L'Infarto dell'Anima - Rüdiger Dahlke
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L'Infarto dell'Anima - Anteprima del libro di Rüdiger Dahlke

Superare burnout, boreout e depressione

Il tema dell'infarto nei suoi aspetti fondamentali

La nostra familiarità col processo dell’infarto fa riferimento alla patologia di quello cardiaco. Quando l’organismo soffre di un sovraccarico nella sua regione centrale, il cuore non riceve più il necessario nutrimento - l’ossigeno - e una qualche sua parte muore, parliamo per l’appunto d’infarto. Nell’ambito generale delle problematiche cardiache, l’infarto del miocardio costituisce la causa di morte più frequente nella società moderna. L’approvvigionamento di sangue, e dunque di forza vitale proveniente dal cuore, s’interrompe e il sistema d’insieme del soggetto colpito subisce un crollo. Il conseguente dolore, annichilente, è il peggiore che un essere umano possa sperimentare. Esso costringe l’individuo a vivere l’attimo avente nel cuore il suo punto focale di massima attenzione. Quando il proprio centro vitale subisce uno strangolamento si è obbligati giocoforza a far diventare il muscolo cardiaco l’interesse primario. Nessun altro modo di pervenire nell’attimo del “qui e ora” è altrettanto repentino e doloroso. Tutto, in tale circostanza, ruota attorno al cuore e all’interrogativo se esso potrà continuare a svolgere il proprio lavoro oppure se la vita fisica sarà giunta al termine a questo punto. Ogni forma d’infarto - del cuore o dell’anima - costringe a essere presenti nell’attimo, sia pur nel modo più terrificante e irredento.

Nella prospettiva del mio manuale Malattia come simbolo i sintomi contengono già al loro interno l’indicazione di una soluzione e ci trattengono dal persistere su una strada ingannevole. Entrambe le domande “Cosa m’impediscono di fare?” e “A cosa mi costringono?” aprono il corso di questa via. Gli ulteriori e successivi interrogativi, ovvero: “Perché proprio a me, proprio questo, proprio adesso?” possono condurci su nuove posizioni e a una diversa presa di coscienza.

Nella specificità dell’infarto dell’anima, l’essere focalizzato nel “qui e ora” dell’attimo costituisce già un’allusione alla chance più grande. Giunti lì, il crollo conduce al burnout e in ciò risiede anche l’opportunità - dal punto di vista spirituale - di risorgere dalle ceneri come la fenice. In tale quadro riposa anche la possibilità di un’autentica prevenzione; una vita centrata sull’attenzione per l’attimo è peraltro l’obiettivo di qualsiasi cammino evolutivo spirituale. La prevenzione si concretizza quando ad esempio, in luogo della frammentata dispersione, si riesce a immergersi nel momento e a fare del proprio mestiere una professione che anima tanto l’attività lavorativa stessa quanto lo stare nell’attimo del “qui e ora”. In questo caso il lavoro diverrebbe al contempo vocazione ed esercizio per la coscienza spirituale. Ecco per così dire la versione redenta della contemporaneità, l’altra faccia di quel multitasking che sopra ogni cosa conduce alla trappola del burnout.

Depressione e crollo

Nella società attuale, è abitudine dominante rivolgere il proprio interesse ossessivo al corpo con particolare attenzione al dolore fisico. Eppure l’anima, se trascurata, può portare conseguenze altrettanto evidenti. Non appena essa riceve troppo poco nutrimento e la vita perde di significato si rischia d’incappare nel suo infarto. Parti sostanziali dell’anima non hanno più un ruolo attivo nell’esistenza, si trincerano nel rifiuto e muoiono. Il risultato è la letargia, tipica del boreout quanto del burnout, così come del passo verso la loro escalation, la depressione.

La medicina accademica e la psichiatria non rinvengono distinzioni al riguardo e considerano burnout e depressione alla stessa stregua. Tuttavia nella depressione, cui si accompagnano pensieri suicidi, il tema della morte e la tristezza diventano il punto focale; ne scaturisce pertanto un’evidente possibilità di differenziazione. Suggerisco dunque di definire la depressione come il gradino più elevato della sindrome da burnout e da boreout, riconoscendo perciò in essi la loro anticamera.

L’infarto dell’anima, in quanto escalation del burn e boreout e della depressione, rappresenta il segnale del crollo di tutti i sistemi.

I soggetti colpiti perdono ogni interesse alla vita e all’ambiente sociale circostante; non partecipano a nulla né sono più in grado di farlo. Solitamente, prima di raggiungere questo stadio si sono sfiancati nell’autocontrollo, sottoponendosi a ogni immaginabile sforzo.

Giunti al punto in cui il burnout con i suoi molteplici segnali sfocia nell’infarto dell’anima, i malcapitati vengono letteralmente a mancare, ad esempio nella compagine lavorativa o nella vita di relazione. Non sono più in grado di mantenere l’apparenza ed è loro semplicemente impossibile seguitare a funzionare come robot, secondo la tipica modalità della fase precedente il burnout stesso. Al pari di qualunque altro infarto, anche in quello dell’anima nulla più procede. Quando quest’ultima non gioca più la sua parte, sopraggiunge il collasso. Tali soggetti, in analogia con i pazienti dell’infarto cardiaco, restano prigionieri nell’attimo in una modalità altrettanto terribile, avvertono un estremo malessere e si percepiscono inermi, in balia d’ogni ventura. Nell’infarto dell’anima la vita condotta fino a quel punto appare priva di senso e non ulteriormente praticabile; ancor più, indegna di essere continuata. Nondimeno, proprio tale situazione può rappresentare un autentico punto di svolta, passibile di condurre a tutt’altra qualità dell’esistere.

Il vuoto terrificante vissuto dagli infartuati dell’anima - frequente conseguenza del sovraccarico e dell’inondazione di stimoli cui si soggiace nel mondo (affaristico) moderno, improntato al cosiddetto multitasking - costituisce di fatto una caricatura di quel vuoto agognato dal buddhismo e propugnato come meta ultima del cammino spirituale. Di quella meta però il burnout fa attingere il polo opposto: la vita, priva di contenuti e di un obiettivo gratificante, sembra non avere più alcun valore. Il vuoto edificante del buddhismo, il nirvana, si riferisce per contro all’affrancamento da ogni pensiero e viene esperito nell’attimo della liberazione e del “qui e ora”. Tale attingimento è pure il vero obiettivo - e la soluzione - del quadro clinico “infarto dell’anima”. Ove costretti nell’attimo del “qui e ora”, pur del tutto involontariamente, perfino individui sprovvisti di qualunque consapevolezza ne sperimentano la forza in termini talvolta d’inattesa positività.

Una dimensione temporale interamente dispersa nei “se” e nei “ma”, e ormai resa estranea al momento del “qui e ora”, finisce per recuperarlo coercitivamente nella sua variante più irredenta attraverso l’infarto dell’anima. Ancor più evidente adesso apparirà per un verso come tale tematica ci riguardi, per l’altro quanto contigui siano il rischio e la soluzione negli infarti d’ogni tipo. Essi possono rappresentare l’epilogo e la dipartita ovvero una nuova opportunità di vita.

La misura dello spavento: numeri e fatti

Chi sia già affetto dall’infarto dell’anima potrà tranquillamente sorvolare i capitoli a seguire, con i loro numeri e definizioni, senza per questo perdere il filo del nostro discorso. Essi gli saranno tuttavia utili per riconoscere quanto frequente sia il proprio dolore e quanto generalmente diffusa la trappola nella quale si è caduti.

Assai significativa è la rapidità di diffusione di questa epidemia relativamente nuova, in relazione alla natura competitiva e prestazionale della società moderna. Essa, sempre più sprofondata nel materialismo, ha trascurato l’anima per decenni e adesso, in conformità al Principio dell’ombra3, è costretta dai quadri clinici a occuparsene in misura sempre maggiore.

Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) inventariava dopo la seconda guerra mondiale 26 tipi di disturbi clinici; la lista è ora giunta a ben 400 voci. Ove a essa si aggiunga l’incidenza fenomenologica descritta in questo libro, ne risulterebbe una popolazione psicologicamente malata pari a oltre la metà del totale. E dunque già “normale” esser malati nell’anima.

Desta in proposito particolare spavento constatare come nell’ambito disciplinare della psichiatria e della psicologia tutto sia ricondotto a una questione di definizione terminologica e l’intero comparto sia per conseguenza caratterizzato da un’assoluta nebulosità. Tale circostanza viene poi sfruttata a proprio vantaggio dall’industria farmaceutica, dedita con grande zelo a inventare nuovi quadri clinici corrispondenti alle sue droghe. Ne costituì un esempio la cosiddetta sindrome-Sissi, un “disturbo psichico” di cui dovrebbe aver sofferto l’imperatrice austriaca Elisabetta, a seguito del quale il malumore e l’abbattimento verrebbero nascosti dall’allegria. Al solo volerlo, vi si potrà anche riconoscere un principio di sindrome da burnout. Un’altra esemplificazione ci è fornita proprio dal primo scopritore dell’iperattività infantile, il quale confessò infine sul letto di morte di aver letteralmente inventato questo quadro clinico, così ben adatto ai relativi medicinali. Il saltamartino, già Pierino Porcospino, manda i suoi saluti.

Definizioni e diagnosi - Chi è colpito dal burnout e perchè

Di burnout si sente parlare in ogni dove. I mass media lo menzionano nei titoli di prima pagina o come tema di dossier; numerosi sono gli studi ormai dedicati al problema del completo esaurimento nervoso. Nella comune vulgata si ascrive l’origine di questo fenomeno al sovraccarico prodotto dallo stress lavorativo. Assai polarizzata è invece l’opinione riguardo all’attribuzione di responsabilità: taluni la ascrivono al singolo in quanto eccessivamente perfezionista o brutalmente dedito a uno sfruttamento selvaggio delle proprie riserve energetiche; altri la pongono invece in capo alle aziende, responsabili di esercitare un’eccessiva pressione.

Nei confronti di una visione tanto semplicistica mette in guardia lo psichiatra professor Ulrich Hegerl, esperto di burnout e di depressione: “Lo stress sul lavoro spesso non è la causa originante - e un periodo di astensione può rendere il tutto ancora più grave”. Tale affermazione corrisponde perfettamente all’esperienza di quei pazienti sospetti di burnout cui viene di norma prescritta dapprima una settimana di “malattia”, poi due, poi ancora quattro e così a seguire. Se però la capacità rigenerativa dell’individuo è disturbata, cosa tutt’altro che rara in questi casi, tali prescrizioni non potranno produrre alcun miglioramento e finiranno piuttosto per favorire la decadenza sociale del paziente stesso. Nell’ambiente a lui circostante e agli occhi dei suoi colleghi egli risulterà non più idoneo a sostenere incarichi, una constatazione che peraltro corrisponde a verità.

Si arriverà persino a emettere “diagnosi” quali: inaffidabile, sgarbato, egocentrico, ipersensibile, finanche piagnucoloso e autocommi serativo, per approdare infine alla classificazione di “scansafatiche”. Le aziende cercano di liberarsi di simili soggetti rapidamente e in via prioritaria - quanto meno nei periodi di congiuntura sfavorevole - e si vanifica così ogni possibilità di una terapia e di una conseguente inversione del processo.

I medici prediligono, com’è ovvio, il termine “depressione” sebbene esso non sia ben accetto alla popolazione poiché di chiara connotazione discriminante. Invero, anche la definizione di burnout porta in sé una nota negativa, giacché il vocabolo oggi di moda dischiude pure alcune comode scappatoie per taluni abili approfittatori. L’espressione “infarto deH’anima” rende perciò maggior giustizia alla problematica di questa sindrome nella sua complessità.

In una società ipercompetitiva, l’incapacità prestazionale costituisce sempre una provocazione: il massiccio numero di diagnosi di burnout è il segnale di qualcosa che fondamentalmente rema contro i suoi interessi (economici). Fin quando il numero di soggetti colpiti resta esiguo, se ne potrà ascrivere la responsabilità allo stile di vita personale di costoro. Come fenomeno di massa, invece, l’infarto dell’anima diventa rivelatore di qualcosa all’interno della società che sfugge al controllo. D’altro canto, le attribuzioni di colpe non prospettano mai alcuna soluzione, ed è indifferente se siano le aziende ad ascriverle primariamente al singolo individuo o gli specialisti e le vittime a individuarne piuttosto le cause originanti nell’attuale situazione lavorativa ed esistenziale. Nella proiezione della colpa non riposa alcuna soluzione. Arrivare a comprendere le multiple stratificazioni della realtà e la nostra risonanza con essa costituisce uno snodo fondamentale per poter scoprire quali siano i compiti di vita prospettati dal progressivo incremento dell’infarto dell’anima e in quale contesto e secondo quale modalità essi ci permettono di crescere. È inoltre importante riconoscere con Albert Einstein che lo spazio del problema non è mai uno spazio di soluzione. Questa, infatti, risiede di norma più in profondità rispetto al piano nel quale si manifestano i problemi. Se un prato è deturpato da cumuli di terra scavata dalle talpe, a nessuno sfuggirà come il rimedio non risieda a livello del prato distrutto bensì nel regno della terra, dove “Gra-bowski” imperversa molesta e operosa nelle conseguenze.

Sguardo retrospettivo e stato dell'arte nella diagnosi della medicina accademia

Il termine burnout venne utilizzato per la prima volta nel 1974 dallo psicanalista americano Herbert Freudenberger. Invero già un secolo prima il neurologo statunitense George M. Beard aveva introdotto nella medicina il quadro clinico della nevrastenia, prontamente ripreso per delineare quello del burnout, a esso di gran lunga corrispondente: ipereccitabilità, esaurimento, assenza di forze e molto altro. Alquanto interessante è l’attribuzione di responsabilità da parte di Beard alle tendenze sradicanti della rivoluzione industriale. La stampa affamata di sensazionalismo e soprattutto la frenesia derivante dalla nuova tecnica telegrafica - ma anche il timido risveglio delle donne riguardo ai loro diritti - destarono i suoi sospetti. Ben poco è dunque cambiato nei riguardi della proiezione di responsabilità. Neppure è certamente un caso che entrambi gli studiosi citati fossero statunitensi. Nel loro paese essi avevano comunque a disposizione un vasto materiale attinente a questa tematica. Tuttavia anche da noi, in ambito culturale tedesco, Thomas Mann già agli inizi del Novecento delineò esemplarmente, nel protagonista del suo romanzo I Buddenbrook, la sintomatologia del burnout.

Prima dell’affermarsi di tale espressione era in uso quella di workaholic, in effetti, la persona soggiogata da dipendenza dal lavoro ha davvero molto in comune con il moderno candidato al burnout. La definizione di nevrastenia si trova fino a oggi in posizione di primo piano nella comune classificazione dei quadri clinici riconosciuti dalla medicina accademica, laddove il burnout resta solo una diagnosi marginale e “per esclusione”: essa viene prescelta soltanto quando tutte le altre sono state già escluse e nuli’altro sovviene ai medici. Il burnout rappresenta così in ultima istanza una diagnosi di ripiego e in voga per ammortizzare il fallimento socialmente riconosciuto di individui stressati, non più in grado di sostenere la frenetica corsa inconcludente del criceto nella sua ruota. La medicina accademica non la considera in ogni caso una sintomatologia clinica in senso stretto bensì una (anticamera della) depressione. In termini di definizioni la psichiatria classica semplifica la questione al massimo grado: dietro il termine burnout, attualmente di moda, si nasconde semplicemente una depressione.

Secondo la corrente classificazione statistica internazionale delle patologie redatta dall’OMS (ICD-10) una diagnosi di depressione è da attribuirsi a un paziente quando egli soffra dei seguenti sintomi primari: a) umore depressivo, b) elevata facilità ad affaticarsi, c) perdita di interesse o di gioia. Egli deve inoltre presentare almeno due dei seguenti sintomi secondari: a) ridotta concentrazione e attenzione, b) ridotta autostima e fiducia in se stesso, c) diminuzione dell’appetito, d) disturbi del sonno, e) sensi di colpa e sentimento della mancanza di valore, f) pensieri o atti suicidi, autolesionismo, g) paure del futuro.

Applicando rigorosamente tale definizione clinica occorrerebbe qualificare come depressa una gran parte della popolazione - ed è purtroppo probabile che ciò risponda anche al vero. D’altro canto, dopo esser stati lasciati dal partner sono in molti a persistere nel cattivo umore per più di due settimane e a manifestare ben poca gioia di vivere per un qualche periodo di tempo, circostanza che dunque assomma già due dei sintomi principali. Se in aggiunta costoro soffrissero pure di una caduta di autostima - esito assai poco sorprendente - e perdessero l’appetito, si sarebbero già guadagnati una diagnosi di depressione. Senza fatica se ne evince quanto sia nebulosa la definizione di tale quadro clinico perfino nell’ambito disciplinare psichiatrico.

Non essendo la medicina accademica in grado di fornire una designazione clinica affidabile né tantomeno una diagnosi sicura, non desterà stupore la carenza dal canto suo anche di terapie sensate. La somministrazione di psicofarmaci ha per lo più scarsa utilità. Nello stato sovraeccitato antecedente il crollo, lo spettro dei medicinali prescritti varia dai betabloccanti alla diazepina (Valium) fino al regno dei pesanti tranquillanti e sonniferi. Dopo l’infarto dell’anima, tuttavia, nessun medicinale ha la capacità di restituire energia; giunti a questo livello la farmacologia non ha nulla da offrire.

In verità è del tutto indifferente la denominazione prescelta per il dramma, a condizione che si sappia effettivamente di cosa si stia parlando. E perché mai non dovremmo qualificare esso burnout e boreout, e infarto dell’anima il loro esito, se tali espressioni sono di gran lunga preferite dai soggetti colpiti, apparendo loro peraltro meno discriminanti? Sono davvero in pochi a gradire la diagnosi di depressione, laddove per contro quella di burnout viene accolta da taluni quasi come un segno di distinzione. In proposito il desiderio diffuso in numerosi psichiatri di eliminare quest’ultima definizione per tornare al vecchio termine “depressione” è tipico della medicina ma poco utile ai pazienti.

Al tempo in cui scrissi, anni fa, il libro Uscire dalla depressione. Sentieri di luce nel buio dell’anima, tale evoluzione andava già delineandosi. Quando più tardi il volume giunse tra le mani delle persone coinvolte nella tematica, notai come fosse spesso rivestito di carta alla vecchia maniera con una foderina non più usuale. Gli editori mi hanno poi di frequente confidato essere quello il mio miglior libro, con un titolo purtroppo di scarsa appetibilità commerciale. La depressione si vende davvero male; il burnout è in confronto di gran lunga più attraente. La prima consiste nell’assalto dell’ombra e nel confronto con temi inconsci quali la morte e la tristezza; il secondo è stato necessario guadagnarselo duramente, per così dire, attraverso un eccesso di stress (lavorativo).

In ultima analisi, non è la definizione a costituire il problema ma essa rappresenta un pericolo incombente qualora individui con aspetti da burnout relativamente innocui vengano ritratti come dei malati o, sull’opposto versante, una depressione manifesta venga minimizzata nei termini di un burnout o di una patologia attualmente in voga. Ulrich Hegerl, professore di psichiatria a Lipsia, mette in guardia dal fornire i tipici consigli utili per i pazienti affetti da tale sindrome - quali il prendersi pause più lunghe o incrementare i tempi del sonno - a soggetti depressi che al contrario potrebbero riscontrare dei peggioramenti. Un altro pericolo subentra laddove la nascente “industria del burnout” si precipiti sui casi meno preoccupanti e poco bisognosi di trattamento, non lasciando più spazio terapeutico ai soggetti cronicamente depressi - una circostanza di cui si osservano già i segnali.

Sarebbe dunque opportuno se ci convertissimo alla definizione di burnout, già solo per amore della sensibilità dei pazienti, ma tenendo bene a mente - per amore della loro salute - che si tratta di (una forma di) depressione. L’opzione più semplice è parlare in linea generale di infarto deH’anima, con la sottile suddivisione in burnout e in depressione quali suoi stadi preliminari e in boreout quale variante del suo polo opposto, che si manifesta piuttosto a seguito di noia, di carenti pressioni e stimoli, e non per un eccesso di sollecitazioni.

Questo testo è estratto dal libro "L'Infarto dell'Anima".

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