Il Ritmo del Corpo - Donatella Coda Zabetta - Estratto
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Il Ritmo del Corpo - Con DVD Allegato - Anteprima del libro di Donatella Coda Zabetta

L’inizio del daoyin

Il Ritmo del Corpo

La pratica del daoyin mi affascinò subito, è ben strutturata e ricca di esercizi che la rendono un trattamento completo per la salute del corpo e della mente. È più dinamica che statica e assomiglia nei suoi movimenti a una danza ritmica armoniosa. Ogni posizione viene generalmente ripetuta almeno quattro volte, prima a sinistra e poi a destra, e proprio in questo reiterarsi del movimento ho ritrovato il fascino della pausa e della riflessione, la necessità della quiete e dell’ascolto nella dinamicità del movimento. Quando eseguivo una forma, come gli esercizi per tranquillizzare la mente, i gesti ripetuti più volte mi consentivano di trovare dei contatti sconosciuti con la realtà del mio corpo e proseguivo finché il movimento mi appariva più fluido e armonioso. Altre volte mi mettevo davanti allo specchio e continuavo a ripetere l’esercizio fino a quando raggiungevo con soddisfazione uno stato di benessere.

Mi piace praticare in casa nel silenzio delle prime ore del mattino, ma è ancora più totalizzante potersi dedicare al daoyin in riva al mare o in un prato verde di montagna. Ogni luogo in cui mi trovo diventa un’occasione per ritagliare dei momenti da destinare agli esercizi: in una stanza d’albergo, sul balcone e perfino alla fermata dell’autobus.

Il daoyin mi ha sempre incantato perché è semplice, ma, al tempo stesso, ha regole ben definite, che vanno rispettate e seguite con scrupolo: ci vuole impegno e perseveranza per apprendere i movimenti.

Ogni forma di daoyin richiede uno sforzo mentale

Ogni forma di daoyin richiede uno sforzo mentale di concentrazione sui meridiani e sui punti di agopuntura che vengono stimolati durante l’esercizio, e questa continua tensione alla focalizzazione favorisce in me uno stato di presenza mentale su quello che succede nel corpo. Mentre si pratica il daoyin e si apprende la forma dei suoi movimenti, esercizio dopo esercizio si diventa gradualmente più consapevoli e si acquisisce la capacità di intervenire sulle debolezze, i blocchi, i dolori e le impotenze del corpo.

Mi è capitato, nella vita, di sentirmi smarrito nella mente e nel corpo, travolto dagli automatismi e dalle incombenze del quotidiano. In perenne corsa, insoddisfatto, cercavo spasmodicamente nuovi bisogni e consumi. Ossessionato da una sensazione continua d’inadeguatezza di fronte alle performance richieste dal mondo moderno, mi rifugiavo in una rincorsa frenetica della tecnica e delle sue cose scintillanti. Proprio quando mi stavo allontanando sempre più da me stesso, il daoyin yangsheng gong con la sua pratica corporea ordinata, ritmica e continua mi ha permesso di ritrovare me stesso.

Le cose di questo mondo si muovono in continuazione, la realtà è un irrequieto andare e venire di cose e noi umani siamo fatti della stessa “pasta” degli animali, piante, pietre, ossia siamo energia che interagisce, che vibra, che saltella e danza sbattendo l’una contro l’altra. Noi, però, tendiamo ad allontanarci dalla nostra natura, presi dalla frenetica illusione di essere al centro dell’universo, o di poterci crogiolare nella stabilità delle nostre raggiunte condizioni economiche e sociali. In tal modo il nostro corpo e le emozioni si irrigidiscono come acqua che si ghiaccia, e spesso è proprio il nostro corpo a inviarci i segnali con cui ci chiede di cambiare: questi segnali sono i nostri malesseri, le malattie, i dolori, gli eccessi emozionali. Gli esercizi del daoyin ci aiutano a sciogliere il ghiaccio delle nostre rigidità corporee, così che l’energia di cui siamo fatti possa di nuovo scorrere e saltellare come l’acqua di un torrente di montagna.

Durante il mio avvicinamento al daoyin il primo passo fu di acquisire, con pazienza e disciplina, l’ordine delle sequenze, le cadenze e i passaggi precisi che ne caratterizzano i movimenti. Questo inizio ha favorito una presa di coscienza sensoriale (tatto, olfatto, udito, gusto, dolore, equilibrio) e, coinvolgendo il corpo, ne ha potenziato la percezione, calmando la mente e distogliendo gradualmente l’attenzione da passioni o preoccupazioni. Ho chiamato questa fase di apprendimento, che ha aperto le porte a una maggiore consapevolezza sensoriale del corpo e delle sue funzioni, rito. Ne esplicito per maggior chiarezza espositiva le caratteristiche.

Il rito è la sequenza precisa dei movimenti, ma anche l’apertura alla percezione di zone e punti del corpo, al sentire finalizzato a riattivare i sensi.

Il rito, in un primo momento, non riguarda il corpo nel suo complesso, ma le articolazioni, da cui è necessario partire durante i movimenti.

Il rito nel daoyin è:

  • ordine - una interdipendenza precisa e paziente in ogni fase del movimento: apro le gambe e chiudo le gambe, mi alzo e mi abbasso, prima giro a sinistra e poi giro a destra.
  • successione - un rispetto preciso delle sequenze di movimento del corpo e delle loro diverse fasi, che stimolano differentemente ogni singola articolazione del corpo: prima mi abbasso e poi sposto il peso, prima tendo la gamba sinistra e poi piego la destra ecc.
  • ponte - un coltivare la capacità del proprio corpo di recepire, ascoltare, accogliere e lasciare andare le percezioni sensoriali, lavorando con le articolazioni e accrescendo la consapevolezza di ciò che in esse succede.

Ogni atto, ogni movimento, ogni elemento della forma deve essere apprezzato, gustato, visto e sentito, nella ripetizione del gesto e nella sequenza ordinata e precisa: il rito rende interiore la forma.

Il rito è, pertanto, severo apprendimento, precisione maniacale, gesto dopo gesto, posizione dopo posizione, dedizione incondizionata e fiducia: un percorso aH’intemo del corpo, verso la propria interiorità. Il rito costante e ripetuto del movimento aiuta a ritrovare la pace interiore in quanto addormenta e allontana i pensieri della mente cosciente: nel rito del daoyin nulla è lasciato al caso. Non c’è spazio per pensieri e automatismi: è un abbandonarsi graduale a un’altra dimensione dove ordine e sequenze dirigono l’azione. Nella forma del daoyin ci si deve concentrare sui singoli passaggi e sui gesti, sempre gli stessi, sempre più perfetti e raffinati, sempre previsti.

Disciplina, pazienza, perseveranza e umiltà sono strumenti indispensabili: non è facile districarsi dalle nebbie della modernità, ci sono dei momenti in cui si vorrebbe abbandonare la pratica, vinti dalla fatica e dallo sconforto. A volte ci illudiamo di star bene. E lasciare andare questa illusione è doloroso. Il lavoro trasforma le articolazioni (caviglie, ginocchia, anca, spalle, collo, gomiti, polsi, dita) in apriporta, in snodi cruciali, capaci di far emergere le sensazioni del corpo, la sua rigidità, le sue debolezze, i suoi dolori e formicolii.

Le cinque posizioni base del daoyin

Praticavo diligentemente il daoyin ormai da anni in solitudine e con l’aiuto di qualche Maestro; al tempo stesso ne studiavo anche i fondamenti teorici nella medicina tradizionale cinese e nel daoismo.

Mi dedicavo con precisione e costanza agli esercizi, seguendone il rito passo dopo passo e avevo cominciato a tenere i miei primi seminari e corsi di qi gong:

  • In primavera stimolavo le energie del fegato per controllare la collera, con esercizi chiamati “rilassare il fegato e stimolare la vescica biliare”.
  • In estate tonificavo i soffi vitali del cuore per calmare lo spirito, con esercizi chiamati “rilassare il cuore e calmare il sangue”.
  • In autunno aiutavo con la respirazione le energie del polmone per affrontare la tristezza e praticavo gli esercizi chiamati “favorire il qi e nutrire il polmone”.
  • In inverno proteggevo i soffi dei reni per combattere le paure e rafforzare le ossa, con movimenti chiamati “nutrire le energie e tonificare il qi originale”.
  • Tra una stagione e l’altra cercavo di migliorare la capacità di assimilare i nutrimenti con i movimenti per lo stomaco e la milza chiamati “armonizzare lo stomaco e rafforzare la milza”.

Con Wen Zhongyou praticavo anche altre forme di qi gong, quali gli “Otto Pezzi di Broccato”, i “Cinque Animali”, i “Sei Suoni”, con il desiderio di conoscere e sperimentare, nonostante Wen insistesse sempre che occorreva impegnarsi in una sola forma per evitare di disperdersi.

Compresi solo successivamente il valore di questo suggerimento: passare da un metodo di qi gong all’altro senza fermarsi significava, infatti, non voler fare i conti con la situazione delle energie del mio corpo e della mia mente; avevo trasformato il qi gong in una semplice ginnastica.

Quando scelsi il daoyin, praticandolo e insegnandolo regolarmente, scoprii, esercizio dopo esercizio, che potevo concentrare tutte le forme in cinque movimenti in grado di contenere i tre fondamenti del qi gong che mi aveva indicato Wen Zhongyou osservando i cinesi nel parco di Pechino.

Chiamai queste forme le “cinque posizioni base del daoyin”. Esse si rivelarono subito uno splendido percorso per entrare in contatto col mio corpo e portare la mente in una condizione di serenità e di rilassamento. L’esperienza mi aveva indicato la via per sintonizzare il mio corpo con i ritmi dell’ambiente. Il qi gong non era più soltanto esercizio fisico.

Ho scelto, quindi, di basare la pratica e l’insegnamento del daoyin yangsheng gong sulle “cinque posizioni base”: nell’apprendimento della disciplina, ma anche nel suo esercizio quotidiano, esse sono un ottimo punto di partenza e di arrivo. Inoltre esse, come vedremo, stimolano un percorso di consapevolezza attraverso la percezione del corpo, essenziale per raggiungere uno stato di benessere psico-fisico.

Nel corpus teorico e pratico del professor Zhang Guangde non vi sono le cinque posizioni base come le esporremo di seguito, in quanto sono il risultato della ricerca e dell’esperienza personale.

La caratteristica saliente delle “cinque posizioni base” è l’attivazione di un processo di riconoscimento del sistema corpo-mente che svela la nostra naturale fluidità o rigidità attraverso le articolazioni, snodi determinanti per la realizzazione di un movimento consapevole. Quando muovo le braccia o le gambe, quando ruoto il bacino o mi piego sulle ginocchia, entro immediatamente in contatto con i blocchi, le rigidità, i dolori, i formicolìi e le difficoltà di movimento che mi caratterizzano. Gli esercizi aiutano a sciogliere le zone contratte e a rendere le articolazioni più flessibili in modo tale che l’energia (qi) e il sangue possano riprendere a scorrere liberamente. Contemporaneamente il movimento verso l’alto, il basso, a destra e a sinistra, unitamente alla continua azione di tensione e rilassamento del corpo, alimentano quell’apertura mentale così importante per stare bene con se stessi e con gli altri.

Quando mi focalizzo sul movimento, semplice e ripetuto come in un rito essenziale e preciso, riesco a distogliere la mia attenzione dalle preoccupazioni quotidiane, facendo spazio al silenzio e alla percezione del mio corpo. Con pazienza e umiltà ho imparato che ogni elemento della forma può essere apprezzato, gustato, visto e sentito, e che nella ripetizione del gesto o nell’esecuzione della sequenza ordinata posso far emergere la pregnanza del corpo e la sua vitalità.

Le articolazioni rivestono un ruolo fondamentale nei movimenti del daoyin anche per il valore terapeutico che gli assegna la medicina classica cinese: in esse sono localizzati i punti di agopuntura chiamati “shu antichi”, cinque per ogni canale energetico in corrispondenza di gomiti e ginocchia, di polsi e caviglie e delle dita delle mani e dei piedi. Il passaggio delle energie, dall’esterno all’interno del corpo e viceversa, è maggiore negli shu antichi, che divengono, quindi, luoghi cruciali di resistenza ai patogeni, porte d’accesso alle malattie, ma al tempo stesso punti da stimolare per rafforzare il nostro sistema immunitario. I punti shu antichi sono particolarmente sensibili alle influenze stagionali e ai ritmi della natura (primavera-estate-autunno-invemo).

In una mattina di primavera, mentre sul balcone di casa praticavo le cinque posizioni base, improvvisamente emersero nella mia mente, da una interiorità nascosta e invisibile, le immagini degli esagrammi del Yijing che, man mano che procedevo nei movimenti, si affiancavano alle singole posizioni come ne fossero parte integrante. Al tempo stesso, mentre eseguivo la forma, cresceva il ritmo dell’esercizio, facendosi sempre più fluido: era facile percepire un aumento della creatività e dell’energia yang nel corpo. Incuriosito da tale ispirazione consultai quegli esagrammi e naturalmente parte della vasta letteratura cinese relativa al Yijing che li descrive e utilizza. Essi sono stati spesso associati alle pratiche corporee, in particolare al taiji, al qi gong, al tuina e all’agopuntura, vi è perfino un filone di letteratura medica cinese che ricorre all’aiuto del Yijing per effettuare diagnosi e terapie. Nel suo libro. Da Liu associa espressamente Yijing sia alle forme del taiji che alla meditazione, e infine l’eminente filosofo e sinologo francese Francois Jullien, nella sua lettura del Yijing, offre una ricca documentazione del legame tra gli esagrammi e le pratiche corporee orientali.

La mia “intuizione” dunque non era estranea alla tradizione cinese e riceveva così conferma del fatto che esiste una corrispondenza precisa tra le cinque posizioni base del daoyin e le immagini visualizzate.

Gli esagrammi del Yijing

Gli esagrammi del Yijing sono una “guida” ai mutamenti delle cose, ossia sono un orientamento all’irrompere nella vita dell’uomo dell’irregolare, dell’imprevedibile e del caotico. Essi descrivono la danza della vita, il ritmo tra regolare e irregolare, vuoto e pieno, ordine e caos, dolore e gioia, salute e malattia, cercando di creare ordine nel disordine del mondo reale.

Ogni esagramma del Yijing è un alternarsi di sei linee (intere o spezzate) che rappresentano una combinazione di yang e di yin: un ritmo che si espande (yang) e si comprime (yin), che sale (yang) e scende (yin), che si contrae (yang) e si rilassa (yin), che si riempie (yang) e si svuota (yin), che inspira (yin) ed espira (yang). Nel daoyin si riproduce questo ritmo del Yijing, non incagliandosi in una posizione, ma ricercando, col movimento continuo del corpo, di disperdere la rigidità delle posizioni: si sale e si scende, si va a sinistra e a destra, nello svuotarsi c’è la capacità di riempirsi, nel riempirsi c’è la capacità di svuotarsi, come nel respiro.

Le 64 figure del Yijing sono dunque una mappa degli infiniti mutamenti dello yang e dello yin (rappresentati dalla linea intera e dalla linea spezzata); gli esagrammi riferiti alle cinque posizioni base descrivono, per ognuna delle posizioni, il processo attraverso il quale avvengono i cambiamenti nel corpo e nello spirito.

Man mano che procediamo nelle cinque posizioni base, nel corpo assistiamo a una crescita dello yang (la forza, la vitalità, il ritmo, la perfezione nell’esecuzione) che sale e si sviluppa insieme alla fluidità dell’esercizio, mentre aU’intemo la presenza dello yin (l’accettazione, l’apertura, la presenza, la consapevolezza) porta al rilassamento, alla quiete e a un cuore tranquillo. Questo processo è unico per ognuno di noi e ha i propri tempi di maturazione, ma quando si è pronti può scatenare splendide e imprevedibili reazioni nel corpo e nella mente.

Passiamo ora ad analizzare le cinque posizioni base del daoyin: da esse inizia il percorso per ascoltare e cambiare il nostro corpo-mente.

Questo testo è estratto dal libro "Il Ritmo del Corpo - Con DVD Allegato".

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