I Fiori del Risveglio - Michela Caelli
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I Fiori del Risveglio - Anteprima del libro di Michela Caelli

Risoluzione dei conflitti con la Nuova Medicina del dottor Hamer e la floriterapia del dottor Bach

Cervelli a confronto

Uno dei presupposti fondamentale delle scoperte di Hamer si basa sulla considerazione che i conflitti vengano gestiti da una centralina di comando: il cervello. Quindi, se è vero che i vegetali hanno vissuto in anteprima i conflitti e grazie al superamento di essi sono potuti sopravvivere, è indispensabile che da Madre Natura li abbia dotati di un cervello.

Si è da sempre ritenuto che i vegetali, più che un cervello vero e proprio avessero a disposizione un cervello d’organo, ma ultimamente questa teoria è stata messa in discussione. Il primo a intuire che le piante possedessero qualcosa di simile a un cervello, sebbene di dimensioni estremamente ridotte, fu Charles Darwin, il quale nel 1880, assistito da suo figlio Francis, pubblicava “The power of movement in plants”. Nelle ultime pagine del capitolo finale Darwin riflette sulle sorprendenti caratteristiche dell’apice radicale: “Non è una esagerazione dire che la punta delle radici, avendo il potere di dirigere i movimenti delle parti adiacenti, agisce come il cervello di un animale inferiore; il cervello essendo situato nella parte anteriore del corpo riceve impressioni dagli organi di senso e dirige i diversi movimenti della radice". Quello che impressionava maggiormente Darwin era l’abilità delle radici nel percepire contemporaneamente molteplici stimoli ambientali, nell’essere in grado di prendere una decisione e nel muoversi in funzione di questa. Darwin espose le radici a numerosi stimoli quali fra gli altri la gravità, la luce, l’umidità, il tocco e si accorse che due o più stimoli applicati contemporaneamente potevano essere distinti dagli apici radicali e che la risposta a questi stimoli era tale da presupporre che la radice fosse in grado di distinguere fra i diversi stimoli e giudicare quale fosse più importante ai fini della sopravvivenza dell’intera pianta. Solo recentemente si sono ottenute prove sperimentali che confermassero queste intuizioni. A più di cento anni dalla originaria idea di Darwin, la presenza di una speciale zona sensoria e di calcolo posta nell’apice radicale, è ormai un dato certo. Basandosi su questa intuizione il professor Stefano Mancuso, docente alla Facoltà di Agraria dell’Università di Firenze, ha dato vita ad una nuova disciplina: la Neurobiologia Vegetale che si occupa dello studio dell’intelligenza verde.

Il cervello segreto delle piante e’ nell’apice radicale delle radici e precisamente nella zona detta di “transizione”, spessa non più di un millimetro, che si trova all’estremità delle radici. Su ogni singola punta delle radici c’è un gruppo di celirlule che comunica usando neurotrasmettitori, proprio come i nostri neuroni; e queste cellule elaborano e rispondono alle informazioni che arrivano qui da tutta la pianta.

Ciascun apice è autonomo, ma può anche coordinarsi con gli altri. Un vero e proprio cervello diffuso il cui funzionamento a rete ricorda quello di internet, e che permette agli alberi non solo di comunicare, ma persino di avere una memoria e una sorta di autocoscienza. Le piante hanno una “testa pensante” con la quale comunicano, prendono decisioni, ricordano e hanno persino cura “parentale”, cioè dei loro figli. Queste scoperte rappresentano una svolta in ciò che finora si sapeva sui vegetali. Le ricerche degli ultimi quattro anni hanno portato prove che le piante si comportano come esseri intelligenti. Ecco come ne parla Mancuso: “Ormai è chiaro che anche le piante ragionano, in sostanza si arrovellano per risolvere lo stesso identico problema di tutti gli esseri viventi, quello di sopravvivere. Per questo, benché non si veda, si muovono molto con le estremità delle radici perennemente alla ricerca di cibo. Ora abbiamo anche capito che dormono, allevano i figli, comunicano, imparano. In più, le piante riescono a risolvere un problema in modo sempre più efficiente e sono capaci perfino di autocoscienza. E, proprio come gli esseri umani, sanno difendersi, difendere il proprio territorio e le proprie fonti di sostentamento, minacciare, aggredire. Una delle più sorprendenti scoperte è che le piante hanno ben chiaro il proprio confine territoriale, sono intolleranti alle invasioni: radici di piante diverse si fanno guerra se si avvicinano troppo l’una all ’altra, invece se la pianta è la stessa, volentieri cooperano. In questi apici troviamo glutammato, glieina, sinaptotagmina, gaba, acetilcolina. Ci siamo chiesti: che cosa ci stanno a fare, se le piante non hanno una trasmissione sinaptica?". Infatti se era noto che i vegetali producono sostanze attive neurologicamente, come caffeina, teina o cannabina, la scoperta di neurotrasmettitori ha evidenziato l’attività neurale. “È tempo di dare il benvenuto alle piante nel novero degli organismi intelligenti afferma Peter Barlow, della School of Biological Science dell’Università di Bonn. Una prova di “intelligenza vegetale”, del resto, è il comportamento in caso di difficoltà. Le piante agiscono infatti con lo stesso sistema prova-errore degli animali: davanti a un problema procedono per tentativi fino a trovare la soluzione ottimale di cui, poi, si ricordano quando si ripresenta una situazione simile.

Se per esempio manca acqua, aumentano lo spessore dell’epidermide, ne chiudono le aperture, gli stomi, evitando la traspirazione, riducono poi il numero di foglie aumentando quello delle radici per esplorare zone vicine.

I vegetali, così, dimostrano di essere anche sociali, ma non necessariamente socievoli. Essendo esseri territoriali, le piante si mandano segnali del tipo “qui ci sono io”, emettendo sostanze disciolte nel terreno. Le radici intercettano le comunicazioni, capiscono se hanno vicino una pianta della stessa specie, e in tal caso la reazione è blanda, oppure se è un’avversaria, e allora diventano aggressive fino a lanciare sostanze velenose. Le piante superiori non solo sono capaci di ricevere segnali dall’ambiente circostante, ma posseggono anche meccanismi atti alla rapida trasmissione di questi, e sono, inoltre, in grado di rielaborare le informazioni ottenute dall’ambiente, manifestando una capacità di apprendimento che implica la ricerca di uno scopo, la capacità di stimare gli errori e la presenza di meccanismi mnemonici. In poche parole la neurobiologia vegetale guarda alle piante come esseri capaci di calcolo e scelta, di apprendimento e memoria. Le radici diventano l’organo più importante della pianta, i loro apici formano un fronte in continuo avanzamento con innumerevoli centri di comando. L’intero apparato radicale guida la pianta con una sorta di cervello collettivo o, meglio, di intelligenza distribuita su una larga superficie che, mentre cresce e si sviluppa, acquisisce anche informazioni importanti per la nutrizione e per la sopravvivenza della pianta. Gli alberi vivono in un ambiente in continua mutazione e benché non tutte le parti di uno stesso albero siano contemporaneamente soggette allo stesso stimolo nello stesso tempo, essi rispondono in maniera coordinata, dimostrando non solo un sistema di comunicazione meravigliosamente funzionale, ma anche una capacità decisionale che si manifesta nello scegliere la corretta risposta a stimoli differenti, che possono, frequentemente, richiedere soluzioni contrastanti.

Un fiore è per sempre

Nel cervello dei vegetali non esiste una suddivisione comparabile a quella umana, anche perché nelle piante l’embriogenesi non genera direttamente i tessuti e gli organi nell’adulto, come invece avviene nella specie umana. In essi si assiste alla formazione dei meristemi primari, che sono i tessuti vegetali freschi in via di accrescimento quindi allo stato embrionale, i quali dopo la germinazione daranno luogo agli organi e ai tessuti della pianta adulta. Questo fenomeno, caratteristico dei soli esseri vegetali, è detto embriogenià infinita o embriogenià continuata. Per ogni situazione ambientale e per ogni fase della vita della pianta si determina un diverso sviluppo delle cellule che fanno parte di ciascun organo. Dapprima le giovani cellule sono uguali, successivamente in ogni apice vegetativo del fusto, della gemma, del ramo o della radice inizia lo stesso processo di divisione cellulare. In seguito, quando la pianta ha raggiunto lo stadio adulto, il compito delle cellule cambia, cioè acquisiscono la capacità di differenziarsi, per esempio è merito delle cellule meristematiche apicali se l'accrescimento dei fusti e delle radici può, in certi alberi, raggiungere dimensioni considerevoli.

Per tutta la durata della vita di una pianta, tali cellule producono cellule figlie apparentemente identiche tra di loro; in seguito esse si differenziano in modo da originare gruppi cellulari adatti a diverse funzioni che sono proprie dei vegetali superiori e daranno origine ai fasci vascolari, alle fibre di trasporto e di sostegno, alle foglie, ecc. Tutti i tessuti meristematici rappresentano nella pianta la parte embrionale ancora attiva del vegetale adulto e definito. Il meristema non si differenzia mai completamente, ma una parte di esso viene continuamente generata permettendo l’accrescimento della pianta per tutta la vita. Infatti la coltura di mezzo millimetro di apice vegetativo dotato di una o due bozze fogliari, è sufficiente per ottenere lo sviluppo completo di una nuova pianta.

L’evoluzione strutturale del fiore rappresenta la massima espressione evolutiva del regno vegetale, così come l’uomo rappresenta l’evoluzione massima del regno animale. I fiori sono gli apparati più differenziati che il regno vegetale abbia prodotto finora, paragonabile, nel regno animale, solo al cervello.

Nell’apparato riproduttore delle piante da fiore, si può leggere, come nelle varie componenti del cervello dei vertebrati superiori, la storia dell’evoluzione della propria specie e i vari strati del fiore richiamano i differenti strati cerebrali nell’uomo: alla formazione del Tronco e Mesencefalo corrisponde la costituzione dell’ovulo, a quella del Cervelletto e del Midollo cerebrale il seme e a quella della Corteccia l’ovario avvolto da calice e corolla costituita da petali e sepali.

Le caratteristiche del fiore, unite alle peculiarità dei costituenti della pianta, della famiglia di appartenenza, forniscono importanti i riferimenti riguardo alla tappa evolutiva in cui lo si può collocare. Dagli amenti che rappresentano i fiori più primitivi, si passa al fiore legnoso delle Gimnosperme, per arrivare ai petali e alle corolle sgargianti che rappresentano il suo ultimo stato evolutivo, il più recente, quello che appartiene al genere delle Angiosperme.

I diversi “strati” dei fiori possono non solo paragonarsi ai diversi strati del nostro cervello, ma possono “corrispondere energeticamente” ad essi, in quanto furono predisposti per contenere le stesse energie formative e morfogenetiche che ci hanno plasmato successivamente, ed è per questo che con essi possiamo condividere la stessa memoria storica.

Occorre ora delineare, seppur a grandi linee, la storia evolutiva dei vegetali in modo da comprenderne pienamente le differenze in relazione alle loro diverse fasi.

Un sintetico sguardo d’insieme alla storia evolutiva dei vegetali - Le prime forme di vita

Acora oggi gli scienziati non sanno dire con precisione quanto tempo fa sono comparse sulla Terra le prime forme di vita, ma è probabile che esse si siano originate spontaneamente a partire dalle varie sostanze chimiche quali metano, ammoniaca, idrogeno e vapore acqueo che si trovavano negli oceani primitivi circa quattro miliardi di anni fa.

Le prime semplici molecole, attraverso una lunga serie di combinazioni, diedero vita a molecole sempre più complesse sino ad arrivare alle macromolecole delle proteine e quelle lunghissime del DNA che ancora oggi sono alla base di ogni forma vivente.

I procarioti e in seguito le alghe azzurre, furono i primi organismi vegetali capaci di fotosintesi e dominarono la Terra, rimanendo rigorosamente a mollo nell’acqua per oltre due miliardi di anni, dando prova di essere estremamente efficienti e resistenti. Malgrado la precarietà delle condizioni di vita in un ambiente che cambiava continuamente, soggetto a catastrofi di tutti i tipi, i batteri procarioti resistettero e si moltiplicarono. Un singolo batterio che si divide ogni mezz’ora per scissione, danno origine a cellule rigorosamente uguali, potrebbe, in condizioni ideali, produrre 300 miliardi di discendenti nell’arco di 24 ore e dopo alcune settimane in teoria, costituire una massa più grande del globo terrestre. Ancora oggi essi rispondono ad un imperativo esistenziale che fu fondamentale agli esordi, quello della moltiplicazione cellulare.

I batteri presenti nel nostro corpo sono i discendenti dei primissimi batteri anaerobi, il loro ambiente, sulfureo, umido, povero di ossigeno era simile a quello in cui si trovano a loro agio i batteri intestinali, e ancora adesso, se le condizioni lo richiedono, si moltiplicano con grande facilità.

Una delle loro prime attività fu la fermentazione, cioè la decomposizione di zuccheri per creare l’energia necessaria a tutti i processi cellulari.

Essi quindi sono presenti dappertutto dove ci sia qualcosa da digerire e da scomporre, rappresentano un anello di vitale importanza nella catena della creazione, costituendo una forma di vita altamente specializzata.

Carichi di energia vitale e riproduttiva, il loro livello di organizzazione è molto semplice, se c’è da scomporre, disgregare entrano in azione, in risonanza con il tessuto o l’aggregazione cellulare organica che ha bisogno del loro operare.

Essi non sono mai definitivamente stabilizzati, si adattano facilmente a forme, habitus, nuove condizioni di vita, con molta facilità e plasmabilità.

Sono dei disgregatori, distruttori di cellule, spezzano precedenti legami, e questa arcaica e nello stesso tempo moderna, fresca e vitale operatività è messa al nostro servizio. Analizzeremo meglio come esplicano il loro ruolo all’intemo di un processo di sussistenza logica e sensata, in base alla conoscenza delle Leggi Biologiche scoperte dal dottor Hamer. L’invito esplicito che vi faccio sin da questo momento è quello di non considerarli come dei nemici pericolosi, non lo sono affatto!

Insomma i batteri furono veramente gli indispensabili pilastri e custodi della vita nascente. E’ solo grazie al loro contributo che successivamente la specie umana ha potuto progredire. Era Archeozoica (4 miliardi di anni fa - Periodo Archeano).

Questo testo è estratto dal libro "I Fiori del Risveglio".

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