Il Gatto del Dalai Lama - David Michie
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Il Gatto del Dalai Lama - Anteprima del libro di David Michie

L’evento che avrebbe cambiato tutta la giovane vita del Dalai Lama

L'evento

Per l’evento che avrebbe cambiato tutta la mia giovane vita e senza il quale tu, caro lettore, oggi non staresti leggendo questo libro, devo ringraziare un toro e i suoi bisogni fisiologici.

Immagina un tipico pomeriggio monsonico di New Delhi. Il Dalai Lama sta tornando a casa dall’aeroporto Indira Ghandi, dopo essere stato negli Stati Uniti per un viaggio di insegnamento. Mentre la macchina attraversa la periferia della città, il traffico viene bloccato da un toro che è caracollato nel bel mezzo della strada, dove si sta abbondantemente scaricando.

Diverse macchine indietro, fermo nel traffico, Sua Santità guarda con calma fuori dal finestrino e aspetta che la fila di automobili riprenda a muoversi. E mentre se ne sta lì seduto, la sua attenzione è catturata da un dramma che si sta consumando al margine della strada.

In mezzo a quella confusione di pedoni e ciclisti, venditori ambulanti e mendicanti, due bambini di strada vestiti di stracci sono impegnati a concludere in fretta il loro affare del giorno. Giusto qualche ora prima si sono imbattuti in una cucciolata di gattini, nascosti dietro alcuni sacchi di iuta ammassati in un vicolo. Guardando la loro scoperta da vicino, non ci hanno messo molto ad accorgersi di essersi imbattuti in qualcosa di valore. Perché quei cuccioli non sono dei comuni gatti di strada, no. Si tratta sicuramente di felini di una razza pregiata. I due ragazzini non sono pratici di razza himalayana, ma in quegli occhi di zaffiro, nella splendida colorazione di quelle pellicce lucenti, hanno subito riconosciuto un bene commerciabile.

Strappati dal confortevole nido dove nostra madre si è presa cura di noi fino a pochi attimi prima, io e i miei fratelli ci troviamo così catapultati nella spaventosa confusione della strada. Nell’arco di pochi minuti le mie due sorelle maggiori, che sono le più cicciottelle e ben cresciute della cucciolata, vengono scambiate per alcune rupie. Intanto, nell’eccitazione che accompagna la contrattazione, io vengo lasciata cadere e atterro dolorante sull’asfalto, scampando per un pelo alla morte per mezzo di uno scooter.

Per vendere noi ultimi rimasti, due gattini pelle e ossa, i ragazzini devono faticare di più. Arrancano per ore nelle strade, agitandoci davanti ai finestrini delle macchine di passaggio. Io sono davvero troppo giovane per essere portata via da mia madre a quel modo, e il mio corpicino non riesce a reagire. Presto la mancanza di latte inizia a farsi sentire e comincio a perdere le forze. In più sono ancora dolorante per via della caduta. Quando i ragazzini catturano l’attenzione di un anziano passante che vuole regalare un cucciolo alla sua nipotina, sono a malapena cosciente.

Gesticolando per farci mettere a terra, l’anziano signore si accovaccia e ci studia da vicino. Mio fratello, il maggiore, trotterella tra la sporcizia ammonticchiata al lato della strada, miagolando implorante in cerca di latte. Io, invece, quando con un colpetto mi spronano a muovermi, riesco a compiere un unico piccolo passo barcollante prima di collassare in una pozza di fango.

Ed è proprio questa la scena alla quale assiste Sua Santità.

E quella successiva.

Il salvataggio

Dopo aver trovato un accordo sul prezzo, mio fratello viene consegnato al vecchio sdentato. Io, nel frattempo, rimango lì, impantanata nella sporcizia, mentre i ragazzini discutono sulla fine che mi aspetta e uno di loro mi spintona rudemente con l’alluce. Decidono che sono invendibile e, afferrata una pagina sportiva del «Times of India» vecchio di settimane, che è finita in un canale di scolo lì accanto, mi ci avvolgono come un pezzo di carne marcia destinato al mucchio di spazzatura più vicino. Rinchiusa lì dentro mi sento soffocare. Anche respirare è diventato una lotta. Già indebolita per la stanchezza e la fame, sento vacillare pericolosamente la fiamma della vita dentro di me. In quei terribili momenti finali la morte sembra inevitabile.

Se non fosse che Sua Santità invia in mio soccorso il suo primo assistente. Appena sceso da un aereo proveniente dagli Stati Uniti, quello si ritrova accartocciati in una tasca due biglietti da un dollaro. Li allunga ai ragazzini e quelli scappano via tutti eccitati, fantasticando su quanto renderanno i dollari una volta cambiati in rupie.

Fu così che, liberata dalla trappola mortale delle pagine sportive («Il Bangalore affossa il Rajasthan con 9 wickets» recitava il titolo), presto mi ritrovai a riposare nel comfort dei sedili posteriori dell’auto del Dalai Lama. Qualche momento più tardi, poiché Sua Santità desiderava riportare la vita nel mio debole involucro, nella mia piccola bocca veniva versato del latte, acquistato presso un venditore ambulante.

Non ricordo i dettagli del mio salvataggio, ma ne ho ascoltato la storia così tante volte che la conosco a memoria. Quel che ricordo è di essermi svegliata nel calore di un rifugio così accogliente che, per la prima volta da quando quella mattina ero stata strappata al mio nido di iuta, avevo avuto la certezza che sarebbe andato tutto bene. E, guardandomi intorno per scoprire la fonte del mio riconquistato benessere, mi ero ritrovata a guardare dritto negli occhi del Dalai Lama.

Come posso descrivere quel primo momento alla presenza di Sua Santità?

Sua Santità

È tanto una sensazione quanto un pensiero, la comprensione profonda, che scalda il cuore, che tutto è esattamente così come dovrebbe essere. Come imparai più tardi, è come diventare consapevoli, per la prima volta, che la propria vera natura è infinito amore e compassione. È sempre stato così, ma il Dalai Lama lo vede e lo riflette indietro. Lui percepisce la tua natura di Buddha, e questa rivelazione è così straordinaria che spesso muove alle lacrime.

Nel mio caso, sprofondata in una morbida tonaca di lana marrone su una sedia dello studio di Sua Santità, divenni consapevole anche di un altro fatto, della massima importanza per tutti noi felini: ero nella casa di un amante dei gatti.

Con la stessa certezza divenni consapevole anche di una presenza meno amichevole, dall’altro lato del tavolo. Tornato a Dharamsala, Sua Santità aveva ricominciato le udienze e stava adempiendo a un impegno programmato da tempo per un’intervista con un professore di storia arrivato dall’Inghilterra. Non posso dirvi esattamente di chi si tratti, ma solo che veniva da una delle più famose università inglesi della Ivy League.

Il colloquio

Il professore stava scrivendo un tomo sulla storia indo-tibetana, e sembrava seccato dalla scoperta di non essere il solo a godere dell’attenzione del Dalai Lama, quel giorno.

«Un randagio?» esclamò dopo che Sua Santità ebbe brevemente spiegato la ragione per la quale mi trovavo in quel momento a occupare la sedia in mezzo a loro.

«Sì» confermò il Dalai Lama prima di rispondere non tanto alle parole del visitatore quanto al tono con cui le aveva pronunciate. Guardando il professore di storia con un sorriso gentile parlò con quella voce calda e baritonale che mi sarebbe divenuta familiare.

«Sa, professore, lei e questa gattina randagia avete un’importante cosa in comune».

«Non riesco a immaginare quale» rispose quello freddamente.

«Per lei, non c’è cosa al mondo che conti di più della sua stessa vita» rispose Sua Santità. «E lo stesso vale per questa gattina».

Dal silenzio che seguì era evidente che il professore, nonostante tutta la sua erudizione, non si era mai trovato prima a riflettere su un’idea così sconcertante.

«Di certo non sta dicendo che la vita di un essere umano e quella di un animale hanno lo stesso valore» obiettò.

«In quanto esseri umani abbiamo di sicuro un potenziale maggiore» replicò Sua Santità. «Ma per il disperato desiderio di rimanere vivi, per come ci aggrappiamo alla nostra particolare esperienza di coscienza, in questo noi uomini siamo uguali agli animali».

«Be’, forse alcuni dei mammiferi più complessi...» Il professore sembrava combattere contro il garbuglio dei suoi pensieri. «Ma non tutti gli animali. Insomma, per esempio, non gli scarafaggi».

«Anche gli scarafaggi» lo smentì imperterrito Sua Santità. «Ogni essere dotato di coscienza».

«Ma gli scarafaggi portano sporcizia e malattie. Dobbiamo liberarcene con l’insetticida».

Sua Santità si alzò e camminò fino alla scrivania, da dove prese una grossa scatola di fiammiferi. «Ecco il nostro trasportino per scarafaggi» disse. «Molto meglio dell’insetticida. Sono sicuro» continuò, accompagnando le parole con il suo famoso sorriso «che a lei non piacerebbe essere inseguito da un gigante che spruzza gas tossici con uno spray».

Il professore accolse in silenzio questa briciola di evidente, ma insolita saggezza.

«Tutti noi che siamo dotati di coscienza» proseguì il Dalai Lama tornando alla sua sedia, «consideriamo la nostra vita estremamente preziosa. Perciò dobbiamo proteggere più che possiamo la vita di tutti gli esseri senzienti. Inoltre, dobbiamo riconoscere che condividiamo tutti gli stessi due desideri fondamentali: quello di godere della felicità e quello di sottrarci alla sofferenza».

Ho sentito il Dalai Lama trattare spesso e in mille modi diversi di questi argomenti. Eppure, ogni volta che parla con tanta vivida chiarezza ed energia, è come se ascoltassi le sue parole per la prima volta.

«Tutti noi condividiamo questi desideri. E anche le diverse maniere in cui cerchiamo di raggiungere la felicità e di sfuggire alla sofferenza ci accomunano. Chi non è felice davanti a un ottimo pasto? Chi non desidera dormire in un letto comodo e sicuro? Scrittori, monaci o gatti randagi, in questo siamo tutti uguali».

Dall’altro lato del tavolo il professore di storia si agitava sulla sedia.

«E soprattutto» continuò il Dalai Lama sporgendosi in avanti e accarezzandomi con l’indice, «tutti vogliamo semplicemente essere amati».

Quando il professore se ne andò, più tardi quel pomeriggio, aveva sicuramente molte più cose a cui pensare che non alla registrazione delle opinioni del Dalai Lama sulla storia indotibetana.

Il messaggio di Sua Santità era provocatorio. Poteva sembrare addirittura una sfida. In ogni caso, non poteva essere facilmente ignorato... come avremmo scoperto più avanti.

I giorni seguenti

Nei giorni seguenti familiarizzai rapidamente con il nuovo ambiente. La cuccia accogliente che Sua Santità aveva ricavato per me da una vecchia tonaca di lana. La luce cangiante nelle stanze, che seguiva ogni giorno il tragitto del sole nel cielo dall’alba al tramonto, e la tenerezza con la quale lui e i suoi due assistenti mi nutrivano con latte caldo finché non divenni abbastanza grande per mangiare cibi solidi.

Cominciai anche a esplorare, all’inizio solo la stanza del Dalai Lama, poi lo spazio fuori, fino allo studio dei suoi due assistenti esecutivi. Quello seduto più vicino alla porta, il giovane, un monaco rotondetto dalla faccia sorridente e dalle mani morbide, era Chogyal. Aiutava Sua Santità nelle questioni riguardanti il monastero. Quello più anziano e più alto, che gli sedeva di fronte, era Tenzin. Sempre in tiro, con le mani che emanavano il forte sentore di pulito del sapone carbolico, era un diplomatico e un addetto alla cultura che assisteva il Dalai Lama nelle questioni secolari.

Il primo giorno che barcollai oltre l’angolo fin dentro all’ufficio interruppero di colpo la loro conversazione.

«E questo chi è?» volle sapere Tenzin.

Chogyal rise sommessamente mentre mi sollevava e mi deponeva davanti a sé sulla scrivania, dove la mia attenzione fu immediatamente attratta dal tappo blu di una penna Bic.

«Il Dalai Lama l’ha salvata mentre lasciava Delhi in auto» disse, ripetendo il racconto che aveva sentito dall’assistente. Intanto io giocherellavo col tappo della penna per tutta la scrivania.

«Perché cammina in modo così strano?» volle sapere l’altro.

«A quanto pare ha fatto una brutta caduta sulla schiena».

«Hmm». Tenzin sembrava dubbioso, mentre si chinava in avanti per osservarmi meglio. «Forse era malnutrita, se era la più piccola dei gattini. Ce l’ha un nome?»

«No» rispose Chogyal. Poi, dopo aver fatto rimbalzare con me un paio di volte il tappo della penna da una parte all’altra della scrivania, esclamò: «Dobbiamo dargliene uno!» Sembrava entusiasta della sfida. «Un nome di ordinazione. Che dici, inglese o tibetano?» (Nel buddhismo ai nuovi monaci viene attribuito un nome di ordinazione, per sottolinearne la nuova identità.)

Chogyal cominciò a elencare una serie di diverse possibilità, finché Tenzin disse: «Queste cose è meglio non forzarle. Sono sicuro che man mano che impareremo a conoscerla il nome verrà da sé».

Come al solito, il consiglio di Tenzin era sia saggio che profetico. Sfortunatamente per me, per come andranno le cose. Inseguendo il tappo della penna avanzai oltre la scrivania di Chogyal fino alla metà di quella di Tenzin, prima che lui afferrasse il mio piccolo e soffice corpicino e mi depositasse sul tappeto. «Starai meglio qui» disse. «Ho davanti una lettera del Dalai Lama indirizzata al papa, e non vogliamo certo che si riempia di impronte!»

Chogyal rise. «Firmata su questo lato dalla gatta di Sua Santità».

«GSS!» esclamò Tenzin. (Nella corrispondenza ufficiale spesso ci si riferisce a Sua Santità con un acronimo). «Potremmo chiamarla così finché non le troviamo un nome più appropriato».

Oltre l'ufficio degli assistenti c’era un corridoio che, passati altri uffici, conduceva a una porta tenuta sempre rigorosamente chiusa. Dai discorsi carpiti nell’ufficio degli assistenti sapevo che quella porta conduceva in molti luoghi, tra i quali Dabbasso, Fuori, Al tempio e anche Oltreoceano. Attraverso quella porta andavano e venivano tutti gli ospiti di Sua Santità. Si apriva su un mondo completamente nuovo. Ma in quei primi giorni, quando ero ancora una piccola gattina, ero ben contenta di rimanermene da questo lato della porta.

Questo testo è estratto dal libro "Il Gatto del Dalai Lama".

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