L'Albero del Male - William G. Gray - Estratto
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L'Albero del Male - Anteprima del libro di William G. Gray

Bilanciarsi

Bilanciarsi

Uno dei passi più significativi del Faust di Goethe è forse quello in cui Mefistofele descrive la sua natura dicendo:

Io sono una parte di quella forza che vuole sempre il Male ed opera sempre il Bene.

Il punto, qui, non è indagare la fugacità del bene compiuto da Mefistofele, ma comprendere in che modo un diavolo possa operare il bene contro le proprie inclinazioni naturali. L’implicazione nascosta è che, a prescindere da quanto le nostre circostanze di vita possano essere malvagie, prima o poi ogni cosa è destinata a risolversi per il meglio. E anche se non vi è consolazione per chi vive nella sofferenza, si ricava quantomeno un senso di fiducia in un’intenzione finale di perfezione oltre la nostra esistenza e il nostro divenire.

Per osservare i riflessi di questo principio in azione non dobbiamo fare altro che esaminare le caratteristiche del comportamento umano lungo la sua storia e capire in che modo i “cattivi” di ieri sono diventati i “buoni” di oggi. Dopo aver depredato, assassinato, saccheggiato e maltrattato i propri subordinati durante il feudalesimo, i baroni ladri hanno cambiato progressivamente ruolo e atteggiamento divenendo, nel corso delle generazioni successive, una classe dominante alfinterno di una sistema sociale molto più ampio. Gli eredi diretti dei loro misfatti sembrano essere oggi i sostenitori più convinti della legge, dell’ordine, dello stato, della chiesa e di altre rispettabili istituzioni. Quelli che un tempo erano considerati rivoluzionari e criminali si sono trasformati in cittadini conformisti, e non lo hanno fatto per un qualche nobile motivo ma per difendere la loro posizione sociale. Nel corso di questo cambiamento moltissimi mali sono stati alterati a vantaggio di tanti individui.

La grande epoca

L’esempio forse più lampante è racchiuso nella storia contemporanea della “grande epoca” del crimine americano, ai primi decenni del XX secolo. Prima della Seconda guerra mondiale, i disordini economici e sociali diffusi negli Stati Uniti consentirono l’affermazione di criminali spietati e risoluti che combatterono per il controllo della finanza e dell’autorità con metodi simili a quelli dei vecchi baroni ladri e che, una volta raggiunti i loro obiettivi, alterarono di conseguenza i loro scopi. Per coprire le loro attività criminali, questi oppositori della presunta legalità acquisirono e fondarono un’economia in qualche modo legittima scoprendo che i profitti ricavabili superavano di molto le migliori aspettative della loro illegittima cupidigia. Così, anziché rapinare le banche in operazioni rischiose e difficili e dalle quali avrebbero tratto un guadagno limitato, preferirono acquistare le grandi catene alimentari, ben sapendo che i pochi centesimi di profitto su ogni articolo acquistato dai consumatori avrebbero reso in breve tempo milioni di dollari. Se col duro lavoro criminale avrebbero avuto un profitto marginale, la vendita automatizzata delle materie prime avrebbe garantito loro una ricchezza inimmaginabile. Tutto ciò di cui avevano bisogno era organizzarsi ed eliminare la concorrenza.

Quando i gerarchi di questo nuovo “impero” invisibile iniziarono a occupare posizioni incontrastate di potere, l’espansione della loro influenza divenne una questione puramente meccanica. Aspirando all’aristocrazia con la A maiuscola, cominciarono a mandare i propri figli negli istituti più cari e prestigiosi, reclutarono le migliori menti e ricorsero a ogni mezzo a disposizione per proteggere e accrescere la loro posizione in ogni campo possibile. I contorni generali di questo contesto storico sono fin troppo noti per essere ripetuti nel dettaglio, ma ciò che forse non è mai stato ben compreso è lo “sgravio” dei profitti in eccesso in termini di vantaggi condivisi da milioni di persone.

Infatti, per conservare la struttura superiore di una simile rete sociale era necessario produrre un progresso generale ai livelli inferiori, accrescendo il potere di acquisto delle persone, innalzando il loro livello di istruzione e garantendo un buon sistema sanitario. Ecco allora che le parole di Mefìstofele trovano una loro attuazione pratica, mostrando in che modo le intenzioni originariamente malvagie di poche persone possano produrre nel lungo termine benefìci a molti.

Se pensiamo ai progressi medici prodotti dalle sofferenze umane nel corso delle due guerre mondiali e a tutti quei casi in cui il susseguirsi di circostanze sfavorevoli ha finito per generare benefici in altri sensi, possiamo comprendere in che modo eventi nefasti possano produrre effetti positivi. Purtroppo, però, è vero anche il contrario e le nostre strade per l’inferno sono lastricate delle migliori intenzioni. Basti pensare alla Chiesa cattolica che, fondata su sentimenti di amore, compassione, fratellanza e altri nobili idee, ha finito per compiere azioni fra le più riprovevoli. Goethe avrebbe potuto parafrasare le sue menzogne così:

Io sono parte di quella forzai.

Che intende sempre il Bene.

E provoca sempre il Male.

Origine potenzialmente malefica dei beni

Senza soffermarci a dibattere sull’origine potenzialmente malefica dei beni o su quella virtualmente benevola dei mali di questo mondo, la cosa interessante da notare è come i malfattori “di successo” abbiano tratto un’immagine di rettitudine più attraverso le loro malefatte che facendo del bene. Essi non si sono preoccupati affatto di fare del male fintantoché gli uomini li vedevano sotto una luce positiva; anzi, sembra quasi che operassero il male proprio per essere benvisti, secondo una tendenza generale fra gli esseri umani. Quante persone compiono subdolamente del bene per fare una cattiva impressione sugli altri? Di certo nessuno con un briciolo di cervello. Ma perché allora avviene il contrario?

Principalmente perché gli uomini, in fondo in fondo, sanno bene quale dovrebbe essere il loro vero sé, ma preferiscono anteporre ad esso gli interessi dello pseudo-sé. E sebbene neghino tutto questo intellettualmente, la discrepanza tra ciò che sarebbero dovuti essere e ciò che sono diventati provoca in loro inquietudine e malcontento spirituale. Così, cercano di produrre un’immagine sostitutiva di come sarebbero potuti essere se la loro parte migliore avesse avuto il comando incontrastato della vita. Ipocrisia? Magari in parte. Una pia illusione? Forse. Un patetico pretesto per avere un’altra occasione su linee diverse di vita? Si spera, perché cioè dimostrerebbe, anche se solo in parte, che l’umanità nel suo insieme ha veramente qualcosa di valido su cui lavorare a lungo termine, a prescindere da quanto tempo potrebbe volerci. Questo è tutto quello che abbiamo bisogno di sapere per sperare nella nostra realizzazione spirituale. Il segno più piccolo del nostro significato più potente. Nient’altro può incoraggiare i nostri sforzi verso l’evoluzione tra i pilastri della polarità sull’Albero della Vita.

Ad ogni modo, non otterremo niente associando ciò che classifichiamo come bene esclusivamente con una divinità chiamata “Dio” e collegando il suo opposto, il male, con un’altra entità spirituale nominata “Diavolo ”. Se “Dio” è tutto, allora il “Diavolo” deve essere un’altra parte di “Dio” separatasi contro le sue migliori intenzioni, cosa che non ha molto senso. Se dissociamo “Dio” dal male, allora dobbiamo anche negare ogni possibilità di bene derivante dalle inclinazioni malvagie del “Diavolo”. Come abbiamo visto, i principi opposti, pur essendo separati l’uno dall’altro, possono essere sempre convertiti attraverso una semplice azione cosmica. Ma ciò non significa che i nostri concetti di “Dio” e di “Diavolo” siano interscambiabili in base alle nostre intenzioni. Vuol dire invece che abbiamo bisogno di un concetto completamente diverso e più evoluto di divinità; qualcosa che elevi la nostra consapevolezza di un’entità spirituale suprema oltre la nostra concezione puramente umana dei principi di bene e male. Il nome più corretto per una simile entità è “perfezione”.

Una definizione corretta di divinità potrebbe essere quella di uno spirito che permea ogni cosa e ogni persona facendo sì che tutto si realizzi dal principio alla fine come previsto dall’identità infinita a cui è connessa l’intera esistenza. In altre parole, una divinità che crea le condizioni affinché ogni cosa diventi ciò che deve essere. Noi uomini, evolvendoci e protendendoci verso questo lontano senso di perfezione, siamo ancora nel mezzo di un lungo processo di apprendimento, e per quanto possiamo speculare teoricamente riguardo a tale condizione, l’unica cosa certa è che essa non è realizzabile in quanto fenomeno fisico in questo mondo. Qui, possiamo aspettarci la perfezione solo entro i limiti vitali imposti dalle leggi delle nostre nature terrene. Per progredire oltre, dovremmo diventare delle tipologie diverse di essere che vivono in dimensioni del tutto differenti, ma dal momento che siamo ben lontani dall’aver raggiunto questa liberazione dalla vita terrestre, non c’è motivo di preoccuparsene eccessivamente. Ciò che conta è riconoscere che la divinità rappresenta un istinto intrinseco in noi a diventare la miglior specie possibile in tutta l’esistenza, sia su un piano individuale che collettivo.

Nessuna persona sana

Nessuna persona sana di mente riterrebbe tale processo di perfezione semplice, immediato o già predisposto nei limiti spazio-temporali della nostra esistenza, né d’altra parte abbiamo bisogno di conoscerne i dettagli tecnici per intraprenderlo. Come un fiore non deve possedere alcuna conoscenza specifica per diventare bello, anche i nostri corpi altamente organizzati funzionano perfettamente senza interferire intenzionalmente con i loro complessi sistemi di vita. Eppure, è proprio perché l’estensione e le condizioni vitali limitate degli uomini non sono sufficienti a raggiungere un punto di perfezione nel corso della sola vita mortale che si pone la necessità di reincarnazione per quelle entità che non si sono realizzate spiritualmente. Proprio come esiste una “velocità di fuga” fisica per lasciare l’orbita terrestre, allo stesso modo vi è un equivalente spirituale che consente un “passaggio a sfere di vita superiori” e senza il quale rimarremo, per così dire, “in orbita”, legati a quella base biologica da cui il nostro spirito non è riuscito a distaccarsi per raggiungere sistemi di vita migliori.

Di fronte a tale istinto divinamente intrinseco in noi, abbiamo tre alternative:

  1. cooperare con esso;
  2. lasciarlo stare;
  3. lavorare contro di esso.

La prima opzione è “buona”, la seconda è neutra e la terza è “malvagia” o anti-cosmica. In genere gli uomini alternano nel corso della propria esistenza tutte e tre le possibilità, finendo per raggiungere un equilibrio che si trova nel mezzo della bilancia, rispondendo lentamente e faticosamente ai propri impulsi intrinseci verso un punto finale di perfezione. A patto che siano disposti a insistere sulla strada che conduce alla divinità di generazione in generazione indefinitamente, alla fine la raggiungeranno. In caso contrario, se alcuni individui si rifiutassero di proseguire nell’esistenza, verrebbero interamente negati entro nuove energie, cedendo il posto ad altre entità. Vi è una teoria secondo cui ogni anima umana che “si ritira” dalla catena di vita rallenta tutto il resto dell’umanità, mentre ogni anima umana che realizza la sua entità finale raggiungendo la pace perfetta aiuta di conseguenza l’intero processo di vita.

Pochissime anime possono dirsi interamente buone o malvagie; la maggior parte presenta il predominio di uno dei due principi a seconda dello stadio di sviluppo raggiunto. Gli esempi estremi di bontà e cattiveria si riscontrano soprattutto tra gli individui più rozzi e primitivi, oppure fra quelli altamente istruiti e sapientemente evoluti. I primi, per quanto aggressivi, arretrati, distruttivi e insensatamente violenti possano essere, compiono del male fisicamente e mentalmente più che spiritualmente, e la loro crudeltà ha comunque dei limiti. I secondi, invece, sono molto più pericolosi poiché, dedicandosi con devozione e costanza a forme sofisticate di male, possono produrre conseguenze peggiori di qualsiasi brutalità inflitta a livello fisico.

Coloro in cui predomina il principio di malvagità sono spinti dall’impeto di esaltare il loro pseudo-sé di contro all'impulso interiore che li spinge alla perfezione spirituale. Un tempo si parlava di “disobbedienza alla volontà di Dio”; in realtà si tratta di una rottura nei propri sistemi interiori tra un’inerenza congenita a perfezionarci in accordo con la nostra origine di vita e un impulso a identificarci a livelli molto inferiori senza tener conto del metodo e delle conseguenze. E bene chiarire meglio questo aspetto, perché è estremamente importante.

Noi uomini siamo delle creazioni

Noi uomini siamo delle creazioni che hanno come prima funzione quella di determinarsi. A tale scopo, siamo provvisti di una sorta di “dispositivo di guida” che possiede un “auto-circuito” programmato per dirigere tutte le nostre energie lungo un numero indefinito di incarnazioni verso il fine ultimo, spronandoci a realizzare il nostro vero sé, quello previsto dal creatore divino. Questo dispositivo rappresenta il nostro istinto di base e il nostro più profondo impulso di vita. Se fossimo delle creature puramente spirituali che vivono in condizioni cosmiche diverse, tale impulso funzionerebbe in modo esatto e corretto, ma in quanto esseri terreni che vivono in corpi cresciuti biologicamente, la questione è un po’ diversa. L’istinto all’individuazione è sempre presente, ma la possibilità di deviazioni è enormemente maggiore. Mettiamola in questo modo: se vivessimo in uno stato di esistenza dove vi siamo solo noi e la divinità, realizzeremmo il nostro “vero fine” in modo naturale, perché non vi sarebbero altre alternative possibili. Ma poiché viviamo in un mondo fatto di innumerevoli percorsi diversi, come facciamo a essere certi di aver intrapreso quello migliore per ognuno di noi? Questo è il problema che dobbiamo affrontare costantemente. Vi sono così tanti modi sbagliati di essere noi stessi, che non sorprende che molti finiscano per sceglierne uno e sulla base di quello fondino uno “pseudo-sé”, che di solito è l’antitesi perfetta dell’intenzione originaria. Gli individui che operano in questo modo con costanza e coscienza compiono una progressiva deviazione verso il lato malvagio dell’Albero al grado corrispondente all’incidenza delle loro intenzioni deliberatamente alterate.

Per semplificare ulteriormente la questione, supponiamo di trovarci alfinterno di un velivolo spaziale che è in costante contatto con il “Controllo Missione”, ma che può anche essere controllato manualmente. Immaginiamo che l’aeronave sia pronta e programmata per un obiettivo preciso e definito ma che il suo comandante - forse perché è annoiato, oppure perché pensa di poter migliorare il piano, o ancora perché intravede una possibile scorciatoia - sviluppi una divergenza personale rispetto allo missione iniziale e imposti i comandi del velivolo sul controllo manuale. A questo punto, decide di dirigere l’aeronave verso il suo nuovo bersaglio e ignora ogni avvertenza e reclamo ricevuti via radio dal Controllo Missione. In una simile situazione vi sono tre possibilità di condotta: 1) migliorare il progetto della missione originale, 2) attenersi ai piani iniziali, oppure 3) negarli del tutto e applicarli scorrettamente. È la stessa cosa che avviene agli uomini che, “precipitando” nei regni del bene e del male, hanno deliberatamente preso in mano il proprio destino rendendosi responsabili della loro entitizzazione o estinzione finale in quanto anime viventi che traggono la loro esistenza dallo Spirito Infinito.

La nostra scelta tra il bene e il male dipende pertanto da come intendiamo “metterci in proprio” in quanto “cellule di creazione” relativamente indipendenti e ciò, a sua volta, dipende dai livelli di intelligenza e dalla struttura della coscienza personali, che sono proporzionali al grado di evoluzione raggiunto. All’estremità più grezza della scala, che si trova poco al di sopra del livello animale, lo pseudo-sé si manifesta generalmente in maniera violenta e aggressiva sul versante del male, e con atteggiamenti di dolcezza e amabilità su quello del bene. Poi, mano a mano che la consapevolezza e l’esperienza espandono la coscienza nel corso delle incarnazione successive, queste condotte iniziali subiscono forti alterazioni e l’intelligenza inizia a convertire le tendenze aggressive in forme tiranniche autoritarie, alimentando al contempo degli schemi scaltri e ingegnosi per il controllo coercitivo delle situazioni sociali. Sul piano opposto, invece, questa stessa intelligenza trasforma l’amabile amichevolezza in una premura compassionevole per la creazione vivente e - in un interesse a esercitare i benefìci di una cultura avanzata e del progresso per il benessere universale.

Il punto, qui, è che né i “buoni” né i “cattivi” seguono fedelmente le “istruzioni originali”, ma sviluppano, per così dire, un loro sistema indipendente fondato sull’auto-governo. Tutto ciò non implica alcun torto o ragione, ma denota semplicemente una inadempienza delle “condizioni di creazione”. Ogni categoria, se portata agli estremi, produce uno stallo che porta inevitabilmente all’annientamento. Da una parte, i “cattivi” darebbero vita a un inferno tanto terribile da distruggere nel tempo ogni cosa, loro compresi; dall’altra parte, i “buoni” creerebbero un paradiso fondato su un tale sacrificio di sé da negare a chiunque la possibilità di godere dei suoi piaceri. In questo modo, entrambe le tipologie finirebbero per auto-negarsi se la loro contro-continuità non garantisse un campo reciproco di esistenza.

Ciò che dobbiamo fare in quanto esseri individuali e collettivi è trovare il “sentiero corretto” che conduca le nostre vite a metà strada tra i principi di bene e male così da poter dirigere le nostre traiettorie cosmiche in accordo con l’intenzione originaria intrinseca in ognuno di noi. Che la chiamiamo “volontà di Dio” o “volontà autentica”, essa equivale a un’unica cosa: il nostro “divenire migliore”, ed è qualcosa che dobbiamo trovare da soli all’interno di noi stessi poiché corrisponde al nostro vero sé nel senso reale del termine.

Prima che la falsa dottrina del “Noi abbiamo ragione e tutti gli altri hanno torto. Con noi sarai salvo, con gli altri dannato” facesse la sua terribile comparsa, da sempre, le tradizioni, le religioni, i sistemi, le scuole segrete di iniziazione e i misteri sacri hanno tentato di realizzare questo fine aiutando gli uomini a trovare i loro veri sé e fornendo loro delle strutture per ottenere la salvezza in accordo col “disegno divino” intrinseco a ogni anima umana. Partendo dal presupposto che gli uomini, pur appartenendo a un’unica specie, possono essere classificati entro categorie sempre più specifiche, ognuna di queste tradizioni e scuole può considerarsi adatta a un tipo particolare di anima. Tuttavia, i sistemi di iniziazione possono solo offrire un aiuto a sviluppare le facoltà interiori, ma spetta a ognuno di noi scoprire i veri canali di comunicazione interiore in base ai nostri bisogni personali. Mentre i sistemi più onesti ammettono apertamente questa verità, altri impongono pagamenti per l’iniziazione, e bisogna guardarli col sospetto che meritano.

Ma in che modo possiamo identificare il giusto mezzo tra i pilastri nero e bianco dell’Albero della Vita? Anche se una simile domanda non può trovare risposta al di là delle realizzazioni individuali, possiamo comunque affermare su un piano generale che tale obiettivo si realizza determinando un percorso di vita che, rifiutando la ricerca del profitto personale, porti a svolgere un’esistenza intrinsecamente corretta. Un tempo si diceva che “una cosa è giusta non perché Dio la vuole, ma Dio la vuole perché è giusta”. La Gita ha ridotto questo concetto a un’unica idea: “Opera con distacco”. La Qabalah, invece, spiega questo concetto simboleggiando la sua idea superiore di divinità come un solenne profilo della mano destra e con la frase: “Egli è interamente giusto, e in Lui non vi è sentiero della mano sinistra”. In altre parole, un qualcosa di cosmicamente giusto in se stesso a prescindere da che altri lo realizzino.

In quanto esseri umani

In quanto esseri umani che vivono in una coscienza confinata ai livelli terrestri, noi uomini possiamo carpire solo un lontano riflesso di questo “principio perfetto”. Eppure, se riusciamo a seguirne il riflesso fedelmente e saggiamente, esso ci condurrà alla sua più autentica realtà. L’unico modo per farlo è riconoscerlo per ciò che è ed essere pronti a cambiare le nostre attitudini mano a mano che la nostra consapevolezza, evolvendosi, si avvicina alla realtà in questione. Ma con così tanti riflessi confusi nel mondo, come possiamo determinare quello migliore per ognuno di noi, in grado di condurci all’illuminazione finale?

Sistemi diversi hanno suggerito metodi differenti per realizzare questa consapevolezza e ognuno lo ha fatto attraverso esercizi mirati a stabilire dei legami tra la coscienza incarnata e stati sottili di sensibilità spirituale che dall’interno si protendono verso la divinità. Queste tecniche hanno lo scopo di aiutare a riconoscere e individuare i propri percorsi fra tutte le possibili alternative a livello terrestre e le associazioni interiori immediate. Operando in questo modo, le anime umane più autentiche possono iniziare, quantomeno teoricamente, una vasta ricerca personale che si va restringendo una volta che si stabiliscono le proprie esigenze, diversificandosi in percorsi sempre più specifici fino a indirizzare ogni anima lungo il suo sentiero individuale per raggiungere la sua vera e unica destinazione finale.

Ora, sebbene i diversi sistemi di sviluppo spirituale e pseudo-spirituale delineino metodi diversi per realizzare i loro obiettivi, vi è un fattore che deve essere eliminato del tutto se si vuole crescere spiritual-mente. Questo fattore è la ricerca di un profitto non solo in termini di denaro, ma anche di potere, vantaggi sugli altri e altre forme di guadagno orientate a soddisfare lo pseudo-sé. Qualsiasi metodo escogitato per far arricchire in qualunque modo possibile chi lo promuove a discapito degli altri è da ritenersi fraudolento dal punto di vista spirituale. Ciò non significa che sia moralmente o legalmente scorretto in senso stretto, ma semplicemente che, per la sua stessa natura, non può operare oltre i livelli più bassi degli istinti umani. Oltre un certo livello di evoluzione interiore, i desideri e la spinta compulsiva ad accumulare profitti per mezzo dell’inganno, dell’avidità o di altri stratagemmi subdoli perdono di senso e si estinguono del tutto, poiché sono destinati a permanere alfinterno dei livelli inferiori della nostra scala spirituale e non ci consentono di avere una visione chiara e definita della nostra vera individualità.

Non serve a niente accusare gli altri di disonestà spirituale se non riconosciamo prima di tutto la slealtà in noi stessi. Se cercassimo di compiere progressi spirituali per prevalere sugli altri, ottenere vantaggi, ammassare ricchezze o per raggiungere posizioni di rilievo in terra, in cielo e magari anche all’inferno, allora saremmo sullo stesso piano del peggior ladro in cerca della vittima da derubare. Se siamo interessati unicamente all’aspetto ludico delle attività spirituali, allora è bene riconoscerlo e ammetterlo onestamente fintantoché non saremo pronti a innalzarci oltre lungo la scala del nostro sé attraverso il sentiero dell’equilibrio perfetto. È molto meglio ammettere una condizione insoddisfacente e affrontarla sulla base alle nostre capacità che fingere e illuderci che non sia così. Il vero sé non può essere ingannato; solo lo pseudo-sé si diletta con i pretesti.

Le persone che si dedicano superficialmente alla ricerca di indizi spirituali da seguire per raggiungere la verità finale dovrebbero ammettere la verità e dire onestamente: “Non so realmente cosa sto cercando.

Per questo mi diletto con queste minuzie nella speranza che possano portare a qualcosa. Mi piace agghindarmi e divertirmi con le cerimonie. Gli enigmi intellettuali mi intrigano e mi fanno riflettere; i simboli mi affascinano e amo le atmosfere cariche di incenso accompagnate da salmodie ritmiche. Anche se è un passatempo esoso, credo che valga la spesa, e in ogni caso soddisfa i miei bisogni e dà valore alla mia vita. Sono certo che mi faccia bene”. Una simile ammissione ha molto più valore di qualsiasi pretestuosa autoillusione e, inoltre, renderebbe molto più efficace la magia.

Ciò non vuol dire che le pratiche magiche servano solo a realizzare un guadagno materiale; significa invece che bisogna vedere le cose nella loro giusta prospettiva. Una volta realizzato che gli impulsi a ottenere un tornaconto personale occupano la base più bassa della nostra scala spirituale e che non potranno mai condurci oltre tale livello, spetta solo a noi scegliere se rimanere ancorati a questi piani inferiori o oltrepassarli. In quest’ultimo caso, dobbiamo anche abbandonare ogni aspettativa di profitto e lasciare spazio alla sola crescita spirituale. “Benedetto sia colui che non spera in nulla” non è una frase fatta, ma è esattamente ciò in cui dobbiamo sperare per avere una chiara visione dei nostri scopi superiori. Solo così quella pace perfetta che non rappresenta “nulla” per le avide mire dei nostri sé inferiori ma che è “tutto” per l’identità infinita a cui aspiriamo sarà nostra a tutti gli effetti.

Si noti che qui, per descrivere un fattore di screditamento nella gestione dei sistemi spirituali, stiamo utilizzando il termine “profitto”, e non “ricompensa” o “diritto”. Ogni dispendio di energia nell’esistenza provoca un ritorno o una ricompensa naturale e proporzionale alla quantità di energia spesa. Solo in questo caso possiamo parlare di “diritto”; ciò che invece non è né naturale né un “diritto” è aspettarsi un surplus di energia rispetto a quella immessa nel circuito. Sarebbe come pretendere che un motore da dieci cavalli faccia funzionare una dinamo da cento cavalli. Nessun meccanico si sognerebbe mai una cosa del genere, eppure il principio del profitto risponde a esigenze di avidità e credulità ancora più folli.

Questo testo è estratto dal libro "L'Albero del Male".

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