell’idea di collocare il Natale il 24 dicembre.

Ciò che conta è poter credere di nuovo in qualcosa che viene da lassù, dopo che per lungo tempo (dai primi anni Sessanta, suppergiù) le Chiese non avevano più provveduto a quel bisogno tanto elementare. E forse - mi chiedevo io - non vi avevano più provveduto perché non avevano più nulla da dare, dopo che Dio se n’era andato di nuovo? Perciò non potei non sorridere, quando alcuni studiosi - da Sitchin al mio caro amico Biglino - giunsero a vedere nella Bibbia un documento di ufologia, cioè ad affermare nel modo più netto questa occupazione, da parte della fede negli extra-terrestri, del posto lasciato vuoto, in cielo, dalla impigrita, svuotata, orfana teologia occidentale. Che in tal modo andasse perduta, per l’ennesima volta, la possibilità di orientare il proprio bisogno di fede verso la fede in se stessi invece che verso un cielo abitato, non mi è sembrato e non mi sembra un danno degno di nota: è soltanto il riproporsi di una millenaria ragione di tristezza, di cui, appunto per la sua vecchiaia, si può dire tutto, ma non certo che sia urgente superarla.

Infine, in questa prefazione, mi corre l’obbligo di spiegare il titolo della commedia. Non tutti, purtroppo, sanno chi sia Dioniso. E non è mia intenzione spiegarlo qui: è un Dio troppo mirabile, troppo sconvolgente, perché mi possa venir in mente di togliere, a chi vuol saperne di più, il piacere di scoprirlo di persona. Mi basterà dire che in Dioniso, figlio di Zeus e di una donna mortale, ucciso e risorto, predicatore tra gli umani e gli animali, innamorato più dei mortali che degli Dei, attorniato da discepoli e da donne, amante (anche in questo è simile a Gesù) del vino, inteso come simbolo intensissimo e non solo come bevanda inebriante, in Dioniso, dunque, si era espressa, millenni prima della crisi egiziana di Zeus, la possibilità che un Dio lasciasse il Cielo per la Terra. È un Dio outsider. Un Dio ribelle. Un varcatore di confini e un annientatore di limiti. Zeus lo amava tenerissimamente. Hera lo odiava in maniera assoluta. Nella commedia, come si vedrà, Zeus vuole andare a cercarlo, per imparare da lui. E, dato che gli Dei sono sempre stati nel profondo dell’animo, si può star certi che lo andrà a cercare in se stesso. Hera, in risposta, farà qui quel che auguro a tutti gli amanti di un Dio che abbia deciso di stancarsi del suo culto e del suo mondo. E un augurio di tutto cuore. E spero giunga puntuale.

Milano, luglio 2015

Questo testo è estratto dal libro "Dioniso".

Ti è piaciuto questo articolo? Rimani in contatto con noi!

 

Gli articoli più letti
Gli ultimi articoli pubblicati
IN QUESTA SEZIONE:
Articolo consigliato:

Dioniso

Un Dio oltre Dio

Dioniso Igor Sibaldi

Igor Sibaldi

Cosa avverrebbe se un Dio supremo si stancasse di contemplare dall’alto il nostro mondo, e di venire onorato come il creatore di tutto? Cosa... continua