Io ti Immagino - Igor Sibaldi
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Io ti Immagino - Anteprima del libro di Igor Sibaldi

L'eclissi dell'intelletto e la filosofia narrativa

L’immaginazione - E il confine del mondo

Io ti immagino. Sempre.

Mi riesce così facile che non ci faccio caso, così come in genere non faccio caso al mio respirare. Ma la respirazione so cos’è, più o meno: so che è indispensabile alla mia vita, e che è volontaria, dato che posso modificarla, ma anche inconsapevole, dato che dormendo respiro, e c’è una respirazione alta, una media, una bassa, e così via. Se invece rifletto suU’immaginazione, mi accorgo che potrei anche non sapere mai che è il mio immaginarti a farti esistere per me: cioè che nel mio mondo (e chi ha un mondo che non sia il suo?) tu sei ciò che immagino di te e ciò che immagino del mio immaginarti.

«Mi fai esistere tu? Questo è da vedere» mi obbietterai probabilmente.

È da vedere, certo - ti risponderei io - e ne discuteremo tra un momento.

«E in che senso» mi domanderai (in questo libro abbiamo tutto il tempo che vogliamo, e posso perciò immaginare queste nostre pause di discussione) «e in che senso va intesa la frase: chi non ha un mondo che non sia il suoi».

Aspetta, anche di questo torneremo a parlare: prima desidero porre la questione di ciò che esiste nel mondo, a partire da quel «potrei non sapere mai che tu, per me, esisti come e nella misura in cui ti immagino». Potrei non saperlo mai, perché non sono tenuto a saperlo oggi, qui, in Occidente, tra gente che parla lingue europee e che in base a queste lingue ha strutturato la propria capacità di pensare. Guarda nei dizionari di qualsiasi lingua europea, e vedrai che definiscono l’immaginazione come la capacità di figurarsi una qualsiasi cosa, presente o assente, esistente o inesistente.

Non pare anche a te che questa definizione poggi sulla certezza che l’atto di immaginare non sia importante per resistenza di ciò che viene immaginato? E deve trattarsi d’una certezza ben salda, se gli autori di tutti quei dizionari non ne dubitano.

«Più che una certezza è un’evidenza. Tra quel che è immaginario e le cose reali c’è grande differenza» potresti dirmi tu.

Un’evidenza. Parliamone. Vediamo, innanzitutto, se la intendo bene.

In Occidente vale la convinzione che tu saresti tu, per me, anche se non ti immaginassi. E così?

Secondo tale convinzione tutte le persone, gli animali, le cose, le situazioni che posso immaginare esistono - se esistono - indipendentemente dall’immagine che me ne figuro. Mentre, se non esistono, non sarò io, con il mio immaginarmeli, a farli entrare nell’esistente.

Se vorrò far esistere quegli esseri, o cose, o situazioni che io mi immagino ma che non esistono, dovrò compiere operazioni diverse dall’immaginarli. Dovrò dipingerli, o scolpirli, oppure narrarli, perché esistano come personaggi di storie; o, se sono situazioni, dovrò fare in modo che avvengano. Tuttavia, dopo averlo fatto, dovrò notare che la differenza tra l’immaginario e l’esistente rimarrà: perché ciò che attraverso quelle operazioni avrò fatto esistere di quel che immaginavo sarà diverso da quel che ne avevo immaginato. Anche se riuscissi a farlo corrispondere esattamente alle immagini che ne ho, il risultato di quel mio dipingere, o scolpire, o narrare, o far succedere, sarà qualcosa di misurabile secondo i criteri in uso nelle misurazioni dello spazio e del tempo dei miei contemporanei; invece le mie immagini stanno in un altro spazio-tempo, che solo io sperimento, e le cui dimensioni sono talmente complesse da sottrarsi non soltanto a quei criteri di misurazione ma anche a determinazioni quali il «prima» e il «dopo», o il «davanti a me» e l’«accanto» o il «dietro di me».

Per esempio: nulla mi impedisce di immaginarti contemporaneamente da ogni lato, come se disponessi di un organo visivo che non si trovi in un punto solo dell’universo, cioè nel mio cranio, qui davanti a te, ma si estenda tutt’intorno a te, come una sfera (e in verità è proprio così che ti immagino io, il più delle volte). Ma per dirti quel che in tal modo conosco di te - cioè per far esistere almeno sottoforma di informazione quel che conosco di te nella mia immaginazione - dovrò procedere secondo un ordine successivo, spiegandoti via via quel che vedo di te da davanti, poi da dietro, poi dai lati, poi dal basso e poi dall’alto: non potrò fare diversamente, perchè nelle nostre lingue non si può descrivere in altro modo ciò che mi mostra quella mia vista sferica e centripeta che io posso immaginare. Dunque quel che conosco di te neirimmaginazione non esisterà mai nello spazio-tempo degli altri, benché tu, per me, sia ciò che di te immagino.

Così sarebbe, secondo l’Occidente.

«Ciò che immagini di me a quel modo non lo si può descrivere, perché quella vista non esiste» potresti dirmi tu.

Ma, nel dirmelo, mi annunceresti alcune condizioni alle quali non ho intenzione di assoggettarmi.

La prima condizione che mi annunceresti è che nel mio mondo le lingue europee ritagliano un mondo - evidentemente più piccolo - costituito da tutto ciò che esiste indipendentemente dal mio immaginare.

La seconda condizione è che in Occidente si dà per certo che questo ritaglio sia il mondo di tutti, l’unico mondo che importi a tutti, il mondo in cui tutto c’è e in cui, per esserci davvero, dobbiamo conoscere, discriminare, ricordare, anticipare il più possibile ciò che lì c’è, c’è stato o potrebbe esserci (ti piace se d’ora in avanti chiamiamo questo ritaglio: il Mondo, con la maiuscola, tout court).

E la terza condizione che mi annunceresti è che le cose che sono soltanto nel mio immaginarle non sono nel Mondo: potremo dire, al massimo, che si formano e accadono in margine al Mondo, di là dai suoi confini; e che possono entrare nel Mondo, solo cessando di essere i prodotti della mia immaginazione.

Tutte e tre queste condizioni mi suscitano una quantità di dubbi a cui la filosofia occidentale non mi ha preparato. I più elementari sono i seguenti.

Quel che io immagino, lo immagino certamente in me - n quella dimensione d’esistenza, alla quale, nelle attuali lingue europee, do il nome di «io». Dunque le mie immagini sarebbero fuori dal Mondo perché sono dentro di me?

E, in tal caso, quale significato assume l’espressione «fuori dal Mondo», dal momento che io sono certamente nel Mondo? In me, che sono nel Mondo, accade qualcosa che non è dentro il Mondo?

Non posso ammetterlo.

Mi vedrei costretto a poter conoscere il Mondo soltanto lasciando fuori molta parte di me: quella, appunto, che immagina. E, viceversa, dovrei poter conoscere quella parte di me soltanto lasciando da parte il Mondo?

È uno scacco, questo, che il mio desiderio di conoscenza non è disposto a sopportare. Mi fa lo stesso effetto del suo contrario, cioè dell’idea che tutto sia a tal punto prodotto dalla mia immaginazione, da impormi di premettere un «mi sto immaginando che...» a ogni mia affermazione su ciò che percepisco di me e di ciò che ho intorno. Certo ci sono persone inclini alla mistica, le quali mi approverebbero se dicessi: «Ora mi sto immaginando non soltanto di aver appena pensato quello che scrivo, ma anche il mio io nell’atto di scriverlo»; ma in un tale panimmaginazionismo si esprime soltanto un rifiuto del Mondo - cioè una decisione di non conoscerlo. E un analogo rifiuto si trova anche nel voler limitare il Mondo a ciò che non è immaginario: un’inspiegata resistenza a conoscere l’immaginazione come parte integrante della nostra vita nel Mondo. A questa resistenza faccio risalire la definizione dell’immaginare come un semplice «figurarsi qualcosa» - per la quale si ammette che esista l’atto di immaginare, ma non il risultato di quest’atto.

Tuttavia, per nostra fortuna, l’immaginazione di cui leggiamo nei dizionari europei è soltanto una parola. E ci sono buone probabilità che dal modo di intendere le parole dipenda tutto questo spiacevole problema.

Questo testo è estartto dal libro "Io ti Immagino".

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