Figli che Amano Troppo - Alba Sali - Estratto
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Figli che Amano Troppo - Anteprima del libro di Alba Sali

Il grande amore dei figli per i genitori

Il grande amore dei figli per i genitori

Sono cresciuta, come la maggior parte di noi, nel sentire comune che l’amore dei genitori per i figli non conosca eguali, ma nel corso delle mie esperienze ho scoperto, e ne sono assolutamente convinta, che non sia diffusa abbastanza la consapevolezza di quanto altrettanto grande ed estremo sia l’amore dei figli per i genitori.

Molti, giustamente, potranno pensare che, non essendo madre, io non possa conoscere una delle parti del discorso e questo, forse, è anche vero, ma la parte della quale voglio parlare è quella che riguarda tutti noi ed è sempre lì; non scompare e non perde forza neanche quando si diventa genitori e questa è, appunto, la parte del figlio.

Dentro di me e attraverso di me, sento che dare spazio all’amore filiale sia un atto sacro e dovuto che risponde alla sua richiesta di manifestarsi e di farsi riconoscere a qualunque costo.

Sembra sempre che i figli siano in debito d’amore verso i genitori, che debbano dame prova continua, eppure, ognuno di noi, nella sua intimità, sa perfettamente che daremmo la nostra stessa vita pur di alleggerirli dai loro pesi e di vedere i loro volti felici; prima si riconosce l’innegabile realtà di questo amore, prima esso ci guarirà laddove, invece, troppo spesso ci ammala.

È stato proprio quando sono passata dentro quell’utero di dolore, lì nell’esperienza della pineta, che sono stata partorita nella verità che gli si nascondeva dietro e che lo aveva prodotto nell’arco di tutta la miavita: l’amore per mia madre e per mio padre.

Se non amassimo le persone che, volendo o non volendo, ci fanno del male, non potremmo mai soffrirne così tanto: in fondo al dolore non può che trovarsi un’infinita distesa d’amore...

...in fondo al dolore c ’è sempre un grande amore!

Quando ho preso atto che il mio mondo non girava attorno alla sofferenza del male accaduto, ma all’occasione mancata d’amore, tutto della mia realtà cambiò ancora una volta.

Chi non è consapevole e saldo nella certezza della potenza del suo amore, poggia la sua vita sulla sabbia. Per quello che io ho costruito e per la pace che ho conquistato attraverso la realtà legittima del mio amore per i miei genitori, nel mio lavoro clear-monico, l’amore filiale è diventato il nuovo basamento da cui ricostruire e reinterpretare l’interezza del proprio vissuto nonché la radice della forza compassionevole necessaria per affrontare e sciogliere il patto infantile.

Il patto infantile

“La riporti in Italia, le manca la mamma!”: così, in Svizzera nel 1968, disse il medico di mia madre a mio padre, segnando notevolmente il destino di tutta la mia famiglia.

In Italia, nessuno mai si rese conto che mia madre non soffriva solamente di “un po’ di nervi”, ma che in lei c’erano delle problematiche importanti, che non guarirono di certo con il nostro trasferimento. Mio padre poi subì sul lavoro un mobbing spaventoso e non si dette mai pace di essere ritornato in un paese che appellò sempre come barbaro e incivile e io, anche se avevo solamente tre anni, di certo non mi salvai!

La tristezza e l’insoddisfazione divennero la normalità e l’umore base della nostra famiglia, allietata soltanto dai manicaretti di mia madre e dal sogno che, non si sa quando, tutto sarebbe andato meglio!

Mi è chiarissimo di quanto dolore io mi sia nutrita da bambina; il volto di mia madre che troppe volte si asciugava le lacrime di nascosto, i suoi sfoghi a voce bassa al telefono con le sorelle, il capo chino di mio padre sulla tavola da pranzo e i suoi silenzi sulla poltrona dell’inviolabile salone.

Non c’è bambino che possa resistere al peso della sofferenza degli adulti; non c’è bambino che non faccia di tutto per far tornare il sole; non c’è bambino che davanti alla consistenza impalpabile del male non si senta impotente e non c’è bambino per il quale un sorriso della madre cancelli le cento lacrime che le ha visto versare. Avrei dato la mia vita per loro e ancora non immaginavo che nessuna cattiva azione nei miei confronti, nessun tradimento, nessuna offesa da parte loro avrebbero mai cambiato il fatto che io volevo amarli e salvarli.

La missione di amarli a qualunque costo e di salvarli da ogni loro male, dunque, era stabilita e la presi in carico da così piccola, ma da così piccola, che quando diventai grande non ne fui più consapevole. Tutto ciò che mi restava di questa volontà era che ogni volta che li deludevo, che li facevo soffrire o arrabbiare perché non rispondevo alle loro aspettative e necessità, mi sentivo tremendamente in colpa, di una colpa che avrei tanto voluto cavarmi come un dente malato, ma che invece restava piantata lì come una gogna che ti aspetta. Completamente dimentica del motivo dietro il quale si nascondeva ogni causa e possibilità di soluzione, più sostenevo con veemenza le mie ragioni, meno ero felice. Dietro quest’inspiegabile sentire, c’era l’amnesia del mio patto infantile intorno al quale era cresciuto il mio dolore per non essermi sentita mai né brava abbastanza né di valore sufficiente per essere amata.

La sintesi di tutto questo discorso è che, al contrario di quanto si pensi, quando soffriamo per i nostri genitori e ci sentiamo legati a loro da un’interminabile catena di sensi di colpa, la causa non è da ricercare nell’amore che proviamo per loro, ma in quel patto ingenuo, eppure potente, che abbiamo fatto con loro quando eravamo piccoli. È proprio questo che ci porta ad amarli dalla parte sbagliata.

Sono convinta che la programmazione psicologica di questo impegno-patto sia già attuata prima dei cinque anni di età, anche se, ovviamente, può capitare che s’innesti dopo, magari in concomitanza con esperienze sfortunate o drammatiche della famiglia, come possono essere un lutto, una malattia di qualcuno caro al sistema, un divorzio, una crisi economica, ecc.

Il patto infantile: come inizia

Il patto infantile non è una promessa conscia e consapevole, un impegno formale che il bambino fa, appuntando l’accordo in un angolo della sua mente per ricordarsene ogni giorno, ma è semplicemente la sua naturalissima reazione d’amore; è il suo istinto irrefrenabile ad amare partecipando e condividendo. Il patto è la sola cosa che può fare, è la sola risposta che ha in sé e coincide con la donazione dell’unico bene che, in qualche modo, possiede: se stesso.

Nella creatura fragile e vulnerabile che tutti noi siamo quando veniamo al mondo, appena s’inizia a dipanare la vita, l’amore si tesse insieme alle necessità primarie; l’indispensabile bisogno di protezione del bambino e la sua completa dipendenza da chi può garantirgli nutrimento e sostentamento si legano al sentimento dell’amore, quello dato e quello ricevuto, diventando una sola cosa. L’amore, dunque, fiorisce in ogni bambino intrecciandosi quotidianamente con l’istinto di sopravvivenza; l’amore e i bisogni primari si stringono in quel connubio che resterà tale per molto tempo e che, finché non sarà sciolto, diventerà la prima fonte di equivoci e di malintesi.

Così è l’amore quello che tiene il bambino connesso alla vita e alle figure che devono custodirlo, nutrirlo e tenerlo al sicuro e se questo viene a mancare o non lo circonda in maniera tale che possa percepirlo, il bambino non può che entrare in uno spazio di grande paura, dal quale attiva, consciamente e inconsciamente, il suo intervento di aiuto per i grandi.

Quando la piccola creatura sente vacillare gli adulti intorno a lui, la paura che la pervade è quella primitiva di qualunque altro cucciolo della natura consapevole di essere una facile preda. In questo senso, sentirsi amati dai propri genitori e ricambiarli è sinonimo di sopravvivenza ed è in questo piano più primordiale che l’evidenza dell’amore diventa una necessità indispensabile per sentirsi al sicuro nella vita, lontano dai predatori e dalla morte.

E mentre visibilmente il bambino chiede e sugge con forza ogni forma di nutrimento, fin dal primo momento, silenzioso e invisibile agli occhi dei grandi, egli ricambia offrendo se stesso e tutte le sue possibilità.

Questo slancio d’amore da parte del figlio verso i suoi genitori, tanto interessato quanto potentemente generoso, è alla base del patto infantile di cui stiamo parlando; è il terreno sentimentale e psicologico sul quale il bambino è pronto a costruire le sue promesse e i suoi sacrifici.

Ognuno di noi ha il suo patto

Sono ormai molti anni che insieme alle persone che vengono da me per sbloccare qualcosa delle loro vite, lavoro sul patto infantile.

Sono certa di non avere bisogno di spendere un’enorme quantità di parole per convincervi che la maggior parte di noi, per stare bene nella vita, debba fare i conti con i propri genitori.

Quando un disagio si manifesta nella nostra vita di adulti, per ciò che credo, c’è sempre in risonanza un patto infantile che può essere rintracciato, anche se si è vissuti in ambienti sereni e felici. Il perché è molto più semplice di quanto si possa immaginare: chi fa dono di sé formulando un accordo d’amore silenzioso con i suoi genitori, è sempre un bimbo! Un problema affrontabile per gli adulti non lo è per un bambino; quello che il piccolo della famiglia legge sui volti di mamma e di papà e assorbe attraverso le vie inconsce della comunicazione non verbale, misurato da lui, è sempre gigantesco e terribilmente minaccioso. Le dimensioni del pericolo e della sofferenza sono registrate e assimilate dal bambino con la differenza, rispetto ai grandi, che la sua interpretazione è piccola ed equivocata: quando non sei alto neanche un metro, i tuoi genitori, comunque essi siano, sono sempre dei Watussi; quando tua madre sta litigando con tuo padre, tu non sai che poi faranno pace, magari amandosi sotto le lenzuola, come non sai che litigando e litigando, riusciranno ad amarsi tutta la vita.

I bambini non sanno che i grandi si chiariscono, che le tensioni passano, che il dolore può essere portato, che gli adulti imparano ad affrontare le cose, a riparare le situazioni e a fare sempre meglio, esattamente come fa ogni bambino.

È l’interpretazione del bambino a dare significato alla realtà che esperisce attraverso i sensi; ecco perché, anche una madre o un padre in elaborazione di un lutto, davanti ai piccoli occhi diventano freddi, distaccati e assenti e il piccolo concluderà di non essere bravo abbastanza per meritarsi di più, che è colpa sua se loro non sono felici e se non lo sono è perché non gli vogliono più bene e così farà il suo patto per conquistare l’amore che sente mancargli.

Ogni patto ha la sua forma

Il patto infantile prende forme diverse a seconda delle ragioni per cui ha luogo e si consolida. Sostanzialmente è un movimento di fedeltà del figlio che dice al genitore: ''‘'Voglio darti tutto quello che ho della mia vita per salvarti, guarirti e vederti felice'’'.

Per esempio il bambino dice al genitore:

  • Se ti vedo sempre triste e ti senti tanto in solitudine, rinuncio alla mia vita per farti compagnia, accudirti, farti ridere ecc.
  • Se sei malato io ti curerò e sarò per sempre al tuo fianco fino a quando non guarirai.
  • Se i nonni ti hanno trattato male, io diventerò il tuo genitore.
  • Se gli altri ti hanno deluso io diventerò tutto quello che vuoi tu.
  • Qualunque cosa tu abbia perso io te la riporterò oppure non l’avrò neanche io.
  • Chiunque tu abbia visto morire e ti manchi, io ne prenderò il posto: sarò il tuo sposo/a, il figlio che non è vissuto, il fratellino che ti lasciò troppo presto, il tuo primo amore...
  • Se gli altri non ti hanno riconosciuto, sostenuto, gratificato e amato, io lo farò anche per loro.
  • Qualunque cosa ti sia successa io dividerò con te la tua sorte e sarò la tua compensazione.

Credere che tutto questo non ci riguardi in nessun modo è la maniera migliore per restarci dentro, senza sciogliere e liberare mai quell’energia rimasta legata nel passato, l’unica che può riempire quei vuoti che troppo spesso ci accompagnano.

Il caso di Fabrizio: sono tuo marito e non ti lascerò mai

Fabrizio, primogenito di cinque figli, rimase orfano di padre quando aveva poco più di dieci anni.

Per la famiglia fu una vera e propria sciagura: un incidente mortale sul lavoro mai risarcito. La madre cadde in un grave stato depressivo dal quale non si riprese mai e sin da subito chiese a Fabrizio di prendere il posto del capo famiglia; fu così che lui lasciò la scuola e cominciò a lavorare facendo servizi alla sua portata.

La complicazione più grande di questa storia fu, però, che lui in quel ruolo cominciò a sentirsi non soltanto il padre dei suoi fratelli ma, soprattutto, il marito della madre. Fabrizio stesso ricordava che a soli pochi giorni dalla disgrazia del padre, in silenzio dentro di sé, ripeteva alla madre questa frase: “Ora sono io tuo marito e non ti lascerò mai”.

Tra i due, madre e figlio, si costruì una relazione morbosissima che mandò all’aria ogni tentativo del ragazzo di accompagnarsi a una donna.

Ci fu un periodo, quando Fabrizio era già trentenne, in cui visse una relazione felice con una donna più grande di lui, che in principio lo lasciò dividersi tra la madre e lei, ma che qualche anno dopo gli chiese di sposarsi, di avere dei figli e di legittimare la loro convivenza, che fino ad allora era stata a singhiozzo. Fabrizio, malgrado gli si spezzasse il cuore, scelse di restare a fianco della madre, soprattutto quando ormai tutti i suoi fratelli si erano sposati e avevano lasciato la casa di famiglia.

Ho incontrato Fabrizio alla soglia dei suoi settant’anni, la madre ormai morta e senza nessuna relazione sentimentale realizzata.

Ci sono moltissimi bambini che quando una delle due figure genitoriali scompare dal nucleo familiare, per qualunque ragione questo accada, prendono a tutti gli effetti il posto del partner che se ne è andato ed è così che, assai di frequente, i bambini prendono il posto dei loro padri e le bambine il posto delle loro madri.

Il caso di Graziana: lo tengo io per te

Graziana era la cocca di papà, di un padre però, che era anche un marito infedele che tanta angustia procurava a sua madre.

In casa Graziana viveva la disperazione e la frustrazione della madre ed era già molto piccola quando comprese che cosa fosse il tradimento.

Diventata grande, non faceva che fallire tutte le sue relazioni sentimentali. Lavorando sul patto infantile scoprì di aver usato il suo potere seduttivo sul padre per “frenarlo” e tenerlo in casa vicino e unito a sua madre; era lei che aveva il compito di sedare l’insoddisfazione sentimentale del padre e di rappresentare la sua ragione per restare e non andarsene.

In qualche modo, quindi, l’energia femminile di Graziana era stata sacrificata per la madre, per garantirle al fianco la presenza del suo sposo infedele.

Per le donne che da bambine, come Graziana, hanno rappresentato per il padre l’ostacolo insormontabile per la separazione della coppia, è molto difficile riprendersi il loro potere femminile ed essere interamente disponibili all’interno delle loro relazioni, poiché ritirarsi dal patto sarebbe come smettere di sostenere la propria madre.

Il caso di Lisa: lo ritrovo per te

Lisa era una donna carina, brillante e intelligente, eppure insisteva da anni in una relazione con un uomo completamente distruttivo, che era inspiegabilmente nelle grazie di sua madre.

La coppia si era conosciuta subito dopo la morte del padre di Lisa e, in principio, sia lei sia la madre si sentirono ristorate dalla presenza di questo nuovo uomo. Poco dopo, però, lui e la madre strinsero una tacita alleanza nella quale si coalizzarono contro Lisa per farla sentire sempre più inadeguata.

Lisa era stata la cocca di papà e, nel suo patto infantile con la madre, si era impegnata a “ridursi”, a diventare piccola, invisibile e senza valore nel tentativo di compensare quel debito di attenzioni paterne involontariamente contratto nei confronti di sua madre.

Nel lavoro crearmonico presto emerse un fatto davvero molto interessante al quale Lisa collegò l’insolita dinamica triangolare che stava vivendo. Quando era piccola, aveva avuto per lei un forte impatto la scoperta, tra le foto più care conservate da sua madre, di una che la ritraeva teneramente abbracciata a un ragazzo: era l’uomo che la donna aveva amato prima di incontrare il padre di Lisa e con il quale la storia era finita perché lui si trasferì scomparendo senza più dare notizie.

Il compagno di Lisa, fatalmente apparso in concomitanza del lutto familiare, senza che lei se ne fosse mai accorta prima, aveva il nome dell’ex fidanzato di sua madre. Come se non bastasse, svolgeva il suo stesso lavoro ed era anche originario della stessa città dove questi era emigrato dopo la guerra.

Il patto infantile l’aveva spinta a trovare e a riportare alla madre l’uomo di cui era rimasta eternamente innamorata.

II caso di Michele: ti odio ma vivo come te

Michele sin da piccolo aveva avuto un rapporto tremendamente conflittuale con il padre che peggiorò con la nascita dell’unica sorella destinata a diventare la cocca di papà. Michele era stato iper-protetto dalla madre, ma il padre, che era un uomo severo, esigeva da lui talenti e capacità che non gli appartenevano, mentre, al contrario, appartenevano alla sua prediletta.

Quando morì la madre, molti armi dopo, Michele diventò sempre più violento e aggressivo con il padre, che ormai si era fatto anziano e la situazione degenerò fino a quando i rapporti s’interruppero del tutto al punto che Michele lasciò il paese e iniziò una nuova vita senza più tenere nessun contatto con la famiglia.

Mentre prendeva le distanze dall’ombra del padre, Michele, però, senza saperlo, ne ripercorse i passi: alla sua stessa età vide la nascita della sua unica figlia femmina, memoria evidente della sorella con la quale era stato sempre in competizione, poi, nello stesso periodo, entrò nella medesima depressione che aveva afflitto il padre e, quando infine questi morì, ebbe un crollo economico spaventoso di tutti i suoi affari di cui ancora adesso paga le conseguenze.

Michele oggi è provato dalla vita; la pacificazione con la memoria del padre gli risulta sempre difficile ed è perfettamente consapevole che ogni giorno che passa gli diventa fisicamente più somigliante e che non fa che incontrare i problemi che angustiarono la vita del suo “vecchio” tanto odiato e... tanto amato.

Il patto nell’utero materno: il patto prenatale

Nei casi che sto per raccontarvi, voglio mostrarvi come nella vita di molti di noi ci siano delle notevoli coincidenze con le esperienze vissute dalle nostre mamme quando ci portavano nel loro ventre.

Queste strane combinazioni che, indagando di più sulla storia delle madri al tempo delle gravidanze, sono diventate sempre più frequenti, mi hanno portato al convincimento che esista una sorta di patto infantile con la propria madre, che avviene già durante la crescita nell’utero materno e per questa ragione l’ho distinto dal primo, chiamandolo il patto prenatale.

Se il patto infantile è la naturale risposta del bambino come contributo e soluzione delle problematiche che sente e che registra intorno a sé, quello prenatale è molto simile, solo che non può che avvenire sul piano della comunicazione biologica; il bambino riceve informazioni e risponde; le risposte sono parte intrinseca della sua evoluzione a tutti i livelli.

Se è vero che l’ambiente esterno e gli accadimenti che avvengono intorno al bambino strutturano la sua personalità, allo stesso modo, il mondo interiore della madre che avvolge il feto, da quello psicologico a quello spirituale, da quello conscio a quello inconscio, influenza l’intero sviluppo biologico, neurologico e psicosomatico del bambino: in embrione nell’utero della donna, in questo modo, non c’è solo un corpicino che va formandosi, ma anche le basi di chi egli diventerà da grande.

Le emozioni che noi proviamo, al pari di come nel mondo esterno si manifestano attraverso comportamenti e forme di comunicazione verbale e non verbale, al nostro interno si traducono in un vero e proprio linguaggio biologico, specchio dello stato d’animo e riflesso delle credenze di ognuno. Quando l’ovulo è fecondo, quindi, questo trova alloggio oltre che nell’utero, anche in un habitat fatto di codici, impulsi, ritmi, frequenze, vibrazioni, ecc., che contribuiscono alla sua crescita e la condizionano esattamente come il nutrimento alimentare.

È un fatto, comunque, che oggi le neuroscienze abbiano provato che le esperienze vissute dalla madre durante la gestazione, espongono il feto a degli input che danno luogo a un imprinting neurofisiologico del tutto unico che renderà altrettanto unici la mente e il cuore della nuova creatura in arrivo.

Questo rapporto simbiotico fondamentale nello sviluppo di un essere umano, oggi, che la scienza ha aperto le porte alla fecondazione assistita, ci pone, per forza maggiore, davanti a nuovi quesiti ma, a prescindere da questi, va subito detto che tutto del patto prenatale rimane identico e invariato, qualunque sia la natura che ha dato luogo al concepimento.

Quello che cambia, invece, è che la memoria trans generazionale, genetica e memetica, trasmessa dal DNA, che ha un ruolo niente affatto marginale nel processo della procreazione, se prima veniva portata da un padre e da un’unica madre che era la stessa che concepiva e partoriva, adesso può essere anche diverso. Questo, come vedremo tra poco, ci obbligherà a fare delle considerazioni e delle distinzioni all’intemo del patto prenatale.

Per me che ho inglobato sistemica familiare e genealogia e che sperimento continuamente attraverso i campi coscienti delle informazioni, è un’ovvia realtà che ogni nuova entità in arrivo, già dalla pancia della madre sia automaticamente connessa alla coscienza familiare dell’albero genealogico e che, quindi, come esiste sin dal primo momento una mente individuale, esista contemporaneamente anche una psicogenealogia individuale che si programma e organizza per assolvere, all’interno del contesto in cui nasce, alle funzioni cui è destinata. Per esempio:

“Mi faccio carico di compensare quello che non fu compensato prima di me”.

Il patto prenatale è davvero uno studio affascinante, che seguo con molto interesse poiché apre magicamente uno scenario rivoluzionario della griglia interpretativa della storia di ogni individuo. Prima di passare ai casi che ritengo più significativi, mi piace completare il discorso del patto neonatale riportando alcuni stralci tratti da una pubblicazione della psicoanalista Paola Paulin dal titolo La psicoanalisi e la relazione madre-bambino.

“Lo psicoanalista a cui è richiesto di parlare di quello straordinario dialogo tra la madre e il suo bambino deve prima di tutto mettere a fuoco le motivazioni consce e inconsce, le fantasie che attengono alla coppia che desidera un figlio. Il figlio nasce e cresce nei sogni della madre dice Winnicott, sogni che precedono il concepimento e ne determinano la realizzazione.

[...] Oggi possiamo studiare, indagare sull’origine della consapevolezza dell’uomo potendo osservare con l’ecografia lo sviluppo delfeto in rapporto all ’ambiente utero-madre. Questo ci fa comprendere come si modella la mente umana, come diventiamo quello che siamo. Abbiamo infatti potuto constatare che il feto, fin dalle prime settimane di vita, è capace di produrre risposte riflesse a tutto l’ambiente, ivi compreso quello psicoaffettivo della madre, la quale, durante tutta la gestazione, condiziona e modella attraverso i suoi pensieri e sentimenti la futura personalità del nascituro [...].

[...] ‘Rapporto madre-bambino ’, tre parole che fanno scattare in noi, se riflettiamo su di esse, rappresentazioni di significato profondo; e, se tentiamo di parlare, di comunicare agli altri le idee che ci vengono in mente, scopriamo che dietro queste tre parole c ’è la COSA fondamentale della vita. Ognuno di noi ne ha un ’immagine diversa, figurazione rivelatrice della storia emozionale, culturale, individuale e unica del rapporto più importante fondatore della nostra esistenza.

I pensieri, i sentimenti, il linguaggio della madre si ‘incidono’ nella struttura in formazione del figlio e i vissuti di accettazione, di rifiuto o di ambivalenza, quest’ultima peraltro sempre più o meno presente, lasciano tracce indelebili nella memoria delfiglio, formando così i nodi della rete di esperienze costituenti la base della sua personalità.

Sono i nodi segreti, dimenticati, inconsci, che la psicoanalisi, qualora essi siano di d’impedimento, invece che di crescita e di sviluppo, indaga con le tecniche che le sono proprie.[...]”.

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Questo testo è estratto dal libro "Figli che Amano Troppo".

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