Evoluzione Non Autorizzata - Marco Pizzuti - Estratto
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Evoluzione Non Autorizzata - Anteprima del libro di Marco Pizzuti

I primi androidi sono già qui

I primi androidi sono già qui

Il termine androide venne utilizzato per la prima volta nel 1270 dal filosofo, teologo e scienziato Alberto Magno per definire gli esseri viventi creati artificialmente dall’uomo attraverso conoscenze esoteriche. In epoca moderna, fuso di questo termine ha avuto largo successo nell ambito della fantascienza, che già molti decenni or sono ne aveva preconizzato l’avvento. Oggi gli androidi esistono davvero e, anche se sono ancora in una fase di sviluppo “embrionale”, gli studi informatici hanno dimostrato che non esiste alcun limite al progresso dei computer e dei sistemi robotizzati in grado di emulare perfettamente ogni movimento, azione o ragionamento logico umano. Si sapeva già da molto tempo che prima o poi saremmo riusciti a costruire degli androidi con le nostre fattezze, ma la recente realizzazione dei primi “replicanti” con sembianze realmente umane ha letteralmente sbalordito il mondo.

Nel 2014, in occasione dell’esposizione “Android: what is human organizzata dal National Museum of Emerging Science and Innovation (Miraikan) di Tokyo, sono stati mostrati dei robot umanoidi talmente realistici da essere in grado di muoversi, parlare, rispondere ai loro interlocutori e produrre una mimica facciale (sorridere, sorprendersi, inquietarsi ecc.) quasi indistinguibile da quella umana. Sotto la loro morbida pelle a base di silicone, gli ingegneri hanno nascosto un sofisticato complesso di muscoli facciali artificiali che riescono a simulare qualsiasi espressione naturale del volto umano. Anche il loro sguardo è stato studiato per riprodurre il nostro in ogni minimo particolare: le palpebre si aprono e si chiudono con ritmo appropriato allo stato emozionale e alle espressioni facciali che si vogliono simulare, mentre le labbra, il collo, la testa e la mandibola si agitano con movenze cosi naturali da essere sovrapponibili a quelle umane. Il risultato è qualcosa d’impressionante, poiché vedere dei robot con il nostro aspetto, dalle future capacità cognitive superiori, genera profonde riflessioni su cosa stiamo creando.

Lo scienziato giapponese a capo del gruppo dei ricercatori che ha progettato e costruito gli androidi della mostra di Tokyo è Hiroshi Ishiguro, un brillante professore del dipartimento System Innovation dell’Università di Osaka. Per il momento si tratta solo di prototipi in grado di svolgere delle funzioni base, come sostenere una conversazione rispondendo correttamente a un circoscritto numero di domande, ma le loro capacità vengono potenziate e implementate anno dopo anno grazie ai continui sviluppi della robotica e dell’intelligenza artificiale. Nel 2015, infatti, Hiroshi Ishiguro ha mostrato alla comunità scientifica il suo nuovo androide denominato “Erica”, dalle caratteristiche tecniche talmente innovative da essere da lui considerato come la prima vera “Èva” della rivoluzione robotica. Il suo primato, però, è durato veramente poco, perché nell aprile del 2016 Chen Xiaoping e i suoi colleghi cinesi dell’University of Science and Technology of China, hanno mostrato un altro androide dall aspetto femminile che in quanto a realismo ha già superato anche l’ultima creazione di Ishiguro. Si chiama Jia Jia, riconosce la voce, il volto delle persone e il significato delle loro espressioni facciali, ha un sistema di navigazione, produce micro espressioni facciali, impara dagli errori e acquisisce continuamente nuove abilità mediante la connessione wireless a un “cloud” informatico (database online).

Molto prima di quanto possiamo immaginare, quindi, la maggior parte delle professioni civili e militari attualmente svolte dagli uomini verranno affidate a robot e ad assistenti virtuali creati al computer con l'intelligenza artificiale. Si sta così per avverare quanto dichiarato da Nikola Tesla a un giornalista nel 1898, in occasione della presentazione del primo battello completamente robotizzato di sua invenzione: “Quello che vede è il prototipo di una razza di robot, di uomini meccanici che svolgeranno il lavoro pesante per conto della razza umana”.

Il bioprinting 3D

Gli androidi di oggi hanno ancora la pelle di silicone, ma molto presto la loro struttura robotica portante potrà essere compietamente ricoperta da uno strato superficiale di tessuti umani (muscoli, cartilagini e pelle), con un proprio circuito sanguigno artificiale. Anche questo tipo di progresso delle biotecnologie era già stato anticipato dalla fantascienza in film come Terminator, dove l’androide usato dall’intelligenza artificiale per uccidere gli esseri umani era interamente rivestito di tessuti biologici.

La medicina ricostruttiva si è ormai evoluta a tal punto da riuscire a produrre molto rapidamente intere cartilagini complesse, già complete di pelle. La tecnologia che lo consente si chiama “bio-printing” e ha riunito insieme le più avanzate tecniche di coltura cellulare con le più sofisticate stampanti 3D. Queste ultime, infatti, adesso sono in grado di stampare un “inchiostro” contenente cellule umane viventi per dargli la forma e la dimensione voluta. Le cellule vengono letteralmente “stampate” su supporti polimerici biodegradabili e una volta terminato il lavoro di bioprinting sono pronte per essere trapiantate.

La squadra di ricercatori svedesi guidata da Paul Gatenholm che ha sviluppato la tecnologia per creare il “bio-inchiostro”, ha miscelato le cellule umane del tessuto cartilagineo (condrociti) con minuscole fibre di cellulosa del legno (o prodotta dai batteri) e altre molecole complesse (polisaccaridi) estratte dalle alghe brune. La stimolazione della crescita dei tessuti viene garantita dall’aggiunta di cellule staminali (cellule non ancora adulte che hanno la proprietà di specializzarsi in diversi tipi di tessuti) provenienti dal midollo osseo. Il composto così ottenuto viene poi “stampato” con precisione millimetrica, in modo da riprodurre l’esatta architettura di qualsiasi modello anatomico progettato al computer. Ciò permette di realizzare delle cartilagini di nasi e orecchie identiche a quelle naturali, che mantengono la loro forma senza collassare. Il raggiungimento di questo traguardo scientifico è stato attestato da una ricerca pubblicata su Nature nel febbraio del 2016. Il risultato estetico è a dir poco sbalorditivo, poiché le parti anatomiche umane riprodotte in laboratorio rasentano quasi la perfezione.

Le strutture artificiali utilizzate come base di supporto per il bio-printing sono formate da polimeri biodegradabili e hanno la particolarità di possedere una rete di microcanali che consente di nutrire e ossigenare le cellule fino a quando verranno trapiantate. La tecnica del bioprinting è ancora in fase sperimentale e per il momento è stata testata solo sugli animali, ma il successo ottenuto consente di prevedere con certezza che in breve tempo potrà essere applicata anche sull’uomo.

I ricercatori che hanno sviluppato la nuova tecnica rigenerativa hanno persino dimostrato di essere in grado di fabbricare artificialmente anche le mandibole e i muscoli scheletrici. Il loro lavoro, però, non è affatto terminato, perché adesso si aspettano di riuscire a riprodurre in laboratorio degli organi interi.

Il bioprinting, ovviamente, potrà essere impiegato anche sugli androidi dei prossimi decenni, che in questo modo verranno dotati di componenti biologiche come pelle, capelli, sangue, muscoli, peli e cartilagini, che li renderanno indistinguibili dagli esseri umani.

Questo testo è estratto dal libro "Evoluzione Non Autorizzata".

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