Il Linguaggio Segreto della Famiglia - Tracy Hogg
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Il Linguaggio Segreto della Famiglia - Anteprima del libro di Tracy Hogg

Genitori, figli, fratelli: vivere e comunicare serenamente in casa

"Una famiglia è un'unità composta non soltanto da bambini, ma da uomini, donne, a volte un animale, più il raffreddore."
Ogden Nash

Quindici anni fa, quando nacque la sua primogenita, Sara Green, ora quarantanovenne, capì d'istinto che avere un bimbo significava molto più che diventare semplicemente un genitore. «Sono stata molto consapevole, fin dalla nascita di Katy, che Mike, Katy e io eravamo una famiglia» ricorda Sara. «Era una relazione del tutto nuova. E sapevo che desideravo preservarla.»

Nei primi giorni, tenne tutti a distanza. Voleva mettere «in pausa» il resto del clan, in modo che lei e Mike potessero iniziare a definire la loro famiglia. Ben presto avrebbero dovuto interagire con genitori, sorelle, fratelli e diversi membri della loro famiglia allargata, per non parlare di medici, insegnanti, allenatori, altri genitori, sacerdoti e tutti quelli che avrebbero influenzato il nucleo formato da loro tre. Per il momento, però, non voleva ascoltare i commenti o i consigli altrui.

«Questo causò alcuni problemi con i parenti. Non capivano perché mai ci comportassimo in quel modo.» Sara non cedette, e il suo atteggiamento la ripagò. «Eravamo noi tre, e dovevamo comprendere il ruolo di ciascuno e in quali circostanze avremmo avuto bisogno di loro. Così, quando le persone cominciarono a venire a trovarmi chiedendo che cosa potevano fare, sapevo come rispondere.»

Bisogna ammettere che Sara possedeva tutto l'istinto che caratterizza chi capisce il linguaggio segreto dei neonati. (Se non avete letto i libri precedenti, o desiderate un rapido ripasso, guardate il box della pagina seguente.) Vale a dire che Sara era rispettosa, e si prese il tempo necessario a sintonizzarsi con i bisogni della neonata. Non si riferiva mai a Katy come a «la piccola», e parlava invece di «Katy» come persona, considerando il nuovo membro della famiglia come un individuo ben distinto. Quando la figlia piangeva, Sara non correva subito a «sistemare le cose»: faceva un bel respiro e si concedeva un momento per prestare attenzione. Non ci volle molto perché Sara cominciasse a riconoscere il significato del pianto di Katy. E, quando non ci riusciva, imparava dai propri errori e andava avanti. Come fanno tutte le persone che conoscono il linguaggio dei bambini, Sara ben presto migliorò la capacità di interpretare i segnali della figlia e a comprenderne l'indole.

L'affascinante personcina che Sara e Mike impararono a conoscere meglio nei mesi e negli anni a venire era, all'inizio, al centro dell'attenzione generale. Ma, anche quando era impegnata a rispondere alle necessità della figlia e a imparare a fare la mamma, Sara capiva che Katy non avrebbe potuto (e dovuto) occupare per sempre il centro della scena. La domanda più importante e complessa era: in che modo Katy poteva inserirsi nella vita della coppia formata da Sara e Mike? Come avrebbero spostato la loro attenzione per permettere a tutti e tre di essere partecipanti fattivi di quella che di certo sarebbe stata un'avventura familiare in continua evoluzione?

Questa sfida è l'argomento del capitolo.

Imparare a capire il linguaggio segreto della famiglia

Come avrebbe detto Tracy, entriamo subito nel vivo della questione. Nei libri precedenti scrivevamo: «Imparare il linguaggio segreto dei bambini significa sintonizzarsi, osservare, ascoltare e capire dal punto di vista del bambino». Ora allarghiamo la prospettiva, chiedendovi di considerare una situazione più complessa. Eliminate da quella frase la parola «bambino» e sostituitela con «la famiglia nel suo insieme», ed ecco che cosa otterrete:

Imparare il linguaggio segreto della famiglia significa sintonizzarsi, osservare, ascoltare e capire dal punto di vista della famiglia nel suo insieme.

Che cosa significa, esattamente? Anche questo libro, come i tre precedenti, utilizza i principi del linguaggio segreto dei bambini, ma vi aiuta a sintonizzarvi con la vostra famiglia. Vi chiede di spostare la prospettiva dal «parent-think», ossia pensare sempre come genitori, con i bambini al centro di tutto, al «family-think», dove è la famiglia in primo piano, e di ricordare uno dei «segreti» chiave:

Tutta la famiglia è importante, non soltanto il bambino (o i bambini).

Family-think non è necessariamente in contraddizione con parent-think. È un altro punto di vista, più ampio, che vi incoraggia a concentrarvi sulla famiglia e non sul bambino e a considerare voi e la vostra famiglia come un'unità indivisibile. Aiuta a migliorare le vostre capacità di «fare famiglia», in modo che possiate collaborare, con il partner e i figli, per creare un luogo sicuro dove bambini e adulti si sentano importanti. Voi (i genitori) siete sempre ai posti di comando e, naturalmente, non smettete di occuparvi dei figli e di guidarli. Ma tutti sono tenuti in considerazione e tutti, a seconda della loro età e delle loro capacità, svolgono la loro parte per far funzionare la famiglia.

In che modo si manifesta il family-think? Sara Green, che avete conosciuto all'inizio di questo capitolo, sapeva istintivamente come metterlo in pratica alla nascita della figlia. Si innamorò all'istante della dolce creaturina che aveva tra le braccia e si mostrò attenta a ogni suo versetto (parent-think), però si rendeva conto che era importante il benessere di ciascuno, non soltanto della neonata (family-think). Tre anni dopo, quando Sara diede alla luce il secondogenito. Ben, era consapevole che tutta la famiglia sarebbe nuovamente cambiata, stavolta per adattarsi al nuovo venuto. E con il passare degli anni, Sara e Mike entrarono in sintonia con ciascuno dei loro figli, imparando a conoscere i loro punti di forza e di debolezza come individui (parent-think), ma furono capaci anche di vedere le pietre miliari e i cambiamenti inaspettati attraverso la lente rappresentata da tutta la famiglia. Ogni volta che a ciascuno di loro accadeva qualcosa (Sara tornò a lavorare, Katy entrò nella preadolescenza. Ben litigò con il migliore amico, Mike perse l'impiego), erano consapevoli che il cambiamento di uno influenzava tutti (family-think).

Ora torniamo indietro nel tempo, a una famiglia che ha cominciato a crescere all'inizio degli anni Ottanta. Nancy Sargent e Stephen Klein, entrambi specializzati in medicina sociale, vivono in una riserva indiana nei pressi di una cittadina del Sudovest americano. I loro figli, Ellie e David, hanno circa quattro e due anni, e Nancy aspetta due gemelli. Negli anni precedenti, i genitori hanno condiviso la cura dei bambini e il lavoro nell'ambulatorio pubblico, una decisione presa tenendo a mente le necessità di ciascuno (family-think). Fin dall'università, Nancy e Stephen sapevano che per loro la famiglia veniva prima di tutto ed entrambi volevano essere coinvolti nella vita dei figli. Desideravano anche far parte di una comunità e viaggiare. Credevano nell'importanza di far conoscere ai bambini culture diverse, il che ha avuto un ruolo nella decisione di accettare quel lavoro e di vivere in una riserva indiana.

Quando arrivarono i gemelli, Seth e Rachel, i genitori chiesero a vari membri della famiglia allargata di venire a trovarli dalla East Coast e di prendere parte all'evento (family-think). «La famiglia ci è stata di grandissimo aiuto» ricorderà in seguito Nancy. «Ma poi se ne sono andati tutti. E, anche se uno di noi due restava a casa, capii che dovevamo trovare una babysitter.»

Una necessità di tutti, non soltanto di Nancy (family-think) che, per risolvere il problema, arruola Ellie, dicendo alla figlia maggiore che hanno bisogno di esporre un cartello all'ufficio postale. Poteva aiutarla a prepararlo? Il «volantino» creato da Ellie è un disegno a pastello di sei piccole teste, ossia i Sargent-Klein visti attraverso i suoi occhi. In fondo al foglio Nancy aggiunge una fila di foglietti che si possono staccare con il loro numero di telefono. Un annuncio in puro stile family-think!

E la cosa funziona. Trovano una fantastica signora Nativa americana che resta con loro fino a quando tornano sulla East Coast (un'altra decisione presa tenendo in considerazione le loro necessità collettive, in linea con il family-think). Anche se amano vivere nella riserva (una comunità eccezionale di anglosassoni e Nativi americani), Nancy e Stephen desiderano che i figli frequentino scuole migliori (parent-think). Inoltre, i loro genitori stanno invecchiando, e diventa importante vivere più vicini, sia per sostenerli sia perché i bambini conoscano i nonni (family-think). Scelgono intenzionalmente una città dal forte senso comunitario, dove possono unirsi a un gruppo di impegno sociale e trovare altre famiglie con valori di attivismo e volontariato simili ai loro (family-think).

Perché è così complicato cambiare prospettiva

Certo, sappiamo bene che non è facile applicare il family-think a tutti gli impegni quotidiani. Quando ci capitava di parlare con altri di questo libro, dovevamo spesso ricordare che il nostro obiettivo era la famiglia, non i figli o il modo di essere genitori. E, in tutta onestà, anche per noi non era semplice. Di quando in quando, nella conversazione, scivolavamo verso il parent-think. Perché è così difficile?

  • Siamo abituati a pensare a noi stessi come a individui.
  • Siamo troppo concentrati sui figli.
  • Chiediamo troppo poco ai nostri figli.

Ora analizziamo questi tre punti e spieghiamo perché dobbiamo passare al family-think.

Siamo abituati a pensare a noi stessi come a individui. Soprattutto negli Stati Uniti, una lunga tradizione di individualismo ci insegna che, se ci poniamo degli obiettivi, possiamo raggiungerli. Quando la situazione è difficile, dovremmo «stringere i denti e andare avanti». Se come individui ci dedichiamo ad un compito, possiamo fare tutto, e tendiamo ad applicare questa filosofia a tutto ciò che intraprendiamo, compreso allevare i figli. Siamo convinti di poter influenzare un'altra persona (bambino o adulto) soltanto attraverso ciò che diciamo e che facciamo. E chi ci può biasimare? Scaffali e scaffali di manualistica promettono di insegnarci ad «assumere il controllo» come se fosse una semplice questione di prenderla nel modo «giusto» o di applicare il programma «migliore». Come se poi esistesse un modo migliore, come se il futuro dipendesse unicamente da noi. La vita, e certamente la famiglia, non funzionano così.

Perché dobbiamo passare al family-think

Perché dobbiamo passare al family-think: in ogni rapporto sociale ci influenziamo a vicenda. Nessuno agisce da solo.

Noi non agiamo sul nostro partner o sui nostri figli. Li influenziamo, e loro influenzano noi. Ogni giorno interagiamo gli uni con gli altri e, a volte, entriamo in collisione. Ogni conversazione è una strada a due sensi, una «co-creazione» che cambia entrambe le parti in causa. Per esempio, quando vostro figlio torna a casa da scuola lamentandosi di un compagno di classe scatena in voi una reazione. Potrebbe farvi tornare in mente la vostra infanzia, oppure potrebbe darvi ima delusione: volete che il bambino sia in grado di cavarsela da solo. Potreste prenderlo tra le braccia e consolarlo, oppure potreste dirgli: «E dai, Billy. Sono cose che succedono tra voi ragazzini». In ogni caso, il modo in cui agite e reagite influenzerà ciò che il bambino dirà e farà. In ciascuno di questi interscambi quotidiani, entrambi «co-create» una relazione, un'entità formata da ciò che ciascuno di voi apporta. È un prodotto unico, creato da voi due.

Se pensiamo alla nostra famiglia come a un semplice gruppo di individui, non cogliamo una verità fondamentale: una famiglia è un insieme di individui che (idealmente) ci prepara alla vita e ci aiuta a crescere. Possiamo pensare di agire individualmente, però in realtà tutto ciò che facciamo è un progetto di gruppo, una «coazione». Ogni membro della famiglia porta alla luce un diverso aspetto di voi, e viceversa.

Fin dal giorno della nascita tutti i nostri pensieri, opinioni e convinzioni si formano grazie all'interazione con gli altri. Siamo talmente abituati a considerarci come «esseri finiti e completi», con corpi e menti separati da altri esseri finiti e completi, che è difficile accettare l'idea che anche la nostra consapevolezza è co-creata dalle relazioni con gli altri.

In famiglia, tali interscambi ci plasmano e determinano la nostra esistenza quotidiana. Innumerevoli conversazioni, scambi dentro e fuori la famiglia influenzano quello che accade tra voi e il vostro partner (se ne avete uno), tra voi e vostro figlio e, se ne avete più di uno, tra fratelli e sorelle. Ciascuna di queste conversazioni è una joint venture, un'impresa congiunta, non qualcosa che potreste generare da soli. Pensare di essere gli unici in grado di controllare un determinato risultato limita la vostra comprensione e la vostra capacità di entrare in contatto. Peggio ancora, vi fa sentire soli.

Siamo troppo concentrati sui figli. Quando Tracy, alla fine degli armi Novanta, si trasferì negli Stati Uniti dall'Inghilterra, ebbe la sensazione che i bambini americani tenessero il bastone del comando. Quando una madre le diceva che stava «seguendo i ritmi del bebé» invece di stabilire una routine strutturata, Tracy esclamava: «Ma, cara, è un neonato'. Devi essere tu a insegnargli come si fa!». E poi quella mania di stare sempre addosso al piccolo! Una madre disse a Tracy che non aveva intenzione di mettere giù suo figlio per i primi tre mesi («Proprio come fanno a Bali!»), al che Tracy replicò: «Ma, tesoro, qui non siamo in quella cavolo di Bali».

Quando i bambini compivano due-tre anni, i genitori sembravano disposti a fare qualsiasi cosa pur di difenderli dalla tristezza, dagli errori o dai fallimenti. Le mamme che partecipavano ai gruppi organizzati da Tracy si sedevano alle spalle dei loro bimbi mentre i piccoli cantavano e mimavano Whiskey il ragnetto. Che i bambini cantassero (e molti, a quell'età, non lo fanno) o che stessero seduti immobili, tutte le mamme applaudivano ed esclamavano: «Bravo! Bene!».

Quella che una decina di anni fa abbiamo definito «Epidemia di "Facciamoli felici"» si è trasformata in un eccesso di cure parentali. Da una parte ci sono i genitori concentrati sui figli, mamme sollecite che «ronzano» attorno ai loro bambini, all'opposto le cosiddette «mamme-tigre». Sembrano diverse, ma a ogni estremo tutta l'attenzione è rivolta ai ragazzi, e non alla famiglia. In effetti, stiamo vivendo in quella che un giornalista del «New York Times» ha definito «la più irritante epoca bambinocentrica della storia moderna».

Va detto che l'ansia dei genitori riguardo la sicurezza dei figli, le loro fragili personalità e il loro successo nella vita è stata alimentata, in parte, dall'ondata di prodotti, gadget e programmi che promettono di migliorare e proteggere i bambini. Gli altri genitori involontariamente agiscono come imbonitori («Ma come, non intendi iscrivere Caroline alle lezioni di ballo di Madame Fowler, quest'estate?»). La giornalista Nancy Gibbs, a proposito del «contraccolpo» della «genitorialità intensiva» descrisse questa «follia» in un articolo di copertina sul «Time», nel 2009:

Abbiamo comprato dolcetti macrobiotici e calzini ipoallergenici, assunto esperti per correggere la «inadeguata presa della matita» di un piccolo di cinque anni, attrezzato la casetta sull'albero con connessioni a banda larga ma eliminato l'altalena dopo il secondo ginocchio sbucciato. Abbiamo sorvegliato come falchi ogni scuola, parco giochi e campetto di calcio: gli insegnanti ci hanno definito «genitori-elicottero», un fenomeno che si è esteso a genitori di ogni età, etnia e religione... Siamo diventati talmente ossessionati dal successo dei nostri ragazzi che fare i genitori si è trasformato in una specie di sviluppo del «prodotto».

In effetti, l'eccesso di concentrazione sui figli è prevalente nelle famiglie del ceto medio e alto, il cui reddito è sufficiente a garantire corsi, sport, viaggi di famiglia e lezioni private. Tuttavia, nelle nostre interviste abbiamo scoperto che anche i genitori con un reddito basso avvertono questa pressione sociale. «Mi sento a disagio perché non posso dare ai miei figli quello che hanno i loro amici» ci ha detto una madre, e parlava di sneaker costose e aggeggi elettronici. Qualche settimana prima di Natale, ha ipotecato l'automobile per ottenere un prestito. I regali hanno reso temporaneamente felici i suoi otto figli, ma la famiglia ne ha sofferto quando, in seguito, la banca ha minacciato di pignorare l'automobile.

Se i figli occupano l'intero orizzonte e monopolizzano il tempo e l'energia, è quasi impossibile mantenere una prospettiva familiare. Gli adulti sono stremati, come ha documentato la giornalista Judith Warner nel suo libro Perfect Madness. Le donne che ha intervistato erano vittime di «un'inedita serie di pressioni che le spremono come limoni». Il rapporto di coppia ne risente, i ragazzi credono che il mondo ruoti attorno a loro ma si sentono anche spinti fino all'eccesso a dare il massimo, i fratelli litigano per le «cose». E soprattutto la famiglia «appassisce», come un bimbo abbandonato all'orfanotrofio.

No, non accade in tutte le case, ma in molte sì. Alcuni genitori (e di sicuro molti dei clienti di Tracy) hanno «ridimensionato» il ruolo dei figli, iniziando a vederli come parte di un insieme più vasto. Altri sentono che c'è qualcosa da sistemare, eppure sono così presi dalla frenesia da non rendersi conto di dove li sta portando quella strada.

«Mi dispiace per i miei amici e parenti americani» dice Greg Perlman, che si è trasferito in Europa qualche anno fa con la moglie, Amy, e la figlia Sadie, ora undicenne. «Quando tomo negli Usa, mi accorgo della crescita esponenziale di ciò che i ragazzi possiedono, di quanto i genitori si dannano per le feste di compleanno, di che genere di giocattoli sono considerati indispensabili e delle infinite preoccupazioni per la sicurezza dei figli. Alcuni non si rendono conto dell'accelerazione della pressione, ma da quando ci siamo trasferiti notiamo un'enorme differenza. È quasi come una corsa agli armamenti.»

Questo testo è estratto dal libro "Il Linguaggio Segreto della Famiglia".

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