Discorso alla Luna - Selene Calloni Williams - Estratto
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Discorso alla Luna - Anteprima del libro di Selene Calloni Williams

Don Renato, il vescovo e il mito di Amirani

Don Renato, il vescovo e il mito di Amirani

“Vieni fuori di lì!”.

L’urlo fece scappare lo stormo di rondini che volava in prossimità dell Acropoli. Era sera e gli uccelli cercavano di tornare nelle grotte ai loro nidi, ma quell’uomo mingherlino teneva le braccia spalancate proprio davanti alle aperture nella roccia dove questi si trovavano.

Indossava un’elegante kurta di seta con maniche larghe e il dothi, la gonna maschile finemente drappeggiata secondo il costume indiano. La pelle leggermente scura tradiva le sue origini per metà indiane e per metà europee.

Mancava meno di un minuto all’orario di chiusura del sito archeologico e gli ultimi turisti stavano lasciando l’Acropoli.

Non potevano vederlo perché stavano scendendo dal Partenone, mentre lui si trovava dal lato delle grotte, quello meno visitato.

Che strano , stava pensando, “che la maggioranza dei turisti che giunge all’Acropoli ignori l’esistenza delle grotte”. Seguendo le guide turistiche, i visitatori si muovono quasi sempre sul versante meridionale del Peripatos, l’antica via che circumambula l'acropoli. Solo qualche solitario si spinge sul versante settentrionale fino alla confluenza della via Panatenaica o alla Fonte Clepshydra e poi, forse pensando che non vi sia più nulla da vedere, torna indietro, verso il ben più noto Teatro di Dioniso. Le grotte sono più in là, dopo l'ultima piccola guardiola della sorveglianza.

Allarme

L’addetta alla sicurezza era uscita dalla guardiola correndo non appena aveva sentito il grido. Adesso stava di fronte all uomo con un po di paura. Pensandolo pazzo, ritenne di non poter affrontare la situazione da sola. Quindi, senza togliergli neanche per un istante gli occhi di dosso, sfilò la ricetrasmittente dalla cintura e chiamò il collega che stava chiudendo il cancello dell’entrata sottostante.

L'uomo che aveva urlato in una lingua a lei incomprensibile se ne stava con le braccia aperte rivolte verso il cielo. La seta delle larghe maniche della sua tunica indiana brillava nella luce rossastra del tramonto. Per un attimo la guardiana lo credette un antico dio greco. "Oggi abbiamo preso tutti troppo sole”, si disse, contenta di sentire i passi del collega che correva verso di lei. Alla radio aveva sentito che quella era stata la giornata di settembre più calda ad Atene degli ultimi sessant’anni.

“Signore, che cosa è successo, si sente bene?” Gli si avvicinò di un passo, non appena vide la sagoma del collega sbucare da dietro la roccia.

Renato abbassò le braccia, nemmeno si era accorto della presenza della guardiana. Provò un intenso imbarazzo e disagio. Tossì.

La guardiana si avvicinò ancora, ormai il collega era arrivato e stava ansimando per la corsa a pochi centimetri da lei.

“Chi è? Cosa è successo?”, le chiedeva l’uomo che le era sembrato pazzo. Lei non rispondeva, non potendo credere ai propri occhi: quell’uomo assomigliava terribilmente al noto teologo Renato Arun. Aveva appena finito di leggere un suo libro, un testo divulgativo, seppure di un certo spessore culturale. Il volto del sacerdote, un po’ indiano è un po’ europeo, era in copertina ed era assolutamente uguale a quella dell’uomo che aveva di fronte. Un viso talmente insolito che sarebbe stato diffìcile sbagliarsi. Non ebbe più dubbi quando vide il crocefìsso che portava al collo: era lo stesso che indossava nella foto di copertina.

Ma lei... lei è Renato Arun!”, esclamò in inglese, la lingua che era solita parlare con i turisti.

Renato annuì timidamente.

“Allora mi volete dire cosa è successo?”. Il guardiano era appena accorso, seccato per essere rimasto sul posto di lavoro qualche minuto oltre la chiusura dei cancelli, pur sapendo che a casa lo aspettava una moussakà di melanzane e patate appena sfornata dalla sua mamma.

“Mi scuso per il mio grido”, disse Renato, “mi era sembrato di vedere laggiù, in lontananza, una persona che conosco e ho cercato di chiamarla”.

“Pareva un grido d’allarme, signore”, disse la guardiana. “Io non conosco la sua lingua, mi sono spaventata!”.

Aveva urlato in italiano, la lingua ufficiale del suo stato: il Vaticano. Sebbene Renato avesse due lingue madri, l’indi e il russo, usava l’italiano per pensare tra sé e sé e, ovviamente, anche per urlare in modo sconsiderato i propri pensieri, cosa che, a dire il vero, non solo non aveva mai fatto prima di allora, ma neppure avrebbe mai pensato di essere capace di fare.

“Vede, gentile signora”, l’inglese di Renato Arun era stato perfezionato nel corso dei suoi lunghi anni di insegnamento all’Università di Cambridge, “dicono bene coloro che sostengono che la vita ha inizio a cinquant’anni. Io, che li ho superati da un po’, mi accorgo di essere divenuto più sensibile alla bellezza. La vedo dove prima il mio occhio scorreva distratto e un po’ assente, tanto era concentrato sulle tematiche della metafìsica divina. Oggi vedo dio anche nei sassi, guardarlo mi dà forza e mi perdoni per la forza che ho messo nella mia voce”.

La voce

La guardiana non aveva capito praticamente nulla, anche perché non conosceva molto bene l’inglese. Ma era incantata dalla sua voce e dalla sua presenza. Era una cattolica che viveva in una città di popolazione prevalentemente ortodossa. Renato Arun era un prete cattolico, ma era un teologo di fama mondiale che aveva conquistato un pubblico molto vasto, al di là dei confini del cattolicesimo. La sua principale missione, dichiarata nei suoi libri, era la divulgazione di un sentimento di sincretismo religioso che potesse dare voce a una religione universale della libertà, capace di superare i particolarismi delle singole confessioni. Da prete cattolico quale era sosteneva che i vescovi dovessero sposarsi e fare famiglia. Insomma, era un prete decisamente particolare, simbolo di una religione come autentica confessione spirituale di fede.

Io devo chiudere il cancello”, disse il guardiano con un occhio all orologio, pensando alla moussakà che lo aspettava.

Renato strinse la mano che la custode gli tendeva per salutarlo, poi seguì l’uomo fino al cancello.

E l'amico che stava chiamando? , gridò la custode in direzione dei due uomini già sul sentiero sottostante, che guidava all’uscita.

Renato guardò in alto, verso la voce della donna. Non riusciva a vederla per via delle fronde di un ulivo, ma le rispose: “Non si preoccupi, lui conosce la strada!”.

La strada la conosceva per certo, perché l’amico al quale Renato aveva chiesto di uscipe dalla grotta era niente di meno che Pan, il grande.

Che un sacerdote cristiano invochi un dio pagano potrebbe sembrare un assurdità, a meno di non conoscere bene Renato Arun.

Coltissimo e geniale, aveva tradotto i Veda dal sanscrito all indi a soli diciannove anni e a venticinque aveva pubblicato una versione tutta sua dell,Iliade, poema che amava quasi più dei Vangeli: e non si vergognava a dirlo nemmeno quando, a ventisette anni, prese l’iniziazione e divenne sacerdote.

Una opportunità

A ventinove anni gli fu offerta la cattedra di storia delle religioni all’Università di Cambridge.

Li Renato scrisse opere di incredibile potenza, come quella dedicata al mito e alla fede in cui spiegava che dio è un idea, un mito dell uomo. Le idee, diceva, sono eidola, iddei, e gli dei sono idee creative. Se dio è un’idea dell’uomo e l'uomo è fatto a immagine e somiglianza di dio, allora dall idea che un uomo ha di dio procede l’immagine che egli ha di sé. Siccome il destino di ciascuno di noi dipende strettamente dall idea che abbiamo di noi stessi, ne consegue che l’idea che abbiamo di dio è fondamentale per determinare il nostro destino.

“Bisogna ritrovare un’immagine di dio più vicina alla natura”, aveva scritto Renato trent’anni or sono e mai aveva cambiato opinione. “Dio deve ritornare a respirare nella natura e nel corpo e animarne nuovamente la bellezza”.

Ma Renato sapeva che l’idea di un dio come spirito naturale e selvaggio era morta tra gli uomini. Il dio Pan, che rappresentava quell’idea, personificando il mito dell’anima selvaggia, lo spirito della natura e l’istinto del corpo, se n’era andato via dal mondo e non ne voleva sapere di fare ritorno. Di tutti gli dei che popolano l’immaginario umano uno solo, infatti, gli risultava che fosse veramente morto. Caso unico, perché di regola gli dei sono immortali.

Plutarco, storico greco vissuto sotto il dominio romano, di cui Renato aveva tradotto le opere, aveva raccontato di questa morte, del tutto insolita, in un celebre passo dei suoi scritti dal titolo Il tramonto degli oracoli.

Lo storico aveva narrato che, durante una traversata dalla Grecia alle coste dell’Italia, i passeggeri di una nave fenicia avevano sentito levarsi da una piccola isola una misteriosa voce che aveva ordinato a uno di loro, un certo Tamo: “Quando sarai a Palodes (porto dell’Epiro), annuncia a tutti che il grande Pan è morto”.

Tamo, attonito, aveva deciso di dare l’annuncio solo se, una volta che la nave fosse arrivata in porto, ci fosse stata calma di vento e di mare.

A Palodes vi fu calma piatta, per cui Tamo, a gran voce, dalla poppa della nave e rivolto verso la terra, aveva dato l’annuncio: “Il grande Pan è morto!”. Non fece in tempo a completare la frase che tutti a bordo della nave udirono provenire da terra un lamentoso pianto, non di una ma di molte persone, misto a esclamazioni di stupore.

“Un dio non può morire per sempre”, pensava tra sé e sé Renato, mentre scendeva lungo la strada che collegava l’Acropoli alla città. Nel cielo si preparava un temporale. “Un dio può solo andarsene, decidendo di voltare le spalle agli uomini. Caro, Pan, duemila anni mi sembrano un tempo più che sufficiente, adesso devi uscire dalle viscere della terra, dove ti sei ritirato; io voglio assistere al tuo ritorno quando ancora sono in vita. Vieni fuori dalla tua grotta, Pan, vieni fuori di lì!”.

“In duemila anni moltissime cose possono cambiare, anche Pan sarà cambiato”, si diceva ancora Renato, chiedendosi come avrebbe potuto raffigurarlo un artista contemporaneo. Come il suo amico Boterò, per esempio.

Sicuramente aveva ragione: che il tempo cambia le cose. Anni or sono l’avrebbero condannato a bruciare vivo, come avevano fatto con quel Giordano Bruno a cui poi hanno eretto il monumento a Campo dei Fiori. Ma oggi Renato Arun era uno dei massimi punti di forza di una Chiesa che voleva provare a rinnovarsi.

“Se oggi il papa ti vedesse”, pensava ancora Renato, sempre rivolgendosi a Pan, “non ti confonderebbe con il diavolo, quella è roba vecchia, l’abbiamo superata per fortuna! Dai, forza, dacci almeno una possibilità! Al massimo spaventerai qualche donna, guardandola sotto la gonna mentre prende la comunione, ma sarà una terapia della nostra cultura e anche il parroco te ne sarà grato”.

Continuando a formulare pensieri di questo tipo e ridendosela di gran gusto, Renato raggiunse camminando la collina dell’Areopago, dove l’attendeva il vescovo.

Incontro con il vescovo

L’Areopago era stato il tribunale degli antichi ateniesi. Sulla collina dove sorgeva oggi ne rimangono solo i resti: enormi blocchi di pietre levigate sulle quali è facile scivolare. Ma ai ragazzi di Atene questo posto piace molto. La sera ne fanno un luogo di ritrovo e lo affollano.

Scansando con un piede una lattina di birra abbandonata, Renato si sollevò sopra una roccia, poi mise una mano su una pietra per issarsi ancora più in alto. La sue dita, snelle e nervose, schiacciarono qualcosa che si accartocciò facendo molto rumore: era una tazza di plastica vuota con la scritta Starback. Renato se la mise in tasca con l’intenzione di gettarla nel primo cesto dei rifiuti che avesse trovato. Si issò sopra la pietra e gli si aprì davanti lo spettacolo della folla di ragazzini seduti in cima alla collina che fumavano, beve vano, ascoltavano musica, chiacchieravano e, negli angoli più appartati, si baciavano.

“E adesso come lo trovo il vescovo?”, si chiese. Poi pensò di essersi confuso e di aver sbagliato il luogo dell’appuntamento, perché il monsignore non poteva certo trovarsi in mezzo a quella giovane folla.

Ma essere lì gli dava un senso di gioia enorme. Innanzitutto era sulla collina dell’Areopago e, per un amante dell’antichità come lui, non era cosa da poco; inoltre era una serata magnifica, il cielo offriva lo spettacolo di un tramonto rosso fuoco, alla sua destra poteva ammirare l’Acropoli e il Partenone illuminati. I ragazzi lo guardavano come se fosse un extraterrestre, forse per i suoi eleganti abiti indiani, forse perché non era più un ragazzo da molti anni, o magari perché camminava tutto curvo in avanti per paura di scivolare. Indossava delle ciabatte infradito di cuoio, secondo il costume indiano; il cuoio liscio sulle enormi pietre levigate dell’Areopago non era proprio il massimo del confort. Decise di togliersele. Nel mentre sentì alle spalle una voce che lo chiamava in un italiano dal forte accento inglese.

“Reverendo!”. Si voltò, ma vide soltanto due ragazzi che si baciavano avvinghiati.

“Sono qui!”. Avanzò di due passi verso l’orlo dell’ammasso di pietre sul quale si trovava e vide il vescovo sotto di sé.

“Mi aiuti a salire, la prego!”. Renato depose a terra le sue ciabatte e tese le mani al vescovo.

Indossava pantaloni, giacca e cappello, tutti neri. Il solo segno distintivo del suo stato era il collarino ecclesiastico bianco che risaltava nella luce della sera, quasi fosse fosforescente.

Si abbracciarono. Sulla collina per qualche istante calò

Il silenzio, tanto fu lo stupore dei ragazzi nel vedere quei due personaggi - insoliti per quel luogo e a quell’ora - scambiarsi un saluto così caloroso.

...

Questo testo è estratto dal libro "Discorso alla Luna".

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