Discorso sul Sintomo - Gabriele Policardo - Estratto
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Discorso sul Sintomo - Anteprima del libro di Gabriele Policardo

Inizio - Umili - Destino

Inizio

Per prima cosa, percepisciti.

Si tratta di qualcosa che, probabilmente, non ti accade spesso. Se ci fai caso, quasi tutta la nostra civiltà è orientata verso il movimento opposto, ovvero la fuga dalla percezione di se stessi, lo svuotamento, l’alienazione.

Incontrati.

Quanti rifiutano d’incontrarsi e si perdono l’esperienza più interessante e bella!

Ora, osserva cosa accade in te. Quali parti del tuo corpo senti più di altre? Dove un organo, un tessuto, un punto richiedono attenzione? Com’è il respiro? Ampio e sereno, o contratto e frammentato? Fluisce lieve, leggero? O a scatti? Forse qualcosa ne impedisce la libertà.

Un sintomo, una questione, una paura, una lieve ansia.

E anche il sentimento... riesci a percepirne uno di fondo? E uno più in primo piano? Può darsi che in questo preciso istante più sentimenti, anche contrastanti, stiano coabitando in te, che ci sia una frase, ascoltata diverso tempo fa, che continua a risuonare, come fosse rimasta incastrata lì, nella tua mente; un disco incantato, fermo nello stesso punto, in attesa di essere processato e smaltito.

Una frase detta da qualcuno cui tieni, in un momento di nervoso; o anche una "sentenza” proveniente dall alto: dal tuo datore di lavoro, da un avvocato che segue una tua causa, da un genitore, un partner, un figlio o addirittura da un medico.

Una diagnosi.

Caduta sul tuo capo, sulle tue spalle, nella tua anima come una condanna a morte. O, diversamente, come un semplice comando post-ipnotico.

Tutto questo, ora, fa parte di te. Ed è una combinazione unica, un immenso paesaggio relazionale interiore, che ci racconta la storia di te in questo momento.

Tu, un essere vivente così colmo di umanità, trasformazione, movimento. Ultimo anello di una catena infinita, attraverso la quale la Vita si esprime in modo unico e irripetibile. Tu, un pezzo inimitabile, un autentico capolavoro, capace di gioire, di sbagliare, di soffrire, di fare, disfare, attendere, osservare e continuare.

Se rifarai questo esperimento di percezione domani, tra una settimana o tra un mese, tutto sarà diverso. I saggi ci ricordano: che tu sia nella gioia o che ti trovi nel dolore, la tua condizione cambierà.

Sorridi a questo cambiamento? O lo temi e lo combatti?

E adesso, come vivi tu, in questo costante divenire? Qui e ora, connesso con te stesso?

Umili

Come ci poniamo nei confronti del sintomo, della nostra vita, dei nostri genitori, degli altri? Siamo umili? O arroganti? Molti lo sono, verso i propri sintomi. Esattamente come con i genitori. Alcuni li rifiutano, li disprezzano, li aggrediscono con tutta la propria rabbia, con tutta la furia, il rancore, la vendetta.

Ritengono la malattia una maledizione, un castigo divino, si rifiutano di considerarla un’opportunità, una richiesta della propria anima, una connessione profonda, al servizio della vita stessa, dell’amore più ampio, della riconciliazione e della guarigione. La malattia è al servizio della guarigione, come il buio è al servizio della luce.

Dunque, molte persone si ergono al di sopra della malattia e del destino, sostituendosi a Dio e giudicandolo. Reagiscono al sintomo con il solo atteggiamento che preclude ogni soluzione: il vittimismo.

Il porsi come vittima non è casuale: in Dio, nel destino, nella guarigione, rivedono i propri genitori. Nella malattia, inconsciamente, guardano alla mamma o al papà, non di rado prendendo dall’una o dall’altro il sintomo, nell’amorevole ma arrogante tentativo di salvarli.

Anche rispetto al confrontarsi apertamente o con chiusura con tutti i percorsi alternativi, questo atteggiamento risalta e riemerge. C’è chi, ad esempio, si pone verso la consapevolezza e la spiritualità con l’attitudine di aspettarsi o esigere qualcosa: è un’istanza infantile, un "non mi avete dato abbastanza”, un modo per dire: «Voglio di più, e ancora di più». Si proiettano i genitori sugli operatori della salute e sui percorsi terapeutici, alternativi e anche ufficiali.

L’avvicinarsi a un terapeuta o a un facilitatore con l’implicita richiesta “fai tu qualcosa per me", tradisce questa proiezione e preclude ogni possibilità.

Quando qualcuno afferma di cercare aiuto, di voler stare meglio, d’impegnarsi per la propria guarigione, senza però metterci la volontà personale, sta cercando di sbarazzarsi del problema scaricandolo su un altro, rinnegando la propria responsabilità.

Questa strada non conduce da nessuna parte.

Come ci poniamo allora nei confronti della malattia e del sintomo? Ci manteniamo umili, piccoli, in una posizione che rinunci all’arroganza, al voler salvare noi stessi e soprattutto gli altri; aperti e coraggiosi, in contatto costante con il cuore, presenti il più possibile e centrati, connessi con tutto e tutti, rispettando i nostri genitori, i sintomi e il destino, così come ci sono stati donati dalla vita.

Questa è già una guarigione.

Tanti non hanno alcuna percezione di quanto la loro energia venga dissipata nell’inconsapevole missione di salvare la propria mamma o il papà. La maggior parte di essi trasferisce questo atteggiamento nel terapeuta e, se disgraziatamente divengono terapeuti, lo trasferiscono sui propri pazienti!

Non c’è via d’uscita che nel rispetto. Nell’umiltà. Nella rinuncia. Rinuncio a salvare, m’inchino al destino degli altri, li amo con rispetto e con tutto ciò che appartiene loro.

Mi "dimetto” dalla rabbia, dal giudizio, dall’aggressione.

Lascio ad altri le guerre sante, il voler convincere, il dover dimostrare.

Mi pongo all’ultimo posto.

E, da questo, osservo con amore.

Destino

Il tuo sintomo è il tuo destino. Che tu lo voglia o no. Ogni istante, il tuo sintomo — un movimento creativo dello spirito - ti accompagna per mano di fronte a un bivio: se lo accogli come un messaggero, se lo interpreti come un simbolo, se lo ascolti come una musica della tua anima, può divenire il migliore dei tuoi amici, il più saggio dei tuoi consiglieri e probabilmente, un giorno, si allontanerà da te, svanendo nella dimensione da cui è provenuto; se lo rifiuti, s’impossesserà di te, diverrà il tuo peggior nemico e ti porterà con sé, anche fino alle soglie della morte.

Ciascun sintomo ha forza. E la forza cresce quando il sintomo si rivela come manifestazione unica del destino. Il destino stesso, quando si rivela, conferisce una forza che, non di rado, è straordinaria.

Purtroppo noi tendiamo a rifiutare il destino nei suoi aspetti dolorosi e malvolentieri accettiamo i sintomi e le malattie. Qualcuno può trovare assurda l’idea di considerare un sintomo come parte del destino: eppure è proprio questo l’esatto e spietato riconoscimento della realtà.

In ciò dobbiamo fare un notevole sforzo di crescita e rinunciare all’illusione, all’innocenza, alla magia dei bambini.

Specialmente quelli che, inermi e addolorati di fronte alla sorte dura di un genitore o di un parente, tentano in tutti i modi di salvarlo, a costo di rinunciare alla propria salute e persino alla propria vita.

Scopriamo così che, il più delle volte, non è tanto difficile accettare il nostro sintomo come parte del destino che ci è toccato, quanto accoglierlo in coloro che amiamo e che, di fronte ai nostri occhi disarmati, lottano con il dolore, scansano la morte, sopportano il peso di un destino cui, forse, noi non sapremmo sopravvivere.

E tu, da adulto, come accogli il tuo destino e i tuoi sintomi? Li combatti? Li ascolti come consiglieri? Li rifiuti come sciagure?

E nel tuo cuore di bambino, ancora oggi a quale destino guardi? A chi va il tuo amore? Chi, per te, è importante, al punto di non saperne sopportare il destino?

A chi, intimamente, sei legato?

Questo testo è estratto dal libro "Discorso sul Sintomo".

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