Il Volo del Pellicano - G.F. Carpeoro - Estratto
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Il Volo del Pellicano - Anteprima del libro di Giovanni Francesco Carpeoro

Venezia, anno di grazia 1507

Non dubitate:

tutto ciò che sembra essere l'inizio di qualcosa è contemporaneamente la fine di qualcosa d'altro.

Venezia, anno di grazia 1507

Il maestro Zorzo di Castelfranco, detto Giorgione, quel mattino del mese di luglio respirava l'aria frizzante di Venezia con un piacere sottile.

Ormai da mesi era ospite del nobile Gabriele Vendramin che aveva conosciuto nell'inverno del 1500, in occasione di un suo breve viaggio a Firenze. Ivi si trovava per l'interessamento del suo istitutore e insegnante, l'abate domenicano Francesco Colonna l, sacerdote a Treviso, che, colpito dal suo innato e particolare talento per il disegno, aveva steso una lettera di presentazione indirizzata a fra' Luca Pacioli. L'incontro con il frate aveva segnato una svolta nella sua esistenza. Aveva scoperto con lui i segreti della matematica e di una conoscenza superiore di cui prima non aveva mai lontanamente immaginato la possibilità.

Nello stesso anno il maestro lo presentò al rabbi Isaac Abravanel 3 a Venezia, che dischiuse per lui le porte della conoscenza e dell'interpretazione del Libro Sacro, e delle sue integrazioni, la Torah, e il Talmud, e infine della tecnica divina, l'accesso al Sancta Sanctorum, la parte segreta del Tempio, il linguaggio della Kabbalah, tecnica divina di decifrare i testi sacri, il segreto del Fuoco nascosto.

Alfine, presentato da suoi stessi maestri, fu iniziato al grado d'apprendente nella setta dei Fedeli d'Amore, quella che era stata di Dante Alighieri, con il nome di Frater Cignus Julius, per le sue origini e in onore del suo carissimo amico, Giulio Campagnola.

Proprio in tale occasione, annunciato come ospite con tutti gli onori dovuti all'altissimo grado iniziatico, aveva conosciuto il nobile veneziano Gabriele Vendramin.

Nel corso della riunione, come suo compito d'apprendente, aveva offerto una tavola d'arte, e, per meglio rendere il significato di essere divenuto figlio del fuoco, come gli antichi seguaci di Zoroastro, aveva dipinto una scena ispirata al Talmud, Mosè, bambino alla prova dei carboni ardenti.

Il nobile Vendramin era rimasto profondamente colpito dall'opera, al punto di lasciare istruzioni alla loggia affinché con la massima rapidità l'apprendente Zorzo di Castelfranco.

Il maestro Zorzo di Castelfranco, detto Giorgione, quel mattino del mese di luglio respirava l'aria frizzante di Venezia con un piacere sottile.

Ormai da mesi era ospite del nobile Gabriele Vendramin che aveva conosciuto nell'inverno del 1500, in occasione di un suo breve viaggio a Firenze. Ivi si trovava per l'interessamento del suo istitutore e insegnante, l'abate domenicano Francesco Colonna l, sacerdote a Treviso, che, colpito dal suo innato e particolare talento per il disegno, aveva steso una lettera di presentazione indirizzata a fra' Luca Pacioli. L'incontro con il frate aveva segnato una svolta nella sua esistenza. Aveva scoperto con lui i segreti della matematica e di una conoscenza superiore di cui prima non aveva mai lontanamente immaginato la possibilità.

Nello stesso anno il maestro lo presentò al rabbi Isaac Abravanel 3 a Venezia, che dischiuse per lui le porte della conoscenza e dell'interpretazione del Libro Sacro, e delle sue integrazioni, la Torah, e il Talmud, e infine della tecnica divina, l'accesso al Sancta Sanctorum, la parte segreta del Tempio, il linguaggio della Kabbalah, tecnica divina di decifrare i testi sacri, il segreto del Fuoco nascosto.

Alfine, presentato da suoi stessi maestri, fu iniziato al grado d'apprendente nella setta dei Fedeli d'Amore, quella che era stata di Dante Alighieri, con il nome di Frater Cignus Julius, per le sue origini e in onore del suo carissimo amico, Giulio Campagnola.

Proprio in tale occasione, annunciato come ospite con tutti gli onori dovuti all'altissimo grado iniziatico, aveva conosciuto il nobile veneziano Gabriele Vendramin.

Figlio del fuoco

Nel corso della riunione, come suo compito d'apprendente, aveva offerto una tavola d'arte, e, per meglio rendere il significato di essere divenuto figlio del fuoco, come gli antichi seguaci di Zoroastro, aveva dipinto una scena ispirata al Talmud, Mosè, bambino alla prova dei carboni ardenti.

Il nobile Vendramin era rimasto profondamente colpito dall'opera, al punto di lasciare istruzioni alla loggia affinché con la massima rapidità l'apprendente Zorzo di Castelfranco esplorasse i gradi iniziatici e di conoscenza atti a divenire un maestro.

Trascorsi due anni, nei quali gli era stato insegnato ogni significato segreto del numero 3, era approdato alTiniziazione a Maestro, e dall'incontro con la morte, aveva imparato a non averne mai più paura. Aveva imparato il misterioso significato della parola «VITRIOL» degli alchimisti: Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem, e cioè che solo affrontando un viaggio nella più assoluta e oscura profondità del proprio animo, si poteva trovare la strada della propria perfezione. Aveva scoperto come ogni viaggio dell'uomo, sul percorso dalla propria nascita, fino alla morte, fosse la distillazione del Vitriol, compiuta o incompiuta, a secondo che la profondità della collocazione del tesoro venisse raggiunta.

In quella circostanza aveva conosciuto, nel suo ruolo di Maestro Venerabile della loggia, un capitano di ventura, il condottiero Tuzio Costanzo, cavaliere di San Giorgio, che in seguito, nel 1502, lo aveva ricondotto, temporaneamente, a Castelfranco Veneto.

Ivi, nel segno del suo nuovo grado di conoscenza, aveva dipinto, proprio per il suddetto cavaliere, la Pala di Castelfranco nella quale aveva racchiuso il primo dei sette grandi segreti che gli erano stati comunicati.

Poco tempo dopo, aveva racchiuso il secondo dei grandi segreti nella tela I tre filosofi.

Il terzo dei segreti

Il terzo dei segreti lo aveva celato in due opere dipinte a olio, a breve distanza Tuna dall'altra, secondo il canone del maestro da Vinci e inviate al nobile Vendramin, La Giovine e La Vecchia. Erano due ritratti della medesima donna, prima in età giovanile e poi avanti negli anni, nel segno del segreto simbolico del dio Giano dei pagani.

A seguito di ciò veniva definitivamente convocato dal nobile Vendramin, e, nel corso della sua permanenza, ospite nel palazzo del medesimo, aveva trovato il compimento del suo cammino iniziatico.

All'inizio del 1507 aveva velato il quarto segreto nel dipinto Le tre età e, veduto il capolavoro, gli era stato comunicato che era giunta l'ora della sua unzione, la consacrazione al massimo grado della setta.

Per mesi si era preparato per l'unzione a Sommo Fratello dei Fedeli d'Amore, come il Precursore, l'abate Gioacchino da Fiore, il vate Durante, detto Dante, degli Alighieri, il maestro Leonardo da Vinci, l'abate Ruggero Bacone e via tutti gli altri, che nei secoli avevano segretamente e umilmente lavorato per la conoscenza mistica della Rosa e il sacrificio resuscitante della Croce.

Era stato unto in una sala dai rossi drappi e dai fregi d'oro, situata nei sotterranei del palazzo, alla presenza di persone che mai avrebbe immaginato di poter incontrare nel corso della sua vita. La cerimonia era avvenuta nel giovedì della Santa Pasqua e si era conclusa con una cena a base di pane azzimo, olive e vino rosso che i commensali avevano bevuto da un unico boccale.

Successivamente, il 21 del mese di giugno, aveva consegnato al nobile Vendramin, la tela intitolata La Tempesta, il capolavoro, il quinto segreto, la quinta essenza.

Proprio quel mattino del 20 luglio e in quel momento, gli venne portato un plico.

L'immagine del sigillo rosso, raffigurante una fenice che risorgeva dalle ceneri, gli era ben noto: era una lettera del suo maestro, l'abate Francesco Colonna.

Nella missiva il saggio monaco manifestava d'essere orgoglioso del suo allievo, prediceva eterna e imperitura fama per le sue opere, atteso che sarebbe stato, nei secoli, ammirato con il nome di Giorgione.

La lettera si concludeva con l'invito a spendere il resto della sua vita con operosità, conservando con la sua arte anche i due ultimi segreti, ché nel 1510, un anno prima della sua amata Cecilia, sarebbe morto di peste, e solo dopo 450 anni la sua stella avrebbe ripreso a brillare.

Egli, con gran serenità, al termine della missiva, ebbe a riflettere che l'ultima pagina del libro della sua vita, avrebbe dovuto essere la firma e quindi l'autoritratto, lo scrigno del sesto segreto, il sigillo della setta dei Fedeli d'Amore, la stirpe di David, i Figli della Luce.

L'avrebbe dipinto poco tempo prima di morire, perché, per quanto gli era stato insegnato, la sua morte, insieme a tutta la sua vita, avrebbe contenuto il settimo segreto, che poi altro non era, cabalisticamente, che la somma dei primi sei.

Milano, 20 luglio 2005

Giulio si sentiva una persona comune, ma al tempo stesso speciale.

Alto un metro e novanta, dinoccolato, brizzolato, con baffi folti, ma non spioventi, di colorito chiaro, in complesso un uomo affascinante, ma senza quel temperamento da cacciatore, tale da approfittare delle situazioni invitanti che si presentavano con una certa frequenza.

Atletico e sportivo, combatteva con la maturità dei suoi 45 anni frequentando quasi quotidianamente una palestra vicino casa, mentre, nella stagione invernale, la sua passione per lo sci di fondo lo conduceva, quasi ogni fine settimana, in montagna.

Era sempre stato di temperamento artistico, fin da ragazzino aveva mostrato una gran predisposizione per il disegno, come dono naturale, a prescindere dalle conoscenze tecniche, frutto di un innato senso d'osservazione analitica e di una capacità di scomporre e archiviare nella sua memoria le immagini in linee essenziali, per poi ricomporle nitidamente al momento opportuno.

Talmente acuto e completo era il suo senso di percezione della realtà che, con una certa sofferenza, avvertiva, quando disegnava, l'impossibilità di riprodurre integralmente quanto proiettato nella sua mente, gli odori, per esempio, o la fisicità degli oggetti, la consistenza, il peso, i suoni.

Ricordava che quando aveva Ietto quello che sarebbe stato uno dei suoi libri preferiti. Il Profumo, di Patrick Suskind, aveva avvertito un profondo senso d'invidia per le prodigiose qualità olfattive del protagonista.

Al tempo degli studi superiori, e avvertendone dolorosamente la limitazione rispetto alla sua naturale predisposizione per le arti figurative, aveva ottenuto, con l'impegno minimo e indispensabile, il diploma di grafico pubblicitario.

Ma il mondo della pubblicità si era rivelato troppo complesso e artificioso per la sua natura di persona semplice ed essenziale e quindi aveva trovato lavoro in un'azienda che progettava e forniva supporti grafici a istituti bancari o finanziari.

In sostanza il suo lavoro consisteva, per la maggior parte, nel fornire i disegni per la modulistica, ivi compresi i libretti degli assegni bancari.

L'era dei pagamenti telematici

Poi era sopraggiunta l'era dei pagamenti telematici che aveva, in pratica, azzerato quel mercato e, pertanto, era finito dapprima in cassa integrazione per un anno, fino a quando, dopo un ventennio d'onorata carriera, sei mesi addietro, aveva perso il posto.

Situazione davvero difficile, perché a parte la liquidazione di circa 25.000 euro, che stava cercando di erodere con la massima lentezza possibile, tutto il carico del vivere quotidiano era caduto sulle spalle di colei che era sua moglie da circa 15 anni, Luisa, sua coetanea, impiegata nell'amministrazione di un'azienda multinazionale. Non che lei gli avesse fatto mai pesare questa situazione, ma le restrizioni del tenore di vita erano state in ogni caso vissute con umiliazione: niente più colf, taglio d'ogni spesa al di fuori delle necessità essenziali.

Gran sofferenza, che aveva cercato di attenuare rendendosi utile nelle faccende di casa, casa che era di proprietà comune, con poche rate ancora da pagare per l'estinzione del mutuo.

Nonostante tale momento di difficoltà, peraltro totalmente privo di prospettive di miglioramento, aveva mantenuto un atteggiamento ottimistico, in ciò favorito dal suo senso dell'ironia, come se trovasse forza nella consapevolezza che quella svolta positiva, non prevedibile o probabile secondo ragione, fosse comunque inevitabile, dovesse accadere necessariamente, perché egli non meritava di dover sopportare ancora a lungo un disagio così profondo.

In fin dei conti, aveva sempre avuto l'impressione di vivere contemporaneamente due vite: una fortemente radicata nel passato, in eventi già accaduti, in emozioni che gli sembrava aver già provato, anche se non ricordava come, dove, quando, e l'altra fondata sul presente, su quanto gli accadeva di giorno in giorno, in uno stato di totale consapevolezza.

L'incertezza si trovava sempre nel distinguere il confine tra le due esistenze.

Era mercoledì 20 luglio 2005, e Giulio stava uscendo da casa alle 10,30 del mattino per immergersi nel Sole che, rischiarando il giardino condominiale, costringeva i fiori e le piante a liberare i loro profumi dalla prigionia notturna. Abitava alla periferia di Milano, città dove era nato e che adorava, al punto che viveva a malincuore ogni occasione, anche temporanea, di distacco.

Mise in moto la vecchia Opel diesel e cominciò a percorrere la grande strada a due corsie che lo avrebbe condotto verso il centro.

Dopo il ponte della ferrovia la strada si restringeva e diveniva una normale via cittadina, con i binari del tram al centro. Giulio la percorreva sempre con il piacere di trattenersi per fare colazione presso una magnifica pasticceria napoletana che aveva scoperto per merito di un amico, qualche anno prima.

Non era molto milanese la sua prima colazione, con il caffè nero e intenso e una croccante sfogliatella che, con il tiepido ripieno di ricotta e i mille aromi di frutta, aveva sempre la fragranza di un incontro d'amore da adolescente.

Ogni volta che provava quella sensazione rifletteva su quanto un amico di vecchia data, famoso giornalista esperto di gastronomia, gli aveva fatto notare circa la differenza tra la cucina del Nord, fondata sul sapore, e quella del Sud, all'insegna del profumo, come mettere a confronto il tiramisù e la cassata.

Era proprio vero, pensò, bevendo l'ultimo sorso di caffè.

Tornato in auto, decise che quella mattina si sarebbe dedicato ancora una volta alla sua passione per l'arte e, quindi, si diresse in centro verso la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, e, più precisamente, presso la sala del Cenacolo di Leonardo.

Questo testo è estratto dal libro "Il Volo del Pellicano".

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