L'Arte Tolteca della Vita e della Morte - Ruiz
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L'Arte Tolteca della Vita e della Morte - Anteprima del libro di Don Miguel Ruiz

Viaggio nel cuore e nella mente di uno sciamano del nostro tempo

Inizio

L’anziana donna mormorava tra sé e sé, trascinando i piedi su un terreno arido e crepato. Le sue ciabatte raschiavano la terra, alzando nell’aria tremula setose nuvole di polvere. Con una mano stringeva una grande borsa e con l’altra tratteneva lo scialle che le fasciava le spalle. Il ritmo dei suoi passi pesanti era l’unico suono esistente, un suono lento e cadenzato che continuava imperterrito. Avanzava. Un sentiero non c’era, ma non ne aveva bisogno. Sapeva dove stava andando. Seguiva le tracce di qualcosa che non si mostrava ai suoi occhi e tuttavia era inconfondibile. Seguiva l’istinto di una madre in cerca di suo figlio.

Per intere settimane aveva provato la paura raggelante che sente una madre quando avverte la possibilità di perdere suo figlio. Si era appena messa in moto, in qualche angolo del mondo. Il suo tredicesimo figlio se ne stava andando, ma non dalla vista perché lei sapeva bene che si trovava, pallido e muto, in un letto d’ospedale. Si stava allontanando sempre più dal campo della sua percezione. Infatti, lei non riusciva più a sentire il suo flusso vitale. Non poteva più parlargli in tutti quei modi che non avevano bisogno di parole e che avevano usato per quasi cinquantanni. In lui, mentre la forza vitale si indeboliva, si allentavano anche i legami con il mondo della materia e del pensiero. Lei sapeva che ormai era rimasto poco tempo. Il suo cuore non funzionava più. Il suo corpo stava morendo e i dottori erano sul punto di darsi per vinti. Cos’altro poteva fare, lei, se non recarsi in quel luogo senza tempo dove era andato a finire suo figlio e iniziare a cercarlo? Lo avrebbe ritrovato, il suo figlio più giovane, cuore del suo cuore, e l’avrebbe riportato a casa.

A dispetto della sua fragilità, si inoltrò in un vasto scenario di sabbia e di roccia, dove tutto era senza vita. Non c’era nessun colore, a parte quel blu grigiastro di nuvole gonfie che sciamavano silenziose sopra di lei. Dei fulmini bruciavano un cielo piatto, accecandola con le loro sfilze seghettate ma... quel temporale era fatto di sogni. Era un temporale nato dal sentimento e dallo stupore, che comunque non rallentavano certo il suo passo.

Sarita proseguiva

Sarita proseguiva, nel silenzio echeggiava il suono del suo respiro. Il battito del suo cuore accelerò, gonfiandole il petto come se i suoi sforzi fossero reali. Forse lo erano. Prima di allora non aveva mai provato a fare un viaggio del genere. Non sapeva cosa aspettarsi e nemmeno quale sarebbe stato il prezzo che il suo corpo avrebbe dovuto pagare. A furia di camminare cominciò a sentire il bisogno di riposare. Non avrebbe ceduto alla paura. Era vecchia, questo sì. Aveva appena festeggiato il suo novantaduesimo compleanno ma non era ancora pronta per lasciare il mondo della materia e del senso delle cose. Non era pronta, e quindi lui non era pronto. Finché avesse avuto la forza di lottare per suo figlio, non avrebbe permesso che morisse. Fece un rapido respiro e permise a un sorriso di sciacquare via la tensione dal suo volto. Sì, la forza ce l’aveva. In quel particolare spazio tra il qui e il là, il suo amore avrebbe trionfato.

Rincuorata, posò a terra la sua borsa per un attimo, raddrizzò le spalle e unì le estremità dello scialle in un morbido nodo attorno al collo. Indossava una sottile camicia da notte di cotone in cui il freddo si infilava facilmente e la raggelava. Non importa, pensò. Non poteva più tornare indietro. I suoi sensi avrebbero potuto fallire e non essere in grado di riconoscerlo, ma il suo cuore no. Scrutando il panorama ancora una volta, raccolse con l’altra mano la pesante borsa e procedette risoluta.

Era una borsa della spesa di nylon, una di quelle che portava con sé quando a Guadalajara, prima che nascesse il suo ultimo figlio, andava al mercato al mattino presto. Sulla parte esterna c’era un ritratto della Vergine stampato con colori vivaci e al suo interno c’erano molte cose benedette dalle sue preghiere e dalla sua volontà. Scosse leggermente la borsa, come per rassicurarsi ed essere certa della sua missione, e pensò a quei giorni lontani, proprio prima della nascita del suo tredicesimo figlio, in cui ogni cosa sembrava rassicurarla. Era stata un’epoca felice: aveva quarantatré anni, era ancora bella ed era sposata con un uomo giovane e affascinante a cui aveva già dato tre figli. Lui l’aveva sposata dopo avere finito la scuola, malgrado la maggiore età di lei e i nove figli avuti da un precedente matrimonio. L’aveva sposata contro il volere della sua famiglia. L’aveva sposata, disse qualcuno, perché lei aveva perfidamente usato la magia su di lui. Si sa, gli scettici ci sono sempre. In realtà si erano sposati per amore, un amore puro e semplice. E dall’amore erano nati quattro figli, tutti sani.

Si rallenta lungo la via

L’anziana donna rallentò il passo, poi si fermò. Il temporale balenava ancora e si ingrossava attorno a lei, ma almeno era svanito quel suo inquietante silenzio. Nell’aria, oltre al fievole ritmo del suo respiro, si udiva anche qualcos’altro. Al posto dei tuoni c’era della musica, che in lontananza si faceva sentire come un vento ringhioso. Dev’essere vicino, pensò. Rimase dov’era, in ascolto, fino a quando divenne chiaro che quella era una particolare canzone che spuntava dall’orizzonte per andare incontro alla furia del cielo. La riconobbe, era una musica di molto tempo prima. Quando suo figlio era ragazzo, lo sentiva canticchiare melodie di quel genere. Spostava velocemente le sue piccole dita su una chitarra immaginaria, pronunciava sillabe senza senso e con il corpo seguiva vorticosamente il ritmo, proprio come aveva visto fare ai suoi fratelli maggiori. Come l’aveva chiamata quella musica? Come...? Ah, sì.

“È rock and roll, marna”, aveva urlato. “La musica della vita!”.

Sì, anche in quel momento nella testa di suo figlio c’era una canzone rock. Era quello il suono che, anche se attorno a lei tutto era quieto, gareggiava con i fulmini del temporale in quel cielo annerito e fustigava i suoi capelli grigi come un ciclone. I suoi sensi non l’avevano tradita. In quel momento riusciva a percepire la mente di suo figlio e sentiva il suo cuore immenso ed eterno che riverberava di gioia. Era vicino.

Appoggiò nuovamente la borsa a terra e si strinse nel suo scialle di lana. Era vestita per andare a letto, indossava ciò che aveva addosso quando tutti erano arrivati a casa per unirsi a lei nella cerimonia. In un angolo lontano della sua coscienza riusciva a sentire tutti quegli ospiti: i figli, i nipoti, i suoi studenti e i suoi amici. Erano venuti su sua istanza, per l’ovvia ragione che nessun figlio o nipote, nessun apprendista o assistente si era mai negato a Madre Sarita. Erano arrivati sottomettendosi serenamente alla sua richiesta e avevano portato delle percussioni, acceso delle candele e bruciato della salvia. Erano arrivati per cantare, pregare e invocare il divino. Erano arrivati per riportare indietro il tredicesimo figlio di una donna che non poteva essere ignorata. Erano arrivati come gli antenati: per fare il lavoro dei guerrieri spirituali.

In quella notte con una posta in palio così grande, Sarita, dal soggiorno in cui si trovava con le persone più fidate, venne trasportata in un mondo che esisteva solo nelfimmaginazione. Aveva sconfinato nella mente di un altro. Era disposta a pagare il prezzo per questo, ma in un’altra occasione. In quel momento doveva andare avanti. Doveva entrare nel sogno di suo figlio senza chiedere il permesso. Doveva riportarlo indietro, e prendendolo per un orecchio se fosse stato necessario. Del resto, l’aveva già fatto molte altre volte.

I ricordi

Scosse la testa ricordando il bambino che era stato. Ricordò quegli occhi neri birichini e pieni di spirito e quelle piccole mani che cercavano con amore di raggiungere il suo viso quando era stanca o rattristata. Niente, nemmeno la morte, avrebbe potuto tenerla lontana da lui. Non c’era nessuna assennatezza che potesse smorzare il suo bisogno di suo figlio, nemmeno un’argomentazione portata da lui. A novantadue anni, Sarita aveva sperimentato tutte le gioie e i dolori di essere madre per tredici volte. Aveva superato la morte di due dei suoi figli. Aveva perso mariti, sorelle, fratelli, ma c’era ancora abbastanza vita in lei per combattere un’ultima volta per ciò che amava. Raccolse di nuovo la borsa, scrollò via un po’ di polvere dall’immagine della Madonna di Guadalupe e si guardò attorno. Fiutò l’aria in cerca di qualche altro segnale, esitò, poi si voltò. Qualcosa aveva attirato la sua attenzione, qualcosa che non poteva ancora essere visto. Avrebbe cambiato rotta. Doveva seguire la sua intuizione. E la musica.

A ogni passo che faceva, la musica diventava sempre più forte. Sembrava venire sia dalla terra che dal cielo, pulsando a un ritmo molto forte... forse era il ritmo delle percussioni nel suo soggiorno. Ringraziò Dio in silenzio per i suoi figli ubbidienti e continuò a camminare. I suoi piedi si muovevano pesantemente attraverso una densa nebbia di polvere luminosa. Al di là del vicino orizzonte riusciva a vedere la Terra che sorgeva, splendente di una luce vivida, dal bordo di quel sogno vuoto. Prese fiato. Grazie alla luminosità della Terra vide qualcosa profilarsi nel cielo sempre più incupito dal temporale e tremulo per il calore. Un albero si stagliava a grande distanza. I suoi rami possenti sembravano ondeggiare con un piacere erotico, costringendo le foglie verdi a fremere e a brillare. Alla vista di una cosa così grande e lussureggiante in quella vastità deserta, Sarita rimase affascinata.

Miguel... sussurrò. In qualsiasi sogno in cui ci fossero colori e vita, ci doveva essere suo figlio. Lui diceva sempre che il divertimento lo seguiva ovunque. Be’, quello era davvero divertente. Era magia. Dove c’era lui, c’era festa, di questo era sicura. Proseguì verso l’albero mentre la musica diventava sempre più forte. Quella camminata avrebbe potuto durare una vita intera, un minuto, o niente. Era consapevole soltanto del fatto che, mentre avanzava, il battito del suo cuore stava accelerando. Indipendentemente da quanto tempo fosse trascorso, doveva avere fatto molta strada perché in quel momento l’enorme albero campeggiava proprio davanti a lei, alto, frondoso ed elegante. I rami si estendevano in ogni direzione, come se volessero accogliere l’intero universo in un grande e prodigo abbraccio. Sarita indugiò di fronte a una radice che sporgeva dal fango e guardò in alto, verso ciò che sembrava una galassia di frutti splendenti e sospesi in quella luce eterea. Con lo sguardo pieno di stupore, i suoi occhi caddero su colui che stava cercando. Sul ramo più basso di quell’albero gigantesco, quasi nascosto tra le ombre danzanti e le migliaia di foglie che rilucevano, stava seduto suo figlio.

Con il suo camice da ospedale, Miguel Ruiz stava placidamente assaporando una mela appoggiato al tronco dell’albero. Vedendola, i suoi occhi si illuminarono e, elettrizzato, le fece cenno di farsi avanti. Sua madre si avvicinò all’albero, attenta a dove posava i piedi in quell’enorme groviglio di radici, fino ad arrivare davanti al ramo su cui stava suo figlio, che piombò giù permettendole di guardarlo direttamente negli occhi.

“Sarita!”, esclamò ripulendosi le labbra dal succo della mela con la punta del pollice. “Mi hai raggiunto! Bene!”. Lei stava quasi per dire qualcosa quando Miguel si girò in direzione di quello strano orizzonte. “Vedi quello che vedo io, marna!”. Miguel indicò con grande trasporto quella visione della Terra con i suoi colori deliziosi. Sarita vide di sfuggita il fondoschiena nudo di suo figlio quando il retro del suo camice si aprì. Era tentata di sculacciarlo proprio lì, quell’uomo già cresciuto, ma lui, tutto concitato, stava cercando di attirare la sua attenzione.

Questo testo è estratto dal libro "L'Arte Tolteca della Vita e della Morte".

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