Il nostro impulso a creare legami affettivi (Bruce Lipton)
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Il nostro impulso a creare legami affettivi (Bruce Lipton)

Se siete sopravvissuti a tutta una serie di relazioni fallite, potreste chiedervi perché continuate a provarci. Posso assicurarvi che non insistete soltanto per i momenti belli (e a volte brevi). E non insistete neanche per colpa delle pubblicità televisive che fanno vedere coppie di amanti su isole tropicali. Insistete, a dispetto dei vostri precedenti e delle tetre statistiche sul divorzio, perché siete progettati per stringere legami affettivi. Gli esseri umani non sono destinati a vivere soli.

C’è un imperativo biologico fondamentale che spinge voi e ogni organismo presente su questo pianeta a riunirvi in comunità, a relazionarvi con ogni altro organismo. Che ci pensiate consciamente o no, la vostra biologia vi sprona a creare legami. Di fatto, il riunirsi di individui in comunità (a partire da due elementi) è una forza principale che traina l’evoluzione biologica, un fenomeno che chiamo evoluzione spontanea e che ho trattato per esteso nel libro dallo stesso titolo (Bruce Lipton, Steve Bhaerman, Evoluzione spontanea: scopri il nostro futuro positivo e il percorso per ottenerlo, Macro Edizioni, Cesena, 2010).

Ovviamente ci sono altri imperativi biologici volti a garantire la sopravvivenza individuale e specifica: l’impulso a nutrirsi, ad accoppiarsi, a crescere, a cercare protezione, e la feroce, inesplicabile spinta a lottare per la vita. Non sappiamo dove o come la volontà di vivere sia programmata nelle cellule, ma è un fatto che nessun organismo sarà mai disposto a rinunciare facilmente alla propria vita. Se provate a uccidere il più primitivo degli organismi, quel batterio non dirà “Va bene, aspetterò che tu mi uccida”, ma metterà in atto ogni manovra di fuga in suo potere per sostenere la sua sopravvivenza.

Quando i nostri impulsi biologici non vengono soddisfatti, quando la nostra sopravvivenza è minacciata, una sensazione alla bocca dello stomaco ci dice che qualcosa non va ancor prima che la nostra mente conscia si renda conto del pericolo. È la stessa sensazione viscerale che viene percepita in questo istante: molti di noi la provano mentre meditano sulla possibilità di sopravvivenza del nostro pianeta, così malconcio dal punto di vista ambientale, e degli esseri umani che l’hanno ridotto in questo stato. La maggior parte di questo libro è incentrata sui modi in cui gli individui possono creare o ravvivare relazioni meravigliose, ma nell’ultimo capitolo spiegherò come l’energia creata attraverso le relazioni del genere “Paradiso in Terra” possa guarire il pianeta e salvare la nostra specie.

Sembra un obiettivo impossibile, lo so, ma abbiamo a disposizione un modello estremamente efficace per creare relazioni che alla fine condurranno alla guarigione del nostro pianeta. Come dicevano gli antichi mistici, la risposta è dentro. La natura e il potere delle relazioni armoniose possono essere individuati nella comunità dei trilioni di cellule che cooperano per formare ogni essere umano. Inizialmente questo vi potrebbe sembrare strano, dato che guardandovi allo specchio potreste logicamente concludere di essere una singola entità. Ma questo è un errore di percezione cruciale! In realtà un essere umano è una comunità composta da cinquanta trilioni di cellule senzienti all’interno di una capsula di Petri rivestita in pelle, un’intuizione sorprendente che spiegherò più approfonditamente nel Capitolo 3.

Come biologo cellulare, ho trascorso molte ore felici studiando il comportamento e il destino delle cellule staminali in piattini di coltura di plastica. I trilioni di cellule all’interno dell’involucro di pelle di ogni corpo umano vivono molto più armoniosamente delle coppie in continua lotta e delle comunità umane dalla conflittualità dilagante. Questa è un’eccellente ragione per cui esse possono comunicarci preziose intuizioni: cinquanta trilioni di cellule senzienti, cinquanta trilioni di cittadini che convivono pacificamente in una comunità decisamente complessa. Ogni cellula ha un compito. Ogni cellula ha a disposizione un sistema sanitario, protezione e un’efficace economia (basata su uno scambio di molecole di ATP, unità energetiche che spesso i biologi chiamano “monete del regno”). In confronto, il compito dell’umanità, cercare di capire la logistica che permetta a sette miseri miliardi di esseri umani di collaborare armonicamente, sembra semplice. E in confronto alla comunità cooperativa umana composta da cinquanta trilioni di cellule, il compito di ogni coppia, cercare di capire come due esseri umani possano comunicare e collaborare armonicamente, sembra una quisquilia (pur sapendo che a volte sembra la sfida più grande che abbiamo di fronte sulla Terra).

Vi garantisco che gli organismi unicellulari, che sono state le prime forma di vita su questo pianeta, hanno trascorso un tempo molto lungo, quasi tre miliardi di anni, a cercare di capire come stringere legami reciproci. Persino io non ci ho messo tutto quel tempo! E quando hanno cominciato a unirsi per creare forme di vita pluricellulari, inizialmente si sono organizzati come comunità senza legami tra loro, o “colonie”, di organismi unicellulari. Ma il vantaggio evolutivo di vivere in una comunità (maggiore consapevolezza dell’ambiente e condivisione del carico di lavoro) presto ha condotto a organismi estremamente strutturati composti di milioni, miliardi e poi trilioni di singole cellule socialmente interattive.

La dimensione di queste comunità pluricellulari va da quelle microscopiche a quelle facilmente visibili a occhio nudo: un batterio, un’ameba, una formica, un cane, un essere umano e via dicendo. Sì, nemmeno i batteri vivono da soli, ma formano comunità sparse che si mantengono in continua comunicazione attraverso segnali chimici e virus.

Una volta escogitato un modo per collaborare al fine di creare organismi di ogni forma e dimensione, anche gli organismi pluricellulari appena sviluppatisi iniziarono a loro volta ad assemblarsi in comunità. Sul livello macroscopico, ad esempio, il pioppo tremulo (Populus tremuloides) forma un superorganismo composto da ampie distese di alberi geneticamente identici collegati da un singolo sistema radicale sotterraneo. Il più grande pioppo tremulo completamente interconnesso di cui si sia a conoscenza è un boschetto di 106 acri [ca 43 ettari; N.d.R.] nello Utah soprannominato Pando, che secondo alcuni esperti sarebbe il più grande organismo al mondo.

La natura sociale delle società armoniose composte da una pluralità di organismi può fornire intuizioni fondamentali direttamente applicabili alla civiltà umana. Un grande esempio è dato da una formica, che, alla stessa stregua di un essere umano, è un organismo sociale pluricellulare: se allontanate una formica dalla sua comunità, morirà. Infatti, una singola formica in realtà è un sub-organismo; il vero e proprio organismo è effettivamente rappresentato dalla colonia di formiche. Lewis Thomas ha così descritto le formiche: «Le formiche assomigliano talmente agli esseri umani da creare imbarazzo. Coltivano funghi, allevano afidi come bestiame, mandano eserciti a fare la guerra, fanno uso di spray chimici per allarmare e confondere i nemici, catturano schiavi... si dedicano al lavoro minorile... scambiano incessantemente informazioni. Fanno tutto tranne guardare la televisione».

L’impulso naturale a formare comunità è anche facilmente osservabile nei mammiferi come i cavalli. Puledri sfrenati corrono dappertutto e irritano i loro genitori proprio come riescono a fare i bambini. Per metterli in riga, i loro genitori morsicano i piccoli come forma di rinforzo negativo. Se quei piccoli morsi non funzionano, i genitori passano alla punizione più efficace di tutte: obbligano il puledro che si comporta male ad allontanarsi dal gruppo e non gli permettono di ritornare nella comunità. Questa si dimostra la punizione peggiore anche per il puledro più vivace e meno controllabile, che farà qualunque cosa rientri nella sua capacità di comportamento per rientrare nella comunità.

Quanto alle comunità umane, noi siamo in grado di provvedere a noi stessi come individui più a lungo di quanto possa farlo una singola formica, ma abbiamo buone probabilità di impazzire nel frattempo. Mi viene in mente il film Cast Away, in cui Tom Hanks impersona un uomo che viene abbandonato su un’isola deserta del Pacifico meridionale. L’uomo si serve delle sue mani insanguinate per imprimere la figura di un volto su un pallone da pallavolo Wilson Sporting Goods che chiama “Wilson” per poter avere qualcuno con cui parlare. Finalmente, dopo quattro anni decide di fare il rischioso passo di avventurarsi al largo dell’isola su una zattera di fortuna perché preferirebbe morire nel tentativo di trovare qualcuno con cui comunicare piuttosto che rimanere da solo sull’isola, anche se ha trovato il modo per assicurarsi il cibo e l’acqua, ovvero di sopravvivere.

La maggior parte delle persone pensa che l’impulso a riprodursi sia l’imperativo biologico più fondamentale per gli esseri umani, e non c’è dubbio che la riproduzione dell’individuo sia basilare per la sopravvivenza della specie. Ecco perché per la maggior parte di noi il sesso è così piacevole: la Natura ha voluto accertarsi che gli umani avessero il desiderio di procreare e sostenere la specie. Ma Hanks non si arrischia a lasciare l’isola per riprodursi, ma per comunicare con qualcuno di diverso da un pallone da pallavolo.

Per gli esseri umani, unirsi in coppie (i biologi lo chiamano “pair coupling” o “pair bonding”) è qualcosa di più che fare sesso per riprodursi. In una conferenza intitolata The Uniqueness of Humans [L’unicità degli umani; N.d.T.] il neurobiologo e primatologo Robert M. Sapolsky spiega quanto unici siano gli esseri umani sotto questo aspetto:

Talvolta, tuttavia, la sfida sta nel fatto che abbiamo a che fare con qualcosa in cui siamo semplicemente unici: non esiste alcun precedente nel mondo animale. Lasciate che vi fornisca un esempio. Un esempio sconvolgente. Bene. Prendiamo una coppia. I due arrivano a casa a fine giornata. Parlano. Fanno la cena. Parlano. Vanno a letto. Fanno sesso. Parlano ancora un po’. Si addormentano. Il giorno seguente fanno la stessa identica cosa. Tornano dal lavoro. Parlano. Mangiano. Parlano. Vanno a letto. Fanno sesso. Parlano. Si addormentano. Lo fanno per trenta giorni di fila. A una giraffa questo provocherebbe repulsione. Quasi nessuno nel mondo esterno fa sesso senza scopo di riproduzione un giorno dopo l’altro, e nessuno ne parla dopo averlo fatto.

Per gli esseri umani il sesso ai fini della riproduzione è cruciale finché una popolazione non si stabilizza. Quando le popolazioni umane raggiungono uno stato di equilibrio e sicurezza, il sesso ai fini della riproduzione cessa. Negli Stati Uniti, dove la maggior parte dei genitori si aspetta che i loro figli sopravvivano e di non finire essi stessi sulla strada da vecchi, il numero medio di discendenti per famiglia è inferiore a due. Tuttavia, qualsiasi popolazione minacciata inizierà a riprodursi prima e si riprodurrà di più: sta inconsciamente calcolando che alcuni dei suoi figli non sopravvivranno e che avranno bisogno di più di due figli per suddividere il carico dato dall’aiutarli a sostenersi quando saranno vecchi. In India, ad esempio, sebbene il tasso di fertilità sia crollato dal 19 per cento al 2,2 in un decennio, nelle aree più povere dove le famiglie affrontano tremende sfide per sopravvivere il tasso può essere tre volte più elevato [continua...]

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