Fiabe per Pensare - Luigi Campagner
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Fiabe per Pensare - Anteprima del libro di Luigi Campagner

Proposte di racconto e ascolto

Raccontare, un'occasione per due

Parlare o trattare di fiabe è diventata un'attività poco comune se non si è impegnati in un lavoro di ricerca specialistica di letteratura, di psicologia, di antropologia o altro ancora. Da tempo poi il video ha preso il posto della parola usata per il racconto, e dell'ascolto che ne consegue. Ciò in particolare è accaduto tra le mura domestiche con l'avvento della televisione e di internet.

Certo la fiaba ha conosciuto una nuova fortuna grazie ai moderni strumenti di comunicazione, tuttavia con il passaggio dalla comunicazione orale alla comunicazione audiovisiva la sua modalità di proposta e di fruizione si è profondamente trasformata.

Mentre la prima modalità richiede di saper creare un certo rapporto di agio tra due soggetti, la seconda, che pur non esclude questa possibilità, ne può invece prescindere e spesso non la favorisce.

Rimangono però dei luoghi dove ancora i video vengono usati con parsimonia, ed ecco allora il racconto riprendere un posto di primo piano e di primaria importanza. Spesso sono i luoghi dell'infanzia: gli asili nido, le scuole materne e elementari che tengono in vita la fiaba e l'arte del racconto e che si fanno promotori di campagne di sensibilizzazione in tal senso.

La prima cosa che voglio focalizzare in questo discorso sulle fiabe non saranno i contenuti, di cui potremo occuparci più in là, ma le modalità relazionali del raccontare. L'incipit, infatti, in una fiaba non riguarda primariamente il suo contenuto, quanto piuttosto un atto di invito rivolto a un altro: «Vieni che ti racconto»; oppure: «Raccontami». L'inizio della fiaba è qualcosa che sta prima del consueto adagio iniziale «C'era una volta» e risiede in un atto relazionale, l'invito appunto, che sta al raccontare e all'ascoltare come l'appetito sta al mangiare con gusto.

In un adulto questo atto iniziale non può che rievocare un invito già accaduto, per sé, qualche tempo prima, in un passato forse non eccessivamente lontano, ma che ora può sembrare remoto.

Quando raccontiamo, qualcuno ascolta: le nostre parole arrivano alle orecchie di qualcun altro; quando prepariamo da mangiare, qualcuno mangia; quando laviamo, qualcuno risulterà più pulito, profumato e a suo agio.

Il bambino, per come pensato e detto nel discorso dell'adulto che se ne occupa, entra in scena come il terminale di un'azione a lui rivolta. È un soggetto altro da sé, che sta «di fronte», che sollecita un'attenzione, dei pensieri e, talvolta, delle preoccupazioni. Eppure questa raffigurazione, apparentemente realistica, è invece così parziale da rischiare una profonda distorsione dell'esperienza individuale di ciascuno. Ritenere reale solo il bambino «lì di fronte», l'altro da noi, il figlio o il piccolo alunno, è infatti il risultato di ima censura soggettiva, di una rimozione, che ha fatto sparire dall'esperienza dell'adulto il bambino che ciascuno di noi è stato.

Sotto questo profilo l'aspetto davvero rilevante del racconto delle fiabe e in generale di tutte le attività che hanno a che fare con i bambini è proprio quello di creare un ponte tra questi due poli: il bambino altro da sé e il bambino che ciascuno è stato.

È convenienza dell'adulto trattare le occasioni in cui si occuperà del bambino come un onore esprimibile in questo modo: sono onorato di potermi occupare di te, di poterti raccontare delle cose, di poter pensare con te, di poter guardare come ti muovi, di poter ascoltare come parli, di poter cogliere come pensi, di essere coinvolto nelle tue iniziative. Mi fa piacere che tu ci sia. Non si tratta semplicemente del rispetto che l'adulto deve a chi è più piccolo, ma di un vero e proprio onore che deriva dalla scoperta di una convenienza, di un vantaggio che viene dal rapporto con lui.

Qualsiasi bambino col quale siamo implicati, col quale iniziamo un rapporto, rievoca il bambino che ciascuno è stato, ovvero rievoca l'inizio normale di ogni esistenza. Questa posizione non è però automatica e potrà realizzarsi solo se l'adulto mantiene una posizione di ascolto e di apertura in questo senso.

Spesso nelle richieste di consulenza e nei corsi di formazione che coinvolgono gruppi di insegnanti e di genitori è possibile cogliere domande cariche di apprensione sul «che fare» e sul «come fare» con il bambino piccolo, con il bambino che cresce, con l'adolescente ecc.; ma solo molto raramente accade di imbattersi in adulti in grado di valorizzare la propria esperienza, attuale e passata, come patrimonio spendibile per orientarsi convenientemente nella relazione con il bambino.

Per molti il bambino è «uno sconosciuto» e ciò non si deve a un gap di conoscenza e di sapere - non siamo mai stati così informati - ma alla personale attività di rimozione di quel sapere personale a proposito del «bambino che ciascuno è stato».

Chiamata, convocazione, invito, piacere

La prima modalità relazionale del racconto è dunque la chiamata, la convocazione a un rapporto di stima dove qualcuno parla dando credito a chi ascolta di saperlo intendere. Qualcuno parla promuovendo per sé una esperienza piacevole e convocando un altro a questo stesso piacere.

Molte attività che si fanno con i bambini, specie nella posizione di genitori, hanno invece un aspetto obbligante e comportano una forte sottolineatura delle responsabilità che competono all'adulto in relazione al bambino.

Finché il bambino non impara a tenersi pulito, abbiamo la responsabilità che resti pulito a cura nostra, finché non impara a valutare i pericoli, abbiamo la responsabilità di proteggerlo ecc. In generale gli adulti, e in special modo chi si occupa dei bambini «in prima linea», sono spinti da questa assunzione di responsabilità a preoccuparsi per quanto fanno e ciò spesso guasta ciò che accade col bambino, aggiungendo un elemento di troppo: la preoccupazione. Tutti intuiamo che poter togliere questo elemento di troppo sarebbe vantaggioso, ma sappiamo allo stesso tempo quanto ciò non sia facile.

Tra le molte esperienze che si fanno con i bambini, alcune sono particolarmente piacevoli e ciò che le caratterizza è proprio l'assenza di quell'elemento di troppo appena segnalato.

Quando ci si mette a raccontare una fiaba, non si ha altra pretesa rispetto al bambino se non che il racconto possa risultare un'esperienza piacevole: pensiamo a stare bene con lui in un momento che sia piacevole anche per noi. Non serve altro per introdurre il bambino a una esperienza di soddisfazione.

Il racconto come bussola per il quotidiano

Un'esperienza così eccellente e per certi aspetti così rara va dunque capitalizzata. Occorrerà che gli adulti apprendano a farla fruttare anche in altre circostanze e in altre occasioni. Farla fruttare significa assumerla come orientamento per altri momenti che si vivono con i bambini. Tentiamo allora l'esperimento cimentandoci con uno dei momenti topici della relazione con il bambino: quello in cui si mangia insieme.

Per un adulto un po' normale è ovvio che mangiare sia un piacere. Almeno qualche volta, quando non si ha fretta, quando ci si è ritagliati un tempo sufficiente per preparare cibi appetitosi, quando ci sono degli ospiti o quando si esce al ristorante, questa evidenza si è palesata ed è risultato chiaro quanto non sia vero che mangiamo perché abbiamo fame. Mangiamo perché ci piace.

Se potessimo fare tesoro dell'esperienza che si fa con il bambino quando si racconta una fiaba e lui ascolta con la bocca aperta, e tanto più lui ascolta tanto più noi parleremmo...

Se potessimo utilizzare questa esperienza eccellente per creare un orientamento in altri momenti di rapporto con il bambino, avremmo vinto un terno al lotto. Avremmo scoperto il segreto che fa andare bene le cose coi bambini e non solo con loro.

Accade qualche volta che il mangiare con il bambino venga trattato come l'invito che si fa a un ospite gradito, per cui si pensa a cosa gli potrebbe piacere e si cucina avendo questo in mente. Sicuramente in queste rare esperienze viene meno la preoccupazione del «se mangia - cosa mangia - quanto mangia». Cosa rimane? Rimane la convocazione a un'esperienza piacevole che si può fare in due.

Occorre osservare che il rapporto che si istituisce con un bambino quando gli si parla è un rapporto corporale al pari di quando lo si lava o gli si fanno le carezze.

Per quanto vi sia distanza tra chi parla e chi ascolta, nel parlare o nel raccontare a un altro ha luogo un'azione che inizia dal corpo di chi parla e termina nel corpo di chi ascolta. Ciascuno sa che quando i bambini vogliono prendersi le loro rivincite sugli adulti, non vengono alle mani, non sfidano l'adulto sul piano fisico, ma agiscono il loro corpo in modo che i nostri timpani ne avranno a soffrire o ne siano infastiditi.

Il bambino in questo è competente: sa molto bene che si tratta di un rapporto corporale e infatti così lo intende. Allo stesso modo ciascuno sa che le nostre orecchie, organo del corpo preposto all'ascolto, si chiudono con grandissima facilità, e non è mai scontato che quando qualcuno parla venga anche ascoltato.

L'esperienza che si fa coi bambini quando si racconta una cosa piacevole è che ascoltano e stanno con la bocca aperta (ricevono), mentre in altre occasioni ciò non avviene e spesso si è spinti dalle circostanze in uno dei tanti vicoli ciechi che la frase seguente cercherà di rappresentare: «Quante volte ti ho detto questa cosa, ma tu non la vuoi ascoltare!».

In questo senso le fiabe sono un tesoro perché racchiudono il segreto per farsi ascoltare. Infatti pur essendo ricchissime di contenuti si astengono da una certa modalità del parlare: si astengono dall'insegnare e si astengono dal predicare. La fiaba non dice: «Adesso ti insegno questo che è molto importante. Dunque: 1 + 1 + 1 = ... Hai capito? E se dunque hai capito e sei un bambino intelligente dovrai fare come ti dico io».

Ribadisco il passaggio appena delineato: le fiabe sono ricchissime di contenuti, ma si lasciano ascoltare molto facilmente. Seguiamo questo spunto. Come mai questi contenuti così ricchi, ma nello stesso tempo misteriosi e a volte anche un po' complessi, ottengono l'ascolto immediato dei bambini? Penso che ciò avvenga perché c'è nella fiaba un atto di stima preliminare rispetto all'ascoltatore: «So che tu pensi, non c'è bisogno che ti spieghi tutto, basta che ti offra delle tracce, dei suggerimenti, perché so che tu ora, domani o dopo, di questi suggerimenti, di queste tracce, saprai fartene qualcosa». C'è una stima per il pensiero del bambino implicita nel fatto che non viene spiegato tutto. «Hai capito o te lo devo spiegare ancora?»: questa è una frase che fa chiudere le orecchie. Lo spiegare eccessivo scivola nel predicare e ciascuno sa che le prediche, ad ogni buon conto, danno fastidio.

Per certi aspetti, troviamo nelle fiabe la stessa stima che i compositori di rebus hanno per i loro lettori.

Chi costruisce i rebus, lo fa in modo tale che il solutore possa innestare il proprio pensiero sul pensiero dell'autore che, sì, è un po' camuffato e oscuro, ma ad ogni modo leggibile, tanto che le riviste di enigmistica sono tra quelle maggiormente vendute. Sicuramente c'è nella fiaba qualcosa che assomiglia al rebus, perché il modo di raccontare della fiaba, non è scolastico, né lineare, né propedeutico. La fiaba è un costrutto intellettuale complesso che suppone in chi la segue una certa agilità di pensiero.

E qui, di nuovo, siamo tornati alla stima per il pensiero del bambino.

L'esempio (sbagliato) dell'educazione sessuale

Occorre dunque un lavoro per arrivare a cogliere cosa vogliono dire le fiabe, perché esse offrono il proprio contenuto in modo da solleticare il pensiero del bambino e gli propongono le cose come a un intenditore.

È risaputo che alcune fiabe hanno uno sfondo sessuale e offrono al pensiero del bambino e anche dell'adulto numerosi spunti di riflessione. Consideriamo ora la grande distanza che separa la modalità in cui si propone la fiaba da quella dell'educazione sessuale come materia di insegnamento. Quest'ultima parte dal presupposto (infondato) che il bambino sappia solo quanto gli è stato insegnato, oppure che il suo sapere divenga valido solo quando è stato strutturato secondo i canoni di un sapere ritenuto più avanzato. Che dunque non ci capisca nulla, o troppo poco, e quindi vada educato a partire dall'ABC. Un po' come se i bambini fossero nelle condizioni della Bella Addormentata, che attende non il principe azzurro che la venga a svegliare con un bacio, ma l'insegnante di educazione sessuale.

Nella mia attività di psicoanalista e di consulente ricevo degli adolescenti i quali mi hanno parlato liberamente delle loro attività scolastiche, mettendo spesso all'ultimo posto proprio le ore di educazione sessuale. Questo dato, che in un primo tempo mi ha sorpreso, è invece risultato intelligibile considerando che in tale insegnamento non c'è stima per il pensiero dell'altro.

La competenza sessuale, che coincide con la conoscenza del proprio corpo e col pensiero del corpo dell'altro, è presente infatti nel bambino fin da piccolo e gli consente di regolarsi meglio di quanto un adulto medio non sia in grado di fare.

Già il bambino piccolo su questi temi è estremamente attivo con il suo pensiero e con le sue attività, come anche ha mostrato Freud pubblicando nel 1908 il saggio Le teorie sessuali dei bambini. Allora anche un dialogo su questi temi, quando si presenta un'occasione propizia, che certo non verrà a mancare nell'esperienza spicciola con il bambino, potrà iniziare stimando il bambino nella sua competenza di pensiero.

Questo testo è estratto dal libro "Fiabe per Pensare".

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