Interpretazione dei Sogni - Il Sogno e i suoi Significati
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Interpretazione dei Sogni - Il Sogno e i suoi Significati

Il sogno: via di guarigione e di conoscenza

Interpretazione dei Sogni: "Durante la vita di un essere umano, le fasi positive e negative si alternano e sovrappongono ciclicamente. Ma anche nei periodi più bui si continua a sognare, a occhi aperti o a occhi chiusi (cioè nella veglia o nel sonno), e spesso proprio Fattività onirica sembra l’unica cosa rimasta nei momenti di desolazione. Non è difficile sentire qualcuno dire: “Ci dormirò su” o, come recita la saggezza popolare: “La notte porta consiglio”. Certo, può capitare che i sogni si trasformino in incubi terribili, che rendono angosciosa la notte e penosa la veglia. Può capitare anche che i sogni vengano completamente dimenticati e al mattino non se ne conservi traccia. Ma l’attività onirica, e i messaggi che attraverso questa ci arrivano, resta di importanza fondamentale per l’essere umano, come era noto già nell’antichità. Infatti, un tempo veniva attribuita enorme importanza ai sogni, che oggi, dopo un periodo di oblio di qualche secolo, sono tornati a svolgere un ruolo fondamentale grazie agli studi intrapresi all’inizio del Novecento da Freud e dai suoi seguaci. E una storia lunga e avvincente quella dell’interpretazione dei sogni, e si intreccia strettamente con la religione e la cultura, sfociando molto spesso nella scaramanzia e arrivando a fondersi talvolta con altre pratiche divinatorie.

Quello che forse colpì principalmente gli uomini fu il sonno, questo stato apparente di morte da cui, però, l’uomo si risveglia ritemprato e ristorato."

Dormire e sognare

Avete mai osservato un cane o un gatto mentre dormono? A un certo punto, si può notare che i loro occhi si muovono, sotto le palpebre. A volte, poi, l’animale muove le zampe o emette dei versi. La stessa rotazione dei bulbi oculari avviene anche nell’uomo, come se ne erano già resi conto gli antichi, senza però dare eccessivo peso al fenomeno. Per esempio Lucrezio (98 - 54 a.C. circa), nel De rerum natura, fece qualche vago cenno a questo fenomeno. Ma si dovette arrivare fino agli anni Cinquanta del XX secolo perché cominciassero gli studi scientifici del fenomeno del sonno. La scoperta dei cicli del sonno si deve a uno studente universitario americano,

Eugene Aserinsky. Il giovane voleva capire come si verificava quel fenomeno che aveva avuto modo di osservare, cioè il fatto che durante il sonno gli occhi si muovono. Fino ad allora, nessuno si era mai interessato veramente a quanto accadeva durante il sonno. Nel 1953, Aserinsky riuscì a procurarsi un vecchio elettroencefalografia e ne applicò gli elettrodi agli occhi del figlio, un bambino di otto anni, mentre questo dormiva.

Immediatamente, la macchina cominciò a segnare dei picchi elevati, esattamente come accade quando si fa un elettroencefalogramma durante la veglia. Ma il piccolo dormiva profondamente, senza ombra di dubbio! Aserinsky attribuì questo fenomeno inspiegabile a un difetto di funzionamento della macchina, e ripete l’esperimento con un altro apparecchio. Il risultato fu confermato. Com’era possibile? Veniva così a crollare la convinzione che durante il sonno il riposo fosse assoluto.

Il corpo era sì fermo, e i muscoli immobili, ma il cervello era attivo. Gli esperimenti furono ripetuti inizialmente con Nathaniel Kleitman e successivamente con un altro studioso, il dottor William Dement. L’apparecchio usato negli esperimenti successivi, il poligrafo, consentiva di misurare anche l’attività muscolare e altri dati. Questa fase del sonno venne chiamata REM o sonno paradossale, in quanto appariva paradossale che coesistessero immobilità (del corpo) e attività (del cervello). Si scoprì che a essa si alternavano ciclicamente altre fasi di sonno. Vennero anche eseguiti dei test che dimostrarono come la maggior parte delle persone, svegliate durante la fase REM, ricordavano con nitidezza i propri sogni; viceversa, se venivano svegliate durante la fase non REM (detta anche di sonno lento), solo raramente ricordavano dei sogni. Il sonno REM è quello che ci consente di sognare e di riposare sia fisicamente sia mentalmente; il sonno lento, invece, riposa il corpo e si divide in quattro fasi:

  1. addormentamento
  2. sonno lieve
  3. sonno profondo
  4. sonno molto profondo.

A partire da queste scoperte, vennero compiuti altri studi sul sonno che hanno dato risultati interessanti. Oggi sappiamo che la fase REM non è prerogativa dell’essere umano. Quasi tutti i mammiferi sognano: il cane, il gatto, la scimmia, il topo, il coniglio, l’elefante, la pecora, l’opossum ne sono degli esempi. Solo l’ornitorinco e l’echidna fanno eccezione. Probabilmente anche i rettili e gli uccelli hanno le fasi REM, dimostrate per altro solo per il camaleonte. Si è poi accertato che i sogni si manifestano già nelle primissime fasi di vita, nell’utero materno. Le variazioni si riscontrano nella proporzione delle fasi REM rispetto al periodo complessivo di sonno. Alla nascita, le fasi REM occupano la metà del sonno totale del bambino e probabilmente una parte ancora maggiore nella vita fetale. Nell’uomo adulto, invece, la percentuale scende e gli intervalli tra una fase e l’altra sono più lunghi.

Altri esperimenti hanno dimostrato che il sogno è una necessità assoluta per l’uomo e gli animali. Si provò infatti a svegliare dei volontari durante le fasi REM, impedendo loro di sognare per varie notti consecutive. Le persone dimostravano fin dal primo giorno un peggioramento notevole dell’umore e forti scompensi, che andarono aggravandosi nei giorni successivi. L’esperimento dovette essere interrotto dopo una settimana e i volontari poterono tornare a sognare liberamente. Dai controlli effettuati con il poligrafo, si rilevò allora un netto aumento della durata delle fasi REM. In sostanza, l’uomo (e anche l’animale) ha bisogno di sognare, e addirittura senza il sogno non potrebbe vivere. Eppure, ci sono delle persone che dichiarano, in tutta sincerità, di non sognare mai. Come spiegare queste affermazioni?

L’oblio del sonno

Abbiamo visto che la maggior parte delle persone svegliate durante la fase non REM non ricordano i propri sogni. Poiché è improbabile che ci si svegli sempre durante la fase non REM, non è questo il motivo per cui i sogni non si ricordano. E vero che per tanti secoli si è considerato il sogno con insufficienza e quindi alcuni di noi, a differenza dei nostri progenitori, possono aver parzialmente perso questo importante contatto con il mondo onirico. Sicuramente, l’esistenza di un’interpretazione popolare a scopo divinatorio (come si vede nella Smorfia) ha contribuito a svalutare il sogno. Ma tutto questo non basta a giustificare la dimenticanza. In realtà il motivo principale è un altro. Per spiegarlo, occorre riassumere in parte il pensiero di Freud riguardo alla genesi dei sogni.

Secondo lo psicanalista viennese, durante la veglia la coscienza è nel pieno delle sue facoltà e non consente all’inconscio di dire la sua. Certo, a volte l’inconscio riesce a superare questa barriera: quando si dice una parola al posto di un’altra (il famoso lapsus freudiano, di cui un tipico esempio è chiamare una persona con il nome di un’altra che le si preferisce) o quando si compiono dei gesti soprappensiero, senza rendersene pienamente conto. Ora, durante il sogno la coscienza abbassa ogni meccanismo di difesa e il materiale presente nell’inconscio emerge. Ma poiché spesso immagazziniamo nell’inconscio cose non sempre gradite, la coscienza sa che è bene “filtrare” queste cose. E allora che interviene quella che Freud definisce “censura”; questa innalza una sorta di barriera attraverso cui gli elementi emersi dall’inconscio riescono a passare solo mascherati, trasformati in un linguaggio di difficile comprensione. A differenza di Freud, Jung sostiene che i simboli sono semplicemente il linguaggio dell’inconscio, e che più cose vengono rimosse e vi sono immagazzinate, più il linguaggio diventa difficile da decifrare, a causa dell’affollamento dei contenuti inconsci. In un certo senso, è come leggere una poesia. Il linguaggio poetico, infatti, non è sempre di immediata comprensione, e per decifrarlo occorre conoscere vari elementi, tra cui le figure retoriche, le metafore, le similitudini, la metonimia, ecc.

Per varie ragioni, però, in certe fasi della vita dimentichiamo completamente tutto quanto abbiamo visto in sogno, in sostanza rimuovendo i messaggi che il nostro inconscio ha cercato d’inviarci. Può essere perché questi messaggi non ci piacciono, perché li temiamo, o perché li consideriamo indegni di attenzione. Tante volte, in precedenza, ci siamo trovati davanti a sogni confusi e inspiegabili: questo fatto ci ha magari spinto a considerare questi episodi confusi del tutto privi di significato, e quindi a dimenticarli.

A questo si aggiunge l’alone di mistero e d’irrazionalità che circonda i sogni. Prima che Freud e Jung restituissero loro un posto di rilievo, la scienza li aveva al contrario relegati tra i fenomeni irrazionali. L’esistenza di una forma di oniromanzia legata alla superstizione e alla divinazione ha contribuito effettivamente a togliere ogni valore al fenomeno onirico. Insomma, per tutta una serie di motivi è scesa una sorta di oblio sul sogno. Ma il materiale onirico è estremamente importante: la ricezione e la comprensione dei messaggi dei sogni, infatti, serve a farci comprendere quali sono le nostre fonti di insoddisfazione e le nostre reali problematiche, e ci aiutano a raggiungere l’equilibrio psicofisico e l’armonia interiore. I messaggi inviatici nel sogno ci consentono di seguire passo passo la nostra evoluzione psichica. Sostanzialmente, il sogno ha una funzione risanatoria: ci indica quello che non va e ci fa riflettere, invitandoci a trovare una soluzione. E finché non abbiamo afferrato il messaggio, il nostro inconscio continua ripetutamente a inviarcelo tramite i sogni. Infine, non dobbiamo avere timori, perché non tutti i sogni sono necessariamente brutti: possono capitare gli incubi, ma possono capitare anche sogni molto belli, tanto belli da sembrarci appunto... di sogno. Allora prepariamoci insieme a trascorrere una notte piena di sogni. Per prima cosa, impariamo a dormire bene.

Analisi dei sogni

L'analisi dei sogni non è certo un compito semplice. Ricorrere a chiavi prefissate con cui sostituire gli elementi onirici è facile ma inutile, perché i simboli non possono essere uguali per tutte le persone e per tutte le culture. Vedremo, più avanti, qual è la posizione di Jung rispetto alla simbologia e in quali limiti si possono applicare i dizionari dei simboli. Analizzare un sogno significa conoscere profondamente il sognatore, le sue abitudini, i suoi atteggiamenti, i suoi problemi, la sua situazione familiare, lavorativa e così via. Solo così è possibile comprendere che cosa ha realmente scatenato un sogno e spiegarlo. Per questo è preferibile cominciare con l’autoanalisi, anche questa non priva di trappole perché è molto difficile essere obiettivi con se stessi. Freud stesso, che si impegnò a fondo per analizzare lucidamente i propri sogni e le proprie problematiche, si lasciò qualche volta fuorviare.

Tuttavia, se cerchiamo di essere sinceri al massimo con noi stessi potremo ottenere dei buoni risultati. In un secondo tempo, potremo passare ad analizzare i sogni delle persone che ci sono vicine e che conosciamo bene. Dal canto loro, gli psicanalisti partono in un certo senso da una posizione privilegiata quando analizzano i sogni.

Per cominciare, hanno a disposizione un bagaglio culturale specifico e anni di studio alle spalle. Così, quando decidono di analizzare un sogno dispongono di una serie di elementi di confronto e le loro deduzioni possono avere conferma da molti atteggiamenti, espressioni, modi di dire che essi hanno osservato attentamente nei loro pazienti; non ultimo, dai sogni successivi. Infatti essi non si limitano ad analizzare un singolo sogno estrapolato da qualsiasi contesto, ma esaminano una serie di sogni, cosa che consente inoltre di valutare il progresso psichico del sognatore. E comunque, loro stessi si rendono conto che gli elementi del sogno sono come i frammenti di un caleidoscopio, che assumono formazioni diverse a seconda dell’osservatore. Ciò non toglie che con la dovuta attenzione e con un po’ di allenamento anche noi potremmo arrivare a qualche risultato. Infatti, afferma Laurent Lachance (il libro dei sogni): “[...] tutti sognano. La natura non può essere assurda fino a questo punto. Dà occhi per vedere senza fornire alcuna dimostrazione preliminare. Dà l’intelligenza per capire, e se invia il sogno a tutti significa che il sogno è alla portata di tutti”.

Prima di affrontare l’autoanalisi dei sogni, vediamo allora come si ponevano Freud e Jung rispetto al fenomeno onirico e alla sua analisi.

I sogni secondo Freud

Freud riconosceva nei sogni alcuni elementi fondamentali:

  • il contenuto manifesto, cioè tutto ciò che si ricorda del sogno (avvenimenti, storia, personaggi...), in sostanza il materiale onirico;
  • il contenuto latente, la parte nascosta del sogno, il messaggio cifrato che l’inconscio ci invia e che noi dobbiamo interpretare;
  • il lavoro onirico, cioè il processo che ha trasformato il contenuto latente in quello manifesto. Si può trattare di un processo di condensazione, per cui, per esempio, una persona nota appare nel sogno con i lineamenti di un’altra; oppure il sognatore compare scisso in due personaggi, e così via. Tale processo distorce spesso al di là di ogni comprensione l’immagine onirica.

L'analisi è il processo inverso: essa scompone il contenuto manifesto per risalire al contenuto latente. Tramite la libera associazione, si fanno emergere i ricordi e le emozioni che hanno provocato i pensieri onirici latenti.

Quanto ai sogni, Freud li distingueva in tre categorie:

  • sogni sensati e comprensibili. Si tratta di sogni brevi, facilmente inseribili nella nostra vita psichica, e caratterizzati da un lavoro onirico scarso o assente e quindi da una coincidenza tra contenuto latente e manifesto. In altre parole, non è intervenuto nulla a modificare le immagini, che restano chiare e comprensibili. Sono questi i sogni che manifestano desideri, nei quali avviene semplicemente che il congiuntivo (se potessi, se facessi) diventa presente (posso, faccio), cioè realtà. Sono sogni tipici dei bambini ma si possono riscontrare anche negli adulti; in questo caso, però, fa la sua comparsa anche un minimo di lavoro onirico;
  • sogni coerenti ma sconcertanti. Ecco un esempio di questi sogni, scelto da Freud stesso: sogniamo che una persona cara muore di peste quando nulla potrebbe far presagire una cosa simile;
  • sogni incoerenti, confusi, che sembrano fatti di tanti spezzoni scollegati cui non riusciamo a dare un senso logico. Spesso sono ingannevoli, perché nascosti da una facciata apparentemente ben costruita, che occorre smantellare per poter procedere all’analisi. La maggior parte dei sogni rientrano in questa categoria. Nei sogni di questo tipo interviene massicciamente la deformazione onirica che consente al messaggio inconscio di entrare deformato nel sogno, perché altrimenti non verrebbe accettato. Il ruolo della censura nel farci dimenticare i sogni. È questa stessa censura, secondo Freud, a intervenire per rendere irriconoscibile l'immagine. Per spiegare questo fatto potremmo ricorrere a un paragone geografico. Il fantomatico stato di Coscienza ritiene sgradite alcune persone (pensieri) e le relega in uno stato vicino, l’Inconscio. Durante la notte queste persone si travestono per cercare di passare il confine. Più sono sgradite, più si mascherano, al punto da diventare completamente irriconoscibili e da passare quasi inosservate, suscitando solo un po’ di sospetto.

Per condurre l’analisi, Freud si affidava alla tecnica della libera associazione. Selezionava cioè degli elementi che risultavano dominanti nel sogno (per esempio, quelli ripetuti più spesso) e chiedeva al paziente che cosa gli facevano venire in mente.

È un po’ come il gioco delle associazioni: un amico dice una parola e l’altro ne dice un’altra, che la prima gli evoca, e via di questo passo. La differenza è che non si tratta di un gioco di società: lo psicanalista sceglie un termine tratto dal sogno ed è il paziente che dal termine ricava una catena di parole.

Freud riteneva che la maggior parte dei conflitti psichici all’origine dei sogni avessero un fondamento erotico, di cui individuò la causa nella forte repressione sessuale della sua epoca. In questo modo, però, lo psicanalista arrivò ad attribuire praticamente a ogni elemento del sogno una valenza sessuale che il suo principale seguace, Jung, non accettava pienamente.

I sogni secondo Jung

Jung, infatti, dopo qualche anno di collaborazione con Freud ruppe i rapporti e procedette autonomamente sulla strada dell’interpretazione dei sogni. Paradossalmente, fu proprio un sogno di Jung che segnò la separazione tra i due.

In parte, l’interpretazione junghiana coincide con quella freudiana. Per esempio anche Jung, come l’inventore della psicanalisi, riconosceva negli avvenimenti del giorno prima lo stimolo che dà origine ai sogni. In sostanza ammetteva l’esistenza di un contenuto cosciente cui se ne aggiungeva uno inconscio. La posizione di Jung cambia rispetto a quella di Freud su alcuni presupposti fondamentali. Per cominciare, il presupposto di partenza di Freud era: perché, da dove, da cosa trae origine il sogno; quello di Jung, invece, era: a che scopo? Dove vuole arrivare l’inconscio? Agli occhi di Jung, poi, il sogno quale si manifesta ha significato di per sé e non è (come sosteneva Freud) una maschera che vuole nascondere qualcosa. Per lo stesso motivo, anche gli elementi onirici non sono una “copertura”, come diceva Freud, ma vanno analizzati per quelli che son£ agli occhi del sognatore, cui spetta completarli e compensarli. Le divergenze tra i due non si basavano solo sulla teoria, ma anche sulla pratica. Jung non riusciva a identificarsi nella tecnica della libera associazione, cui preferiva invece quella che chiamava amplificazione. Nell’associazione libera, la fantasia del paziente viene lasciata vagare liberamente a partire da un elemento ricavato dal sogno.

Secondo Jung, il metodo freudiano rischiava di perdere di vista l’elemento centrale, allontanandosene troppo. Compito dello psicoterapeuta, invece, era a suo parere intervenire perché il paziente non perdesse di vista il punto centrale, che doveva restare invece costantemente al centro dell’attenzione. Gli elementi onirici andavano quindi analizzati alla luce di quanto emergeva prima dall’amplificazione soggettiva (effettuata cioè dal paziente) e in seguito in base a quanto si ricavava dall’amplificazione oggettiva, cioè dal materiale tratto da favole e miti, cui Jung attribuiva enorme importanza perché li considerava parte di quello che lui chiamava inconscio collettivo. Tipici di questo materiale sono gli archetipi, simboli a tutti familiari, anche se difficili da spiegare in termini razionali.

Essi, sottolineava tuttavia Jung, non contengono ancora un’interpretazione: il punto di partenza è sempre l’uomo. L’accento cade insomma fortemente sull’individuo, al punto che a condizioni personali differenti corrispondono sogni e simbologie differenti. In altre parole, lo stesso elemento varia in una persona se sono intervenuti cambiamenti nella sua situazione (che Jung, naturalmente, non trascurava di approfondire con attenzione). Prima di arrivare ad affrontare i problemi generali dell’esistenza umana, si devono risolvere i problemi dell’individuo, che sostanzialmente nell’uomo “civilizzato” hanno origine dal netto distacco tra conscio e inconscio. La psicanalisi, e l’analisi del sogno, servono proprio a restituire all’individuo questo equilibrio. Nell’analisi onirica, Jung suddivideva il sogno in quattro fasi, secondo la struttura del dramma classico:

  • luogo, tempo e personaggi: dove si svolge l’azione, quando, chi vi prende parte;
  • esposizione: il succo del sogno;
  • peripezia: gli avvenimenti fondamentali del sogno, quelli che conducono all’azione decisiva (il climax);
  • lisi o soluzione: la conclusione del sogno, la parte compensatoria.

Ed ecco un sogno che serve da esempio per questa suddivisione, sogno riportato dalla psicoterapeuta Jolande Jacobi nella sua opera su Jung:

una bambina vede un arcobaleno e vi si arrampica sopra, fino ad arrivare in cielo. A quel punto chiama un'amica, invitandola a raggiungerla. Ma l’amica non si decide a muoversi e l’arcobaleno scompare, facendo cadere a terra la bambina.

Imparare ad analizzare i sogni

A questo punto, siamo pronti per tuffarci nell’autoanalisi dei sogni. Ecco alcune avvertenze prima di cominciare. Fondamentale, è partire con il piede giusto: la premessa essenziale riguarda infatti la sincerità verso noi stessi. Per onestà nei nostri confronti, è bene cercare di non mentire mai sugli elementi presenti nel sogno o sui risultati dell’interpretazione. In altre parole, qualsiasi elemento sgradevole compaia non dobbiamo sopprimerlo d’ufficio e ignorarlo totalmente, ma dobbiamo, seppure con una certa sofferenza, accettarlo in quanto parte della nostra personalità o in quanto messaggio dalle indicazioni potenzialmente utili.

Come abbiamo visto, i sogni sono quasi sempre collegati a ideali, desideri, aspirazioni, preoccupazioni e problematiche presenti nella nostra vita. È questo quindi un aspetto che non va trascurato nel momento in cui s’intraprende un’analisi. Infine, occorre tener presente che non sempre un sogno ha una sola interpretazione, ma può anche averne due o tre; se poi si tratta di sogni ricorrenti, sappiamo di dover dedicare loro un’attenzione ancora maggiore.

L’analisi di un sogno consiste sostanzialmente nell’esame del materiale onirico. Questo si presenta quasi sempre frammentario, confuso, a volte sovrabbondante e rigurgitante di particolari. 

La simbologia

Quando si parla di simboli, tutto è relativo, come ha sottolineato Jung. Tuttavia le immagini che compaiono nei sogni sono simboliche, perché è proprio sotto questa forma che il nostro inconscio le “contrabbanda” alla coscienza.

I dizionari dei simboli sono estremamente diffusi (uno si trova anche alla fine di questo libro) e possono costituire uno strumento utile nell’analisi. Purtroppo, spesso nell’analisi del sogno ci si limita a sostituire un simbolo in modo meccanico e astratto, mettendo cioè al suo posto la spiegazione trovata sul dizionario. Invece, la chiave di lettura offerta dai dizionari deve servire solo di sostegno all’analisi: anche il sognatore deve fare la sua parte, che consiste nel “sezionare” il simbolo per arrivarne al cuore, cioè risalire al significato che esso rappresenta per lui. Esistono poi dei simboli universali, che Jung chiamava archetipi. Questi ultimi sono interpretabili con l’aiuto di un dizionario perché attingono a miti e favole comuni a tutti gli uomini, di tutte le culture e di tutti i tempi, attingono cioè all’inconscio collettivo. Ma le cose non sono così semplici. Un simbolo considerato universale, come l’acqua, può avere per l’individuo un significato speciale perché, per esempio, il sognatore fa il marinaio o il pescatore, e l’acqua è per lui un elemento abituale. In ogni caso, i simboli non vanno mai analizzati senza tener conto de contesto generale del sogno.

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