Il Potere Terapeutico degli Animali
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Il Potere Terapeutico degli Animali - Anteprima del libro di Alberto Dal Negro

Microstorie

Microstorie

Al di là di quanto racconto nelle venti esperienze precedenti, in molte delle quali ho voluto narrare nei dettagli ogni singolo accadimento, in molte altre occasioni ho assistito a episodi che mi hanno anch’essi toccato nel profondo. E che trovo importante trasmettere al lettore, per ampliare la sua visione di quanto può succedere quando di mezzo c’è un animale.

Lino - Ci vuole tempo...

Lino vive da anni nella casa di riposo che visitiamo settimanalmente con cani e conigli. Non partecipa a nessuna attività, perso com’è nei suoi pensieri. È un uomo molto gracile, lo sguardo perennemente fisso in situazioni che noi non riusciamo a vedere e a comprendere. Lui guarda lontano, non è qui con noi.

Seduto in cerchio con alcune altre persone anziane, spalle flosce e testa lievemente reclinata, quando gli passiamo davanti e lo salutiamo ci urla sempre dietro qualcosa e si alza dalla sedia muovendo parallelamente le braccia dal basso verso l’alto come quando allo stadio si fa la ola. Talora gli insulti sono molto pesanti, talora non afferriamo le parole. Deve avere una gran rabbia dentro, perché tutto quello che facciamo è salutarlo gentilmente. Non insistiamo e passiamo oltre, seguendo le indicazioni della fisioterapista che presenzia agli incontri e ci guida. Per settimane questa è la sua reazione. Però rimane lì, pare non voler partecipare ma non si alza e non se ne va. Resta con noi, fermo immobile, testa bassa.

Con il tempo Lino ha smesso di insultarci. Continua a fare la ola, si alza e si risiede. Stop. «Se rimane e non vi respinge — ci dice un giorno la fisioterapista — io proverei un attimo a insistere. Giusto un po’». Concordo. Mi soffermo allora davanti a Lino, appena si risiede dopo aver completato la sua classica ola, lo saluto nuovamente sorridendo e allungo di qualche centimetro il cestino con il coniglietto nella sua direzione. «Buongiorno, vuole salutarlo?». Lino non risponde, lo sguardo è sempre perso lontano, ma sento che c’è. E come se fosse in ascolto.

Molto lentamente appoggio il cestino sulle sue gambe, sotto lo sguardo attento della fisioterapista che approva il mio gesto. Lino ritorna con gli occhi e la mente da quel suo posto distante e abbassa lo sguardo sul coniglio, cercando di metterlo meglio a fuoco. Il coniglietto è lì, con il naso che si muove velocemente, adagiato nel suo cestino con il mio dito che lo accarezza leggermente fra i due occhietti, dove piace a lui. Lino ora lo sta fissando. E una lacrima prende forma e gli scorre piano lungo la guancia.

«Aveva anche lei dei conigli?», provo a chiedergli. Lino annuisce con un lieve cenno della testa e ci accorgiamo che gli riaffiorano delle emozioni che sembravano perse. Poi alza la mano e inizia a lisciare con estrema dolcezza il pelo caldo e soffice del coniglio. Lo accarezza, lo osserva con attenzione, poi alza gli occhi e con lo sguardo continua a vagare lontano, in cerca di un ricordo.

Lino da quel momento, quando siamo presenti noi, cambia radicalmente. Nessun insulto, nessuna ola; da quel suo stare fermo, apatico, assente, ora è attivo, interagisce con piacere, ci saluta con quella sua voce flebile e accenna a piccoli sorrisi. C’è, si diverte e ci ringrazia con tutto il suo cuore di continuo. È un Lino trasformato quello che incontriamo adesso. Ogni tanto capita che abbia giornate storte e cada in momenti di apatia. Ma poi si risolleva. Accarezza il coniglio, porge il biscotto al cane, si mangia con gli occhi gli animali che lo attorniano e gli fanno compagnia.

E sempre un’emozione, un piacere incontrarlo, un’onda che parte da noi, lo raggiunge e ci ritorna moltiplicata nell’effetto. Lino è felice, vive con gioia quei momenti, tanto che un giorno stupisce mtti mettendosi a cantare a squarciagola Quel mazzolin di fiorì, coinvolgendo altre due signore che gli siedono accanto in un clima contagioso di festa, suoni e risate.

Non ci sono altre attività, da quello che ci racconta l’operatrice che lo segue, in cui Lino partecipi attivamente. Quella con gli animali è proprio l’unica in grado di smuovere qualcosa in lui. Il rivivere un ricordo passato, il piacevole clima che si instaura, il sentirsi accolto e non giudicato, la condivisione di un’emozione: non sappiamo quale sia la molla capace di far scattare un cambiamento come questo, ma è quello che viviamo. Tutti i giorni.

Rosa - Ti ho scelto io!

Come l’abbiamo vissuta con Lino, che inizialmente pareva volerci aggredire, la stessa storia la riviviamo con Rosa, che ogni volta ci insulta di brutto con appellativi molto più coloriti e con una grinta da far paura. Rifiuta decisamente l’incontro con l’animale fino a che un bel giorno Melody, una femmina di labrador color miele, decide di avvicinarsi da sola a Rosa staccandosi da noi che eravamo dall’altra parte della sala. Si va a piazzare seduta, di schiena alla signora, e arretra lentamente, muovendo il suo sederone peloso per terra fino a insinuarsi fra le ginocchia di Rosa, pretendendo così tutta la sua attenzione. Una volta ben sistemata, Melody volge il suo dolce muso verso Rosa come a invitarla.

Noi siamo lontani e Rosa non può dirci su, noi non centriamo. Melody ha fatto tutto da sola. Non siamo noi che le abbiamo imposto di salutare il cane: è il cane che l’ha scelta, che ha scelto di sedersi vicino a lei, che allo stesso tempo le offre e le chiede attenzione. E qui il miracolo, come lo definisce la fisioterapista: Rosa ci guarda seria, con bocca e sopracciglia inarcate, poi abbassa lo sguardo su Melody, la fissa per un lungo momento. Il suo viso contrito e sempre infuriato si rilassa impercettibilmente, piano piano, fino a distendersi in un lievissimo sorriso. Poi, solleva lenta la mano e inizia ad accarezzare Melody sul collo. E chi la ferma più.

È un’altra Rosa quella che incontriamo da quel momento in poi, una Rosa che ci accoglie salutandoci, rispondendo alle nostre domande, interagendo con i nostri animali. Un’altra breccia che si apre in un mondo che sembrava essersi chiuso per sempre e fossilizzatosi in un atteggiamento cupo e scontroso. Ma era una maschera. Una difesa contro le asperità della vita, la sofferenza, la solitudine. Una maschera che l’animale ha saputo far scivolare via donando nuova vitalità e gioia di vivere. Senza parlare.

Diana - Risveglio

Diana è ospite presso lo stesso centro di degenza. Colpita da una profonda depressione, apatica come non mai, se ne sta tutto il giorno là nell’angolo, distante da tutti e da tutto, persa nei suoi ricordi. Non partecipa da tempo a nessuna proposta offerta dalla struttura. Se ne sta in un angolo sulla sua carrozzina, testa reclinata in avanti, occhi chiusi, bocca leggermente increspata in un sorriso amaro.

Ma quando arriva il cane è un’altra persona: viso sorridente (lei che non parla mai e, se lo fa, lo fa con un suo linguaggio assolutamente incomprensibile disarticolando le parole), chiama il cane con precisione, scandendo bene il suo nome: «Melody». Si agita sulla sedia, si spinge sulle ruote avanti e indietro seguendo il cane e cercando di accarezzarlo, allungandogli un biscottino dietro l’altro, tirandogli la sua pallina e raccattandola con le mani quando Melody torna e le porge la palla con il muso. Insomma, tutta un’altra persona. E quando Melody la guarda dal basso, con il sedere a terra in attesa di un suo gesto, Diana, con gli occhi luccicanti, la guarda estasiata e non sa più come esprimere quello che prova dentro. E mi guarda, mi stringe forte la mano, mi stringe a sé e mi bacia più volte ringraziandomi con gli occhi.

Si esce tutti più leggeri da quegli incontri. E come se la forza di gravità, tutt’a un tratto, non esercitasse più la sua attrazione, come se l’aria fosse più rarefatta, più pura.

Gigi - Ansiolitico speciale

Primo giorno di visita in un centro diurno per persone con Alzheimer. Arriviamo con cane e coniglio (siamo sempre in due, la mia collega con un meticcio, io con Floppy, un coniglietto ariete color champagne). Quando suoniamo alla porta, l’animatore che ci accompagnerà nel ciclo di incontri ci avvisa che il pulmino con gli ospiti non è ancora arrivato, quindi non si può iniziare. C’è solo un signore, Gigi, accompagnato al Centro dai familiari, ed è molto agitato. E lui si deve occupare di Gigi in questo momento. Conosco bene quell’animatore, ci conosciamo da anni, e visto che ormai siamo lì, «Perché non salutare il signor Gigi?», propongo. «Ormai siamo qui, almeno gli facciamo conoscere il nostro coniglietto, poi scappiamo».

La collega con il cane rimane in cortile e io entro con la gabbietta. In sala, sistemo Floppy nel cestino e mi avvicino piano a Gigi. È molto agitato, sembra tutto in fibrillazione. Ma quando ci vede, quando si accorge di Floppy, un luccichio gli attraversa gli occhi. L’animatore lo invita a sedersi comodo e si accorge che lo sguardo di Gigi è fisso sul coniglio. Gli chiede se lo vuole conoscere e lui fa cenno di sì. Mi avvicino con il cestino e Gigi mi fa segno che lo vuole sulle gambe. Ha gli occhi sgranati e un respiro piuttosto affannato. Gli distendo un lenzuolino sulle gambe e con calma invito Floppy a prendere posizione. Ora Floppy è lì, in grembo a Gigi, che con entrambe le mani, molto dolcemente, lo liscia sui lati. E lo liscia, lo liscia.

Gli occhi di Gigi riprendono piano la loro luce normale, il respiro rallenta, la sua cera cambia. Sembra stare meglio. L’animatore mi guarda, ma non gli viene fuori niente. Non ha parole. Rimaniamo insieme, in silenzio, a osservare. E non c’è proprio da dire nulla.

Il pulmino con gli altri ospiti arriva quando ce ne stiamo andando. Sembrava una dannata sfortuna quel ritardo, invece si è rivelata una grande occasione per Gigi.

Negli incontri successivi, con Gigi sempre in stato di agitazione, troviamo l’animatore che ci aspetta e dal balcone ci urla: «Dài, dentro con Floppy che Gigi è in ansia!». E noi su di corsa. Con Floppy che, accoccolato sulle ginocchia di Gigi, funge davvero da tranquillante, normalizzandolo volta per volta. Cambia quasi improvvisamente e non si staccherebbe più dal suo pelo, tanto sta bene. Gli sorride, comprendendo bene l’aiuto che gli sta offrendo quel coniglietto.

Rosaria - Sorrisi

Rosaria frequenta da tanti anni il convitto per persone anziane con disabilità. Ha una depressione molto grave, viso sempre contratto in una lieve smorfia mista di amarezza e tristezza. La vita non è capace di offrirlemotivo per sorridere. Per Rosaria i giorni passano uno uguale all’altro. Si muove al rallentatore, partecipa con grande fatica alle varie attività che le vengono proposte, è sempre spossata, non c’è nulla che l’appassioni.

Quando entriamo la prima volta in palestra con un paio di coniglietti nel cestino (Camilla e Bibip), ci guarda con il solito sguardo triste. Salutiamo persona per persona, invitandole a salutare a loro volta i nostri piccoli amici, e quando arriviamo da lei, vediamo che si sofferma a lungo a guardarli. Le diciamo i nomi e lei ci ascolta con un’insolita attenzione. C’è chi li osserva, chi dona loro una carezza, chi li vorrebbe tenere in braccio (ma questo per i coniglietti è troppo e spieghiamo a tutti che preferiscono rimanere nel loro cestino), chi vuole dar loro da mangiare. Ho sempre con me qualche nocciolina e Rosaria me ne chiede una da offrire a Bibip. Con le due dita la porge piano al coniglio e Bibip se la prende volentieri con i suoi dentini. Un gesto estremamente semplice: quello di una persona che offre un piccolo dono all’animale e l’animale che gradisce l’offerta. Sembra poca cosa, ma anche questo significa sentirsi accettati e utili all’altro. Piace molto a Rosaria il piccolo Bibip (come tutti i conigli che le faremo conoscere da qui in avanti) e all’incontro successivo si ricorda di portare con sé un biscotto. Per i conigli. Ha insistito - ci dicono - per avere dalla cucina un biscotto, che ha conservato per il giorno in cui veniamo in visita. Ritagliamo uno spazio speciale per Rosaria, perché vediamo il suo interesse e sappiamo quanto questo la faccia star bene. È un momento speciale quello in cui lei offre alcuni pezzetti croccanti al coniglio, che invita chiamandolo ripetutamente «Bibip, Bibip» (Rosaria non è certo facile alla parola); e quando Bibip afferra il biscotto, a Rosaria si increspano le labbra in un dolce sorriso, appena accennato, ma pur sempre un sorriso.

Incontro dopo incontro il rituale si ripete, Rosaria è sempre presente, sempre attenta, non dimentica mai di portare con sé il suo regalo per Bibip e ascolta con attenzione tutto quello che le diciamo. Con lei scambiamo anche qualche parola. La sua assistente è contenta di questo suo insolito interesse e partecipazione. Si accorge come in presenza degli animali l’espressione di Rosaria cambi, all’inizio quasi impercettibilmente, poi in maniera sempre più evidente.

Ma è quando, un giorno, arriviamo con un cane, una meticcetta molto tranquilla, che entra in palestra e si siede vicino a lei, che succede un fatto straordinario. Visto che il cane ha deciso di sdraiarlesi vicino, le chiediamo se ci aiuta a tenerla a bada finché facciamo il giro dei saluti agli altri suoi compagni. Per sicurezza le chiediamo di tenere il cane al guinzaglio, per quanto sappiamo che l’animale non si muvverà da lì. Rosaria prende il guinzaglio, guarda la cagnolina, e un sorriso le si distende sul viso (quando mai? Tanto che la immortaliamo con una bella foto). L’educatrice, osservando Rosaria, ci confessa: «È da vent’anni che seguo Rosaria e non l’ho mai vista sorridere».

Spesso assistiamo a episodi di questo tenore e osserviamo persone che interagiscono con piacere con i nostri animali. Un sorriso per noi è normale. Per qualcuno, però, è un evento eccezionale, spesso unico. Ma cos’ha fatto quel cane per far sorridere Rosaria? Apparentemente nulla. Sicuramente, secondo noi, l’ha saputa accogliere, l’ha fatta sentire importante, le ha dato attenzione. Rosaria si è sentita utile neH’offrirgli da mangiare, nel prendersi cura di lui. E nel tenerlo al guinzaglio si è sentita responsabile. Quanto ne ha tratto beneficio a livello di riconoscimento (di ruolo) e di autostima? Tutti si prendono cura di Rosaria e, per una volta, Rosaria si è presa cura di qualcun altro. Si è sentita amata e ha potuto offrire amore. Quel suo sorriso, catturato dai nostri occhi e dalla macchina fotografica, parla da solo.

Questo testo è estratto dal libro "Il Potere Terapeutico degli Animali".

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