Happy Brain - Anteprima del libro di Wendy Suzuki
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Happy Brain - Anteprima del libro di Wendy Suzuki

Più intelligenti, più attivi, più felici: il metodo che risveglia e potenzia la mente

Da stella di Broadway a topo di laboratorio

La mia ossessione per gli studi scientifici, i buoni voti e la carriera accademica, mi portò tuttavia altre e non meno ambite conquiste. Sebbene non sapessi ancora esattamente a quale disciplina scientifica dedicarmi, sapevo dove volevo studiarla: all’Università della California a Berkeley, poco distante da Sunnyvale, dove tutti i miei famigliari si erano laureati. Sì, accarezzai anche l’idea di andare al college lontano da casa, e per un attimo pensai al Wellesley, dall’altra parte del Paese, ma ero innamorata dello splendido campus di Berkeley e dell’atmosfera eccentrica della cittadina. Sentivo che quella era l’università giusta per me.

Sostenni l’esame di ammissione e mi presero con il massimo dei voti, cosa che mi rese ufficialmente la ragazza più felice al mondo. Feci subito i bagagli: non vedevo l’ora di iniziare la nuova avventura.

Una volta a Berkeley, non dovetti aspettare molto per scoprire la mia vera passione accademica. Fu a un seminario per matricole che frequentai nel primo semestre. Si intitolava Il cervello e le sue potenzialità. A tenerlo era una celebre neuroscienziata, la professoressa Marian C. Diamond, e a seguirlo solo una quindicina di studenti, il che consentiva un’interazione più diretta con la docente.

Non dimenticherò mai il primo giorno di quel seminario, innanzitutto per la professoressa Diamond, che sembrava una specie di rockstar della scienza. Alta, fiera, atletica, con un’acconciatura bionda vaporosa che la faceva apparire ancora più alta e un impeccabile camice bianco, sotto il quale s’intravedeva un elegante completo gonna e camicetta di seta. Di fronte a lei, sulla cattedra, troneggiava una grande cappelliera decorata.

Dopo averci garbatamente accolti, la professoressa Diamond indossò con disinvoltura un paio di guanti di lattice, aprì la cappelliera e lentamente, con grazia, ne trasse un cervello umano vero e ben conservato.

L'incontro con il primo cervello

Non ne avevo mai visto uno in vita mia, e fui subito incantata.

Quella che teneva in mano, ci disse la professoressa Diamond, era la struttura più complessa che l’umanità conoscesse. Quella da cui dipende il modo in cui vediamo, proviamo emozioni, avvertiamo sapori, odori e suoni del mondo che ci circonda, che determina la nostra personalità e ci permette di passare dal pianto al riso a volte in un batter d’occhio.

Ricordo come la professoressa Diamond teneva in mano quel cervello: con rispetto. Un tempo era stato fonte di vita per qualcuno, e questo era commovente.

Il cervello aveva un colore lievemente nocciola, che poi appresi essere dovuto ai prodotti chimici utilizzati per conservarlo. La parte superiore appariva come una massa compatta di spessi tubi che andavano un po’ dappertutto. Aveva una forma oblunga, lievemente più larga a un’estremità rispetto all’altra. Quando la professoressa lo girò da un lato, potei vederne meglio la complessità, con la parte anteriore più corta di quella posteriore. La struttura divisa e simmetrica del cervello era evidente a prima vista, e le parti destra e sinistra erano a loro volta suddivise in vari lobi.

Come i migliori insegnanti, in un attimo la professoressa Diamond ci fece capire ciò che a prima vista sembrava incomprensibilmente complesso. Ci disse che quella grande, intricata massa di tessuto era in realtà costituita da due soli tipi di cellule: i neuroni e le cellule gliali. I neuroni sono i cavalli da tiro del cervello, e ciascuno contiene un corpo cellulare, o centro di controllo, delle strutture di input dette dendriti, che sono come grandi rami e ricevono le informazioni in entrata nel corpo cellulare, e una sottile struttura di uscita, detta assone, che può avere anche questa molte diramazioni.

Neuroni

Ciò che rende unici i neuroni e li distingue da qualunque altra cellula del corpo è la loro capacità di comunicare attraverso brevi scariche di attività elettrica, dette potenziali d’azione o picchi. Questo fitto dialogo tra Passone di un neurone e il dendrite di un altro si svolge in un particolare punto di comunicazione tra i due, detto sinapsi. Questo «chiacchiericcio» elettrico del cervello, ovvero la comunicazione tra assoni e dendriti, è alla base di tutto ciò che il cervello riesce a fare.

E le cellule gliali? Il termine glia deriva dal greco e significa «colla». Queste cellule furono chiamate così perché gli scienziati dell’Ottocento ritenevano, erroneamente, che servissero in qualche modo a «tenere insieme» il cervello. È vero, in effetti, che alcune cellule gliali svolgono una funzione di impalcatura del cervello, ma oggi sappiamo che queste cellule hanno una vasta gamma di compiti di supporto dei neuroni. Forniscono loro sostanze nutritive e ossigeno, formano sui neuroni un rivestimento speciale, detto mielina, necessario per la normale trasmissione sinaptica, attaccano i germi e fungono da squadra di pulizia del cervello, rimuovendo i detriti dei neuroni morti. Nuove scoperte suggeriscono che le cellule gliali abbiano anche un ruolo importante in certe funzioni cognitive, tra cui la memoria. Molti studiosi ritengono che nel cervello vi siano cellule gliali in quantità da dieci a cinquanta volte maggiore rispetto ai neuroni, ma studi recenti hanno messo in discussione questa ipotesi, suggerendo che il rapporto sia più vicino alla parità.

La professoressa Diamond ci spiegò che se avessimo avuto a disposizione due grandi recipienti, uno pieno di neuroni e l’altro di cellule gliali, avremmo potuto, almeno in teoria, costruire un cervello. Il grande enigma, tuttavia, sarebbe stato capire come posizionare i neuroni e le cellule gliali per farlo funzionare in modo così splendido ed elegante, perfetto e imperfetto, corretto e scorretto al tempo stesso come un cervello vero. Quel giorno imparai che cosa fosse la neuroanatomia, cioè il campo di studi e la specializzazione della professoressa: era la disciplina che tentava di capire le connessioni tra neuroni e cellule gliali e di conoscere, più in generale, la struttura del cervello.

Ma ciò che in quel primo giorno di lezione mi colpì davvero fu la descrizione della plasticità cerebrale. «Plasticità» significa che il nostro cervello è malleabile come la plastilina, perché ha la capacità di cambiare in seguito a un’esperienza. E per «cambiare» la professoressa Diamond intendeva «sviluppare al suo interno nuove connessioni». Se uno studia davvero sodo, ci disse, è possibile che avverta dolore al cervello, a causa di tutti gli assoni e i dendriti che crescono al suo interno tentando faticosamente di instaurare nuove connessioni.

La professoressa Diamond e l'esperimento

La professoressa Diamond, all’epoca una delle pochissime scienziate di quel livello, era stata responsabile dell’ormai classica ricerca, avviata nei primi anni Sessanta, su quanto esattamente sia plastico e malleabile il nostro cervello. Prima di allora era noto che dall’infanzia all’età adulta il cervello poteva cambiare e crescere considerevolmente, ma si credeva che una volta raggiunta la maturità si pietrificasse, cioè non avesse più la capacità plastica di crescere o di cambiare.

Diamond e i suoi colleghi dell’Università di Berkeley avevano messo in discussione questo concetto in modo geniale. Nel loro studio, ormai famoso, si erano domandati che cosa sarebbe accaduto al cervello di ratti adulti se fossero stati allevati in quelli che la professoressa definiva «ambienti arricchiti». Con questo intendeva una sorta di Disney World per ratti, con molti giocattoli colorati, parecchio spazio per correre e tanti altri amici con cui interagire. Diamond e il suo team volevano confutare l’idea che il cervello umano adulto fosse immutabile. A tale scopo avevano modificato l’ambiente fisico in cui i ratti vivevano e si erano domandati se questo avrebbe sortito qualche effetto sulla struttura fisica del loro cervello. Se ci fossero state prove di cambiamento nei ratti, significava che, in determinate condizioni, anche il cervello umano avrebbe potuto crescere, adattarsi o cambiare.

I risultati del loro esperimento? Rispetto ai ratti cresciuti in quelli che la professoressa e il suo team definivano «ambienti impoveriti», cioè senza giocattoli e con pochi altri simili con cui interagire, quelli allevati con più stimoli avevano cervelli fisicamente più grandi. La professoressa aveva dimostrato che in un ambiente arricchito le ramificazioni dendritiche crescono e si espandono, consentendo alle cellule di ricevere ed elaborare una maggiore quantità di informazioni. Anzi, aveva provato che non solo c’erano più ramificazioni dendritiche, ma anche più connessioni sinaptiche, più vasi sanguigni nel cervello (quindi migliore accesso a ossigeno e nutrienti) e livelli più elevati di elementi chimici cerebrali salutari, come il neurotrasmettitore acetilcolina e altri fattori di crescita.

La professoressa Diamond ci spiegò che le dimensioni del cervello dei ratti erano un riflesso diretto degli ambienti in cui erano stati allevati. In altre parole, la grandezza e la funzionalità del cervello sia di un ratto sia di un uomo è strettamente correlata a tutti gli aspetti fisici, psicologici, emotivi, cognitivi di un dato ambiente. La costante interazione tra cervello e ambiente, combinata con la capacità del cervello di reagire modificando la sua struttura anatomica e fisiologica, è ciò che i neuroscienziati chiamano «plasticità cerebrale». Stimolate il cervello con nuove cose da fare o nuove persone con cui interagire e questo reagirà creando nuove connessioni ed espandendosi fisicamente. Private il cervello di nuovi stimoli o annoiatelo facendo sempre la stessa e le connessioni cerebrali diminuiranno fino a estinguersi, rimpicciolendo di conseguenza l’organo.

Il vostro cervello reagisce costantemente alla maniera in cui interagite con il mondo. Più le vostre interazioni saranno varie e complesse, più creerà connessioni neurali. E viceversa.

Non c’era niente di speciale nei ratti dell’esperimento della professoressa Diamond, avevano tutti la stessa capacità di reazione agli stimoli. Il segreto è l’esercizio. Suonate il pianoforte? La parte del vostro cervello che rappresenta le funzioni motorie delle mani sarà diversa rispetto a quella di chi non lo suona. Dipingete? Giocate a tennis? A bowling? Oggi sappiamo che anche tutte queste attività modificano il cervello. Sappiamo che perfino le piccole cose che impariamo ogni giorno - il nome del ragazzo che lavora al bar dove mangiamo nella pausa pranzo, o il titolo del film appena uscito che vogliamo vedere - sono tutte occasioni di apprendimento che permettono al cervello di operare microcambiamenti strutturali su di sé.

Il seminario della professoressa Diamond cambiò la mia vita. Da matricola curiosa ed entusiasta disposta a imparare qualunque cosa mi trasformai in una matricola curiosa ed entusiasta con uno scopo e un obiettivo precisi. Da quel giorno mi fu chiaro che cosa volevo fare nella vita: studiare quella massa di tessuto gelatinosa che chiamiamo cervello e scoprirne i segreti per comprendere che cosa significa essere umani. In altre parole, volevo diventare una neuroscienziata.

Anteprima del libro di Wendy Suzuki "Happy Brain"

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