Jump - Fai il Grande Salto e la Tua Vita si Manifesterà - Nancy Levin
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Jump - Fai il Grande Salto e la Tua Vita si Manifesterà - Anteprima del libro di Nancy Levin

Una guida passo passo per realizzare grandi cambiamenti

Ammetti con te stesso quello che sai già

Incontrai l’uomo che sarebbe diventato mio marito nelle ventiquattro ore successive al mio trasferimento da New York a Boulder, in Colorado. Era alto, bello, dolce, affascinante e mi fece perdere la testa con il suo senso dell'avventura. Tre giorni dopo, passò la notte da me... e non se ne andò più. Diciotto anni dopo me ne andai io.

Prima di rendermene conto, con quest'uomo facevo cose che non avevo mai fatto prima: campeggio, sci, arrampicata, ciclismo in montagna e maratone. Pensavo che, finito il corso di laurea in poesia in Colorado, sarei tornata a New York, ma diventò subito chiaro che questa ragazza di città non sarebbe più tornata nella metropoli.

"Sulla carta”, mio marito non avrebbe potuto essere più sbagliato per me. Diciamo solo che era l'opposto del bravo ragazzo ebreo di buona famiglia dell'East Coast che avrei "dovuto" sposare. Familiari e amici erano confusi. Perché Nancy stava scegliendo un amore così difficile? Ma l’attrazione era troppo forte. Mio marito incarnava la maggior parte delle qualità che avevo rifiutato in me stessa. Dava più importanza al gioco, al divertimento, al riposo e all'avventura che al lavoro, lo, invece, consideravo svago e divertimento cose da pigri e irresponsabili. Ma il fattore decisivo fu che, dietro la spavalderia da macho, la sua psiche sussurrava: "Ciao, sono a pezzi."

Quale fu il tacito sussurro di risposta? "Fantastico! lo sono una superdonna. Ti rimetterò in sesto."

Le nostre ferite profonde combaciavano perfettamente.

Il mio complesso da superdonna cominciò quando avevo due anni. Quell'anno, mio fratello di sei morì. Affetto da gravi disturbi mentali fin dalla nascita, era sempre stato totalmente disabile - a pezzi - finché non aveva preso la polmonite e il suo sistema immunitario non era riuscito a combatterla. A quanto mi dicono, fin da piccola ero molto orgogliosa della mia indipendenza. Penso che in qualche modo sentissi che i miei genitori erano già impegnatissimi. Erano persi nel loro dolore, così imparai a prendermi cura di me stessa.

In quel periodo, diverse convinzioni si fissarono dentro di me:

  • I miei desideri e i miei bisogni sono insignificanti e, in ogni caso, nessuno sarà in grado di soddisfarli.
  • Devo essere perfetta per rimediare alla perdita e al dolore dei miei genitori.
  • Dal momento che sono stata io a sopravvivere, non merito di essere felice e, allo stesso tempo, sono responsabile della felicità dei miei genitori e delle altre persone.
  • Forse, se sarò perfetta e indispensabile, allora riuscirò a sistemare tutto, andrà tutto bene e sarò amata.
  • E l'elemento decisivo: Se sono imperfetta, come il mio povero, dolce fratello, non servirò a nulla e morirò.

Così cominciò la mia impresa per diventare la Superdonna di Perfeziolandia.

Le convinzioni

Queste convinzioni, ovviamente, non si formarono a livello conscio. A due anni, era difficile che fossi consapevole del fatto che avevo bisogno di essere perfetta per sentirmi al sicuro. Si trattava soltanto di una inconscia strategia di sopravvivenza. Come tutti i bambini, cercavo di capire chi dovevo essere e cosa dovevo fare per ricevere più amore possibile ed evitare problemi e sofferenze.

Le nostre convinzioni infantili possono essere illogiche, ma si radicano e arrivano a costituire il nostro modo di vedere il mondo. Sono "convinzioni ombra" inconsce che diventano parte del nostro sistema operativo personale. Ci dicono cosa possiamo fare e cosa no. Le persone e le situazioni che attraiamo nelle nostre vite, nel bene o nel male, sono coerenti con quelle convinzioni.

Da adulti, continuiamo a vivere secondo questo modo d'essere inconscio e compulsivo, al quale siamo abituati, senza sapere perché. È solo quando diventiamo consapevoli di queste convinzioni ombra che riusciamo a vedere la presa che hanno su noi, assieme ai doni che ci offrono. Se illuminiamo queste parti di noi e smettiamo di rifiutarle, possiamo riappropriarci della nostra completezza, Iyanla Vanzant, insegnante e scrittrice, afferma che "una convinzione è un pensiero, sostenuto da un'emozione, formulato più e più volte, finché non diventa un’abitudine. E una volta che un pensiero è diventato abituale, non ci accorgiamo nemmeno più di averlo. Per questa ragione, è fondamentale identificare e rilasciare convinzioni ormai inutili e trattenute a lungo, che spesso tengono in vita pensieri tossici".

Sfortunatamente, quando sposai mio marito, non avevo ancora raggiunto questo livello di consapevolezza.

Che cosa c'era nei diari?

Quando mia madre seppe che il mio matrimonio stava andando in pezzi, mi disse una cosa che sapeva da tempo: "Hai perso te stessa." Era vero. Le circostanze della mia infanzia mi avevano trasformato in una persona dotata di grandi capacità di empatia e resistenza. Di conseguenza, tutto quel che facevo era per mio marito. Lui era al centro e i miei bisogni non avevano importanza.

Mi ero creata un matrimonio in cui non c'era spazio per la vera me stessa. Recitavo la parte della donna che mio marito voleva e di cui aveva bisogno. Ma non ero abbastanza brava, neanche in quello, quindi gli permisi di cercare di plasmarmi secondo la sua immagine della moglie perfetta. Quando diventò esigente e dispotico, misi da parte i miei bisogni e mi sforzai di diventare sempre più simile alla persona che voleva.

Cosa succede quando resti in una situazione che non funziona, negando a lungo i tuoi bisogni? Prima o poi, i tuoi desideri, la tua salute e il tuo benessere cominciano a chiedere di essere ascoltati. La verità viene a galla, anche se non rispondi a quella richiesta. Lo fa sfruttando una strada secondaria. Forse ti ammalerai. O cadrai in depressione. O se sei come me, esprimerai quei bisogni in maniera distruttiva.

Quello che mio marito aveva scoperto, leggendo i diari, era stata la strategia secondaria con cui il mio vero sé si era espresso. Aveva letto che, otto anni prima, avevo avuto una relazione extraconiugale.

Se guardo indietro, mi accorgo che con quell'uomo ero stata capace di essere me stessa. Non avevo avuto bisogno di interpretare il ruolo della moglie perfetta. Non era stato necessario gestire le mie azioni e reazioni per adeguarmi a lui.

Quell'uomo mi aveva amata così com'ero.

È ancora difficile per me confessare di aver avuto una relazione extraconiugale. Vorrei che non fosse mai successo e il desiderio di perfezione che mi accompagna da tutta la vita permane. Ma in un libro che predica l'importanza di dire la verità a se stessi e agli altri per poter vivere una vita autentica, sapevo di dover essere sincera con te, mio caro lettore. Quindi, mi metto completamente a nudo, errori compresi.

Non vado fiera di quello che ho fatto. Ma allo stesso tempo, comprendo che le mie azioni dipesero dal tentativo di connettermi alla mia autenticità. Un tentativo maldestro, certo, ma era un modo per cercare di diventare il mio vero, autentico sé.

La donna che sono oggi avrebbe interrotto quel matrimonio, invece di avere una relazione. Ma, come si dice, del senno di poi son piene le fosse.

Invece, tradii mio marito. Ma prima di arrivare a farlo, avevo tradito me stessa. Fu l’abbandono di me stessa a condurmi all'infedeltà. Mi ero tradita facendo finta di essere qualcuno che non ero. Mi ero tradita per diciotto anni di matrimonio. E quel matrimonio aveva significato stare lontana da me per tanto tempo.

Io e mio marito eravamo riusciti a costruire insieme una solida facciata per il mondo esterno. Pensavo che tutti, guardando il nostro matrimonio, lo ritenessero perfetto, ed è proprio ciò che desideravo. Se me ne fossi andata, avrei dovuto ammettere che quell'immagine era falsa. A causa della mia profonda paura di essere imperfetta e inutile, come lo era stato mio fratello, non riuscivo a confessare nemmeno a me stessa che il nostro matrimonio non funzionava, figuriamoci a mio marito o a qualcun altro.

Provavo vergogna ad ammettere che non riuscivo a vivere in modo da essere all'altezza dell'idea che avevo di me. E quell'idea, ovviamente, era impossibile: la superdonna perfetta capace di sistemare tutto e destreggiarsi tra mille incombenze come un giocoliere, senza mai far cadere una pallina. Nessuno di noi, per quanto si impegni, è capace di farlo.

Come afferma Brené Brown, insegnante e scrittrice, ‘‘il perfezionismo è uno scudo che eleviamo, che sottintende un processo mentale più o meno simile a questo: 'Se sembro perfetto e vivo, lavoro e faccio tutto in modo perfetto, posso evitare o ridurre la sensazione di vergogna, colpa e giudizio.'" Ha proprio ragione.

Eppure, dietro la facciata di perfezione, in qualche recesso in cui non osavo guardare, sapevo che il mio matrimonio non funzionava. Da molto tempo ormai avevo capito di non essere davvero felice. Ma mi ci vollero anni per ammettere a me stessa quello che sapevo già.

Una delle grandi speranze che ripongo in questo libro è quella di riuscire a risparmiarti quello che ho patito io, condividendo la mia esperienza. Tenendo a mente questo, chiediti: cos'hai paura di dire a te stesso, che nel profondo sai già?

Ammettere quello che sai già

Quando nella tua vita c'è qualcosa che non va, lo sai. E ci vuole un'incredibile quantità di energia per negare che sia così, energia che potrebbe essere impiegata per lasciar andare il vecchio e invitare il nuovo a entrare. L'ho imparato quando, alla fine, le cose sono precipitate. Se fossi stata in grado di lasciar andare la situazione al momento giusto, avrei potuto cominciare una nuova vita molto tempo prima.

Cosa mi dici di te? Cosa non hai ancora ammesso a te stesso, pur sapendolo già? Se non sei soddisfatto della tua vita o di qualche suo aspetto specifico, probabilmente c'è qualcosa che non sei disposto a confessare nemmeno a te stesso.

Questo testo è estratto dal libro "Jump - Fai il Grande Salto e la Tua Vita si Manifesterà".

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