L'Energia della Gravidanza - Diego Giaimi
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L'Energia della Gravidanza - Anteprima del libro di Diego Giaimi

Sentirlo, ascoltarlo, comunicare con lui fin dal concepimento

Linee Generali

Sono sempre più numerosi gli studi a favore di un ritorno verso un parto più fisiologico e naturale per migliorare le condizioni delle madri e dei figli.

Molti medici e ostetrici, sostenitori del parto naturale nel rispetto dei bisogni e degli istinti primari, affermano che le condizioni ospedaliere attualmente proposte alle partorienti sono molto lontane dalle vere necessità di una madre per dare alla luce un figlio. I vari cambi di sala della gestante, le luci accecanti, la quantità ingente di persone che entra ed esce dalla sala parto, il monitoraggio continuo, le domande dirette, la violazione della privacy e dell’intimità e molti altri fattori contribuiscono al consistente aumento di problematiche che insorgono durante il travaglio o il parto.

Tutti questi stress vanno a ostacolare il parto nel suo svolgimento più dolce e naturale.

L’avvento della medicina moderna ha sicuramente contribuito a diminuire i casi di mortalità durante i parti, ma l’ospedalizzazione di routine delle partorienti ha poi creato un ambiente e un clima inadeguati ai quali la famiglia si è dovuta adattare.

In questo modo si è contribuito all’aumento degli interventi medici per assistere minuto per minuto le partorienti, rendendo sempre più meccanico e razionale lo svolgimento del parto che invece dovrebbe avvenire in un clima di istintualità e serenità.

Visti questi presupposti si spera che col tempo tutti gli ospedali e tutti i medici possano venire a conoscenza delle semplici raccomandazioni che riportano l’umanità in sala parto, utilizzando la tecnologia solo per effettivo bisogno. Al momento la situazione, sebbene sia in miglioramento, è ancora lontana dai traguardi idealizzati. Molte informazioni riportate susciteranno spontaneamente alcune riflessioni, soprattutto in un paese come l’Italia dove la quasi totalità dei parti avviene in ospedale.

Parto in casa

Una prima considerazione da fare riguarda appunto il luogo dove partorire; ormai sembra scontato il collegamento della nascita con gli ospedali, ma non è stato sempre così e non deve per forza esserlo.

L’OMS sottolinea che per le donne sane con una gravidanza fisiologica l’ospedale non è una tappa obbligata. In Italia, nel 2004, la percentuale di nascite a domicilio è stata dello 0,17%12.

I parti ospedalieri sono quindi quasi la totalità e il tasso di cesarei supera ogni anno il 30%. Le percentuali sono poco confortanti se le confrontiamo con i dati europei: nei Paesi Bassi, ad esempio, nel 2000 il 30,3% delle nascite è avvenuto in casa e il tasso di cesarei è stato del 10%13.

Le motivazioni per cui la scelta di un parto in casa venga ancora presa poco in considerazione dalle donne in Italia variano: la difficoltà a ottenere l’assistenza a domicilio, il costo di questa procedura, che attualmente non è sovvenzionata dallo stato, e la falsa credenza che il parto in casa sia meno sicuro.

Un’alternativa al parto ospedaliero

Studi condotti su larga scala dimostrano che per le donne con una gravidanza a basso rischio (peso e grandezza del feto nella norma, posizione fisiologica del feto e altri parametri da valutare) il parto in casa costituisce un’alternativa accettabile al parto ospedaliero e riduce gli interventi di medicalizzazione. L’eventuale insorgenza di complicanze porta al trasferimento in ospedale accompagnati dall’ostetrica di riferimento. In Italia viene richiesto che l’ospedale non disti dalla casa più di 20 minuti.

Da un recente studio canadese che ha analizzato 24.000 parti è emerso che i rischi delle emergenze ostetriche non cambiano se una donna partorisce a casa o in ospedale, ma che nei parti a domicilio la donna e il bambino hanno dimostrato tempi di ripresa più veloci.

Gli ostetrici che seguono abitualmente i parti a domicilio, rispettando i canoni della privacy della donna e lasciando il più possibile il libero corso alla natura, notano quanto le donne possano eseguire semplicemente e facilmente un compito oggi ritenuto tanto difficile e doloroso da dover per forza essere effettuato in ospedale sotto gli occhi di un intero staff medico.

Pianificare l’evento e l’ambiente

Naturalmente la possibilità di scegliere un parto in casa dà alla coppia l’opportunità di pianificare l’evento e l’ambiente con tutti gli accorgimenti che ritengono necessari senza doversi confrontare con opinioni dettate dall’eccessivo utilizzo della tecnologia.

A casa propria la madre può decidere da sé e partorire a suo modo, con i comportamenti che le risultano più consoni e seguendo il proprio istinto. Al contrario, una volta entrati in un’istituzione che “fa partorire” le donne, la maggior parte delle volte l’istinto deve essere messo da parte per lasciar posto alla razionalità dello staff.

Uno studio sui bambini dell’Uganda ha confrontato i valori delle catecolamine nel sangue dei bambini; questo parametro è indicativo di stress generale nel bambino: più alto è il valore maggiore è lo stress. Il valore delle catecolamine è risultato inferiore nei bambini delle classi sociali basse, venuti alla luce con parti più naturali e fisiologici, per lo più in casa; questi bambini sorridevano già dopo quattro giorni dal parto. I bambini delle classi sociali elevate, partoriti in ospedale, hanno riportato valori più elevati di stress e sorridevano mediamente dopo dieci settimane dal parto.

Posizione della madre

Nell’immaginario collettivo odierno la donna al momento del parto appare in posizione supina, confinata sul lettino ostetrico, tuttavia non è sempre stato così. Nelle antiche civiltà la posizione più diffusa era quella verticale, in piedi, in ginocchio, seduta o accovacciata. Ciò avveniva probabilmente in modo spontaneo secondo l’istinto materno sia per contrastare i dolori del travaglio sia per utilizzare a proprio vantaggio la forza di gravità al momento del parto. Sono stati rinvenuti dipinti di donne accovacciate mentre partoriscono risalenti all’antico Egitto e alla civiltà azteca; analogamente in Cina e Giappone era usanza che le donne partorissero inginocchiate su una stuoia di paglia.

Oggi anche la cultura occidentale inizia a mettere in discussione la posizione statica sul lettino e molte strutture ospedaliere incoraggiano la partoriente a muoversi liberamente durante il periodo dilatante e ad assumere diverse posizioni in fase espulsiva.

Revisioni sistematiche di studi che pongono a confronto le diverse posizioni durante il travaglio e il parto (verticale, laterale, supina, seduta, semi-seduta, in ginocchio) hanno rilevato una diminuzione del tempo del travaglio e del dolore se si assume la posizione eretta nella fase dilatante e la posizione accovacciata durante il periodo espulsivo.

Il numero delle campagne informative riguardo la posizione della madre durante il parto è in netto aumento, ma, nonostante questo, sembra ci sia una bassa propensione a lasciare un minimo di scelta alla partoriente. Infatti, anche se dovrebbe essere possibile scegliere la posizione per partorire, l’Istat (sondaggio del 2000) riporta solo l’11,7% di parti in posizione diversa da quella tradizionale, ipotizzando una scarsa apertura delle strutture sanitarie nei confronti di tecniche diverse da quelle tradizionali.

Induzione al parto

L’induzione del travaglio avviene in circa 20%-25% delle gravidanze e rappresenta uno degli interventi maggiormente utilizzati in ostetricia nei paesi sviluppati.

In Italia nel 2008 sono stati registrati 64.571 parti indotti, pari a 17,2% dei parti per cui non era stato previsto un cesareo elettivo (programmato durante la gravidanza). Anche in questo caso quindi in Italia si superano i parametri raccomandati dall’OMS, che stima intorno al 10% il tasso massimo di parti indotti che dovrebbero essere effettuati.

Sembra vengano messe in primo piano le esigenze e i tempi dei genitori o dei medici senza tenere conto che si potrebbero rispettare i ritmi del bambino. È una creatura che sta completando un ciclo per iniziarne un altro, quindi sarebbe meglio, per quanto possibile, aspettare l’inizio del travaglio per capire quando il bambino è pronto a iniziare il nuovo ciclo e poi proseguire il parto secondo le metodiche più consone alla situazione.

Indurre il parto artificialmente è un trauma che verrà ricordato e immagazzinato a livello mentale, energetico e fisico dal feto e potrebbe portare a ripercussioni emotive e psicologiche. D’altronde, per fare un paragone, anche un essere umano adulto se viene svegliato nella notte e obbligato a fare delle flessioni potrebbe essere contrariato.

Una scelta da evitare

Oggi, per rigidità interpretativa, superato il periodo di termine della gravidanza si entra in una fase di preoccupazione e di ansia che porta i genitori o i medici a indurre il travaglio anche senza il minimo segno di problematica della gravidanza, solo per rispettare il più possibile una data definita a livello statistico. È per questo che la percentuale di induzioni, inclusi anche i cesarei elettivi, supera del doppio quella raccomandata dall’OMS.

Non solo dal punto di vista emotivo ed energetico questa scelta sarebbe da evitare, ma anche dal punto di vista ormonale, poiché i momenti precedenti il travaglio sono importantissimi per un corretto sviluppo dei polmoni del bambino, per favorire un’adeguata risposta al secondamento (l’ultima fase del parto che corrisponde all’espulsione della placenta e degli annessi fetali), per incentivare l’attaccamento madre figlio e per il futuro allattamento.

Questo testo è estratto dal libro "L'Energia della Gravidanza".

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