L'Orto - Giardino di Gaia - Toby Hemenway
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L'Orto - Giardino di Gaia - Anteprima del libro di Toby Hemenway

Creare paesaggi ed ecosistemi domestici con la permacultura

Ecologia per giardinieri

Qualcosa stava rubando le riserve alimentari dei fratelli Bullock. Joe, Douglas e Sam Bui-si erano trasferiti nei primi anni Ottanta nelle isole San Juan, nello stato di Washington, e si erano messi al lavoro per creare una foresta commestibile. Avevano migliorato la qualità del suolo della loro proprietà e avevano piantato alberi da frutta, noci e noccioli e centinaia di altre specie, tutte intese ad aumentare la biodiversità e la rigogliosità di un terreno in precedenza coperto di arbusti e di grovigli di rovi. Dieci anni dopo, gli alberi di noce e i boschetti di bambù ombreggiavano i sentieri. Prugne, pesche, ciliegie e mele pendevano in ricchi festoni dai rami che si allargavano a ombrello, e ai piedi degli alberi c’erano fiori, frutti di bosco, piante commestibili e specie che migliorano la qualità del suolo distribuite in ogni centimetro di terra. I Bullock avevano realizzato un ecosistema auto-rigenerante che offriva nutrimento alle loro famiglie e alle persone in visita, forniva piantine da vivaio per la loro azienda di progettazione giardini e dava riparo alle specie vegetali e animali del luogo.

Un lato della proprietà confinava con una palude ripristinata qualche anno prima da un terreno coltivato abbandonato. Al margine della palude crescevano piante di tifa in fitti canneti. I germogli freschi della tifa sono un cibo selvatico prelibato, e per diverse primavere ed estati i fratelli li avevano raccolti, cucinati al vapore o saltati in padella come gradito complemento dei loro pasti. Un anno, però, non erano più riusciti a trovare germogli, ma solo steli maturi e coriacei. La loro fonte naturale di cibo si era esaurita, e i fratelli volevano scoprirne il motivo.

Un’ispezione ravvicinata della palude aveva rivelato che un animale non meglio identificato rosicchiava i teneri germogli in riva all’acqua. I ladri erano accurati: per i fratelli Bullock e le loro famiglie non rimaneva niente.

Presto il colpevole fu identificato: «Avevamo notato che man mano che il paesaggio palustre maturava e diventava più produttivo, la popolazione di topi muschiati aumentava in modo esponenziale», mi aveva rivelato Douglas Bullock. I fratelli avevano costruito aiuole che si estendevano fino alla palude, copiando un’idea degli antichi aztechi. Accatastando paglia e rami avevano creato penisole che dalla riva si protendevano come dita nell’acqua, le avevano coperte con fertile torba e avevano piantato in questo giardino autoirrigante aiuole dette chinampas, con piante commestibili e specie selvatiche. Gli animali locali, che già si godevano la nuova palude, avevano reagito al nuovo e più ricco habitat delle chinampas riproducendosi in maniera esplosiva. Le anatre, i martin pescatori, gli aironi e altri uccelli acquatici erano diventati numerosi, e i topi muschiati non erano da meno. «Improvvisamente la palude aveva assunto l’aspetto di un porto affaccendato, attraversato in lungo e in largo dalle scie dei topi muschiati», mi aveva raccontato Douglas. Intere flotte di topi muschiati scavavano gallerie nel ricco suolo lungo il margine della palude, e divoravano tutti i germogli di tifa. Gli esseri umani, meno destri in quell’habitat, non potevano competere con gli industriosi roditori.

I fratelli lamentavano la perdita del loro cibo selvatico, ma si rifiutavano di sterminare i colpevoli: «Anzitutto non intendevamo uccidere le specie animali che noi stessi avevamo attirato», mi aveva spiegato Douglas. «E poi, avremmo potuto sparare ai topi muschiati per intere settimane, ma loro avrebbero recuperato subito continuando a moltiplicarsi. L’habitat era troppo accogliente». Erano trascorse un paio di stagioni senza piatti a base di tifa. Poi, improvvisamente, i saporiti germogli erano riapparsi, e il “porto” in precedenza così animato era tornato più tranquillo. La popolazione di topi muschiati si era ridotta. Che cosa era successo?

«Erano arrivate le lontre», mi aveva spiegato Douglas. «I topi muschiati erano un’ottima nuova fonte di cibo. Da queste parti, non avevamo mai visto le lontre, prima. Presto si presentarono anche altre specie di predatori: aquile testabianca, falchi, civette. Erano loro a fare il repulisti». Invece di cercare invano di mettere trappole per catturare i topi muschiati in rapida crescita, i Bullock si erano messi alla finestra e avevano aspettato che fosse la natura a sbrigare il lavoro. I fratelli si erano limitati a fornire un habitat ricco e diversificato dove una vigorosa rete alimentare che includeva anche i predatori aveva potuto emergere e raddrizzare gli squilibri, nella fattispecie un’orda di insaziabili topi muschiati.

Tre principi ecologici

I Bullock hanno costruito un esempio superbo di giardinaggio ecologico, in cui gli esseri umani e le specie selvatiche possono mietere gli abbondanti frutti e vivere in armonia. Quanto accadde nella loro tenuta illustra diversi principi ecologici utili a chi pratica il giardinaggio. La sequenza tifa/topo muschiato/lontra è un buon punto di partenza per esaminare tre concetti importanti e correlati: la nicchia, la successione e la biodiversità. Comincerò da qui, e poi, nel corso del capitolo, fornirò esempi di altre idee ecologiche che possono aiutare a creare giardini sostenibili. I concetti che illustro nelle prossime pagine pongono le basi del giardino ecologico. Le tecniche e gli esempi presentati nel resto del libro si basano su questi princìpi della natura.

Trovare una nicchia

Decenni prima dell’arrivo dei Bullock, la parte situata più in basso della loro tenuta era una palude. Un contadino industrioso aveva costruito argini, prosciugato il terreno e fatto seccare l'inutile pantano” coltivandolo in modo intensivo per molti anni. I fratelli Bullock, con il loro orientamento ecologico, avevano compreso che le paludi, oltre a essere essenziali per l’acqua pulita e come habitat per la flora e la fauna, erano uno degli ecosistemi più produttivi del pianeta, e pullulavano di una quantità di animali e di piante superiore a qualsiasi azienda agricola. Avevano deciso di ripristinare la palude e avevano eliminato gli argini e i canali di scolo. L’acqua si era raccolta nel terreno posto in basso, e presto si era riformato l’habitat palustre.

Mentre il paesaggio originario riprendeva piede, i Bullock avevano trasportato nella tenuta un numero infinito di carichi di pacciame e stallatico sul loro camioncino ribaltabile che arrancava a fatica. Avevano anche prelevato la fertile torba della palude e l’avevano portata a riva arricchendo il terreno di materia organica e di sostanze nutritive. Nel giro di pochi anni, questo enorme aumento di fertilità si era rivelato estremamente proficuo. Non solo i Bullock potevano coltivare più varietà di piante rispetto al passato, ma anche le specie opportunistiche avevano potuto stabilirsi nell’habitat così valorizzato. La combinazione di acqua e terreno fertile era stata irresistibile.

Fra i primi nuovi inquilini c’erano state le piante di tifa. Probabilmente i loro semi erano stati trasportati nella palude ripristinata dagli uccelli acquatici, o forse erano rimasti dormienti nel suolo per anni, sperando in un ritorno del paesaggio palustre. In entrambi i casi, le piante di tifa avevano tratto vantaggio da quell’habitat maturo, e avevano industriosamente convertito la luce del sole, l’acqua e la torba in germogli in rapida crescita.

Ovunque ci sia della vegetazione fresca e tenera, c’è qualcuno pronto a consumarla: è una lezione che il giardiniere impara in fretta, quando i conigli selvatici, i topi campagnoli, i porcospini, i procioni e così via piombano sui suoi ortaggi. Lo si può considerare una sorta di orribile corollario dell’effetto “Campo dei sogni”: se lo si costruisce, ci sarà chi verrà a cercarvi il cibo. In termini ecologici, però, questo esemplifica la nicchia, ossia il ruolo di ogni organismo. Creando un habitat, i Bullock avevano offerto alla vita un’opportunità da sfruttare. Come se dovessero partecipare a un’audizione per la nuova parte in una commedia, gli organismi idonei a quel tipo di lavoro si erano presentati per occupare la nuova nicchia. Pensiamo alla nicchia come a una professione, e all’habitat come al luogo dove compiere quel particolare lavoro.

Via via che l’habitat diventa più vario, vi appaiono nuove nicchie. Spesso, predisporre un habitat innesca la creazione a cascata di nicchie, ed è precisamente quanto cerchiamo di fare nel giardino ecologico. La tenuta dei Bullock è un buon esempio di creazione a cascata di nicchie. Il fertile habitat aveva offerto una nicchia alla tifa, che poi era diventata una nuova fonte di cibo rapidamente sfruttata dal topo muschiato, un animale fatto su misura per cibarsi delle tenere pianticelle che crescono sull’acqua. L’opportunismo dei topi muschiati aveva portato alla loro ascesa e anche al loro declino: si erano felicemente pasciuti di tifa, ma quel porto solcato in lungo e in largo dai roditori era stato un richiamo per i predatori. Nelle isole San Juan, tuttora una riserva di natura selvaggia, le lontre trovavano riparo in qualche luogo nelle vicinanze. Il “tamtam” della natura è rapido ed efficace, ed erano passate solo una o due stagioni prima che le lontre fiutassero il potenziale bottino e si trasferissero nella palude. Esattamente come le piante di tifa, inizialmente poco numerose, si erano enormemente moltiplicate per poi essere divorate e sparire quasi del tutto, i topi muschiati avevano fatto la loro comparsa, erano aumentati rapidamente e avevano avuto un crollo in un ciclo che ora era interconnesso con quello della tifa e delle lontre.

Alla fine, sul terreno dei Bullock si è creata una forma di stabilità, che però di tanto in tanto tende a fluttuare quando l’una o l’altra specie prendono il sopravvento per poi essere nuovamente ridimensionate. Tuttavia, in un luogo in cui in precedenza non potevano sopravvivere né le piante di tifa, né il topo muschiato, né i predatori, ora prosperano tutte e tre queste specie perché i Bullock hanno predisposto un habitat e le sostanze nutritive del suolo. I fratelli hanno creato la situazione iniziale, e la natura ha fatto il resto. Invece di terra depauperata, ora i Bullock e i loro amici possono ammirare una palude verdeggiante popolata dalle specie più diverse, in cui le piante di tifa, i falaschi, i salici e i fiori selvatici frusciano al vento, dove maturano le more e altri frutti, e l’aria risuona dei versi degli uccelli acquatici e delle rane, e dove di tanto in tanto si possono intravedere le lontre e le aquile.

Giardinaggio in successione

In meno di un decennio, la proprietà dei fratelli Bullock si è trasformata da un campo incolto e pieno di rovi in una giovane foresta verdeggiante. Sulla palude, dove una volta i cespugli di more crescevano disordinatamente in inestricabili grovigli, ora i rami carichi di prugne e ciliegie si sporgono e proiettano la loro ombra chiazzata dal sole sui nasturzi dai fiori sgargianti. Gli alberi di noce adesso danno riparo a un boschetto di bambù, e le aiuole di ortaggi si snodano addentrandosi nei boschi. I fratelli hanno creato un ricco paesaggio in tempi brevi lavorando a fianco della natura, invece che contro di essa. Nel corso del libro alcune delle tecniche da loro utilizzate verranno gradualmente spiegate e illustrate, ma prima esamineremo una delle strategie generali che hanno guidato il loro lavoro: la successione accelerata.

Quando le piante cominciano a colonizzare la terra nuda - per esempio una fattoria abbandonata - ha inizio una progressione. Alcune specie di erbe annuali, di piantine e di fiori selvatici sono il primo tipo di flora ad arrivare e, per via della loro tendenza a una rapida colonizzazione, sono definite “piante pioniere”. Si tratta di piante che nel tempo si sono ben adattate a invadere il suolo nudo o smosso e ad ammantare di verde il vuoto vegetale. Le piante pioniere colmano questa carenza di flora e ridanno avvio ai cicli della vita. Noi tutti conosciamo la maggior parte di quest’orda di fulminee colonizzatrici come erbe infestanti: digitaria, dente di leone, acetosella, amaranto, piantaggine, cicoria, lattuga selvatica e molte altre ancora. I campi abbandonati e la terra fresca sono il loro ambiente, dove hanno un compito da svolgere: proteggere il suolo nudo dalle piogge erosive e trasportare le sostanze nutritive dagli strati profondi del terreno alla superficie, dove possono essere utilizzate. Queste piante pioniere dalla crescita rapida e dalla vita breve preservano e rigenerano la fertilità del terreno smosso.

Se queste erbe vengono lasciate dove sono, nel giro di poche stagioni le prime piante annuali a bassa crescita vengono accerchiate e soppiantate da una schiera di piante più alte, generalmente perenni. Nella metà settentrionale degli Stati Uniti queste piante comprendono faster, il camenerio, la verga d’oro, l’euforbia, le erbe perenni e molte altre ancora. Il fitto fogliame, gli steli ramificati e la diversa conformazione di queste erbe a stelo alto offrono più nicchie per gli insetti e gli uccelli che vi trovano riparo, vi si moltiplicano e se ne nutrono. La quantità di materia vivente, detta biomassa, aumenta via via che le sostanze nutritive e la luce del sole vengono assorbite e trasformate in steli robusti, folto fogliame e semi resistenti, che a loro volta diventano cibo per gli insetti e gli altri animali. In questo modo, la vita rapidamente prende piede sul terreno esposto. Dove prima gli elementi necessari alla vita erano confinati in un sottile strato superficiale di terriccio, ora queste sostanze nutritive abbondano in uno strato molto più spesso di vegetazione che pullula di animali in attività. La vita si costruisce i suoi ponteggi per riuscire a varcare nuovi territori.

La progressione da terra nuda alle erbe annuali a bassa crescita fino a quelle alte e perenni si chiama successione. Se non si intervenisse, nel giro di cinque-quindici anni il campo di erbe si coprirebbe di cespugli perenni. In presenza di sufficiente pioggia e fertilità, nell’arco di altri due o tre decenni i cespugli cederebbero il posto a una giovane foresta. Ovunque ci sia pioggia sufficiente, inesorabilmente la successione trasforma il paesaggio in una foresta.

Benché la successione sia un processo pressoché incontenibile, non è costantemente lineare. In qualunque stadio, il fuoco, il vento, il fulmine, l’aratro o altri disturbi possono riportarlo a una fase precedente. La maggior parte dei paesaggi è un mosaico di molti stadi di successione, in diverse scale. Anche in una comunità matura, giunta a uno stadio avanzato di successione, si annidano ancora, nascoste ai suoi margini, specie che risalgono a tutti gli stadi precedenti. Fattori di disturbo che vanno da un calamitoso incendio boschivo fino a un singolo albero abbattuto dal vento, permettono alle erbe pioniere o ai cespugli delle fasi intermedie di insinuarsi nuovamente nel sistema, facendone un paesaggio variegato di età e stadi diversi.

Come si collega tutto questo alla pratica del giardinaggio? I giardini e gli orti convenzionali imitano gli ecosistemi immaturi. Di solito sono dominati da piante delle prime fasi di successione: la maggior parte delle erbe, dei fiori e soprattutto degli ortaggi annuali è costituita da piante pioniere. Ciò significa che nel nostro amore per i prati all’inglese e per i giardini ordinati noi tutti cerchiamo di mantenere i nostri giardini in una fase iniziale dello sviluppo ecologico. La terra nuda e il suolo smosso di un orto o sotto ai cespugli ordinatamente coltivati sono come il canto di una sirena per le piante infestanti, che coprono alacremente il terreno esposto, estraggono le sostanze nutritive dal suolo minerale e dalle rocce sottostanti e preparano la scena per un ecosistema più maturo come una macchia di arbusti o una foresta. Nel disegno della natura, una distesa di sola erba ben annaffiata reclama a gran voce un’incursione di piantine e cespugli, o perlomeno uno sprazzo di biodiversità grazie alle erbe annuali dalla crescita rapida.

Possiamo usare la nostra conoscenza della successione per contribuire a risolvere i problemi dei nostri giardini. La maggior parte delle erbe infestanti è costituita da specie pioniere, le quali prosperano sulla terra smossa, nei luoghi esposti alla luce del sole e su terreni poco sviluppati. Il solo fatto di aver abbandonato il dissodamento come tecnica di giardinaggio ha ridotto enormemente il mio problema collegato alle erbe infestanti, poiché i semi, la cui sopravvivenza è legata al terreno smosso e alla luce, marcivano nel sottosuolo dove il sole e la coltivazione non potevano innescarne la crescita. Per la stessa ragione, uno strato di pacciame tende a bloccare la germinazione dei semi di queste erbe.

Aumentare la materia organica

Aumentare la materia organica del terreno è un’altra strategia per stroncare le erbe infestanti. Con mio grande disappunto, un carico di cosiddetta paglia si era rivelato pieno di frammenti vivi di campanelle (Ipomoea purpurea) che non avevo notato finché in due aiuole pacciamate con questo nocivo miscuglio non erano germogliate le indesiderate e familiari piantine. Due stagioni su tre di lunghi e faticosi scavi per estirpare gli infiniti intrichi di radici non avevano turbato le sgargianti campanelle. La pacciamatura profonda, e addirittura il pesante impiego di trucioli, erano riusciti solo a ritardare la loro esuberante eruzione alla luce del sole, e il loro rapido soffocare qualsiasi altra cosa io piantassi. È stato il momento in cui mi sono avvicinato di più all’idea di usare un diserbante. Poi, di lì a qualche anno, le campanelle erano diventate pallide e distribuite in modo irregolare, e nel giro di altri due anni erano scomparse, anche se non le avevo quasi più estirpate. Nel frattempo, dopo anni in cui avevo costantemente praticato la pacciamatura profonda, il terreno di quelle aiuole si era trasformato da argilla rossa in una ricca terra nera.

Ho in seguito appreso da più fonti che le campanelle e parecchie altre piante infestanti difficili da eliminare si indeboliscono nei terreni ben sviluppati, e preferiscono le giovani argille e le sabbie povere di materia organica. La successione riguarda il terreno nella stessa misura in cui riguarda le piante. Spesso, lo stadio di sviluppo del terreno influenza le specie che possono attecchirvi.

Un giardino è un sistema dinamico, non un’immutabile natura morta. Considerando i nostri paesaggi come ecosistemi dinamici, piuttosto che come insiemi statici di oggetti inerti, possiamo creare giardini che per loro stessa natura crescono seguendo direzioni e schemi sani. Questa prospettiva fa sì che possiamo delegare alla natura la maggior parte dei faticosi lavori di manutenzione dei nostri giardini.

Tenendo presente questo punto di vista, possiamo domandarci: quali tipi di ecosistemi contraddistinguono la maggior parte dei nostri giardini? Le risposte ci indicano il motivo per cui il giardinaggio è un lavoro così tedioso e senza fine. Un prato all’inglese orlato di fiori è il cugino ecologico di una prateria. L’altra disposizione più diffusa nei giardini delle zone residenziali, il tipico tappeto erboso costellato qua e là da alberi e cespugli imita la savana (mi colpiscono i sogni atavici che noi tutti mettiamo in atto quando creiamo questi paesaggi, che imitano quelli dell’infanzia della nostra specie nelle pianure africane).

Le praterie e le savane prosperano solo in determinate circostanze ambientali, che comprendono precipitazioni ridotte, intensa brucatura da parte degli animali e incendi frequenti. Dal momento che pochi abitanti delle zone residenziali incoraggiano l’inaridimento del terreno, l’incursione di mandrie di bisonti e gli incendi indomabili nel proprio giardino, le condizioni della maggior parte dei prati urbani non favoriscono la savana e la prateria. Che cosa succede dunque a questi infelici frammenti di ecosistemi? Una prateria o una savana che viene mantenuta esente da incendi, ben fertilizzata e irrorata a singhiozzo dai sibilanti impianti di irrigazione è spinta a evolversi in macchia e foresta. È questa la successione ecologica, onnipresente e implacabile.

Le erbe infestanti nei nostri prati all’inglese, e le piantine di acero nelle aiuole testimoniano il potere della successione. Da un punto di vista ecologico, il giardino suburbano standard vuole soltanto crescere. Comprendere questo principio fa sì che ci alleiamo con la potenza straordinaria della natura, invece di combatterla.

Un ecosistema immaturo come un prato richiede che investiamo tempo, energia e materiale per riportare indietro a forza le lancette dell’orologio ecologico, e manteniamo così il terreno allo stadio di prateria falciandolo ed estirpando le erbacce. Tuttavia, la natura - e l’irrigazione e i fertilizzanti degli esseri umani - porterà inesorabilmente avanti l’orologio di un altro battito, facendo spuntare piantine e alberelli e inondandoci con la sua fecondità. Con gli irrigatori a pioggia e con i fertilizzanti, schiacciamo l’acceleratore, ma con il dissodamento e lo sfoltimento pigiamo sul freno. Nessun sistema funziona bene con un regime schizofrenico di questo tipo.

I tipici prati urbani, e in larga misura anche gli orti e i giardini, soffrono di un’altra pecca ecologica: sono monocolture. Come abbiamo visto nel precedente capitolo, la natura fa affidamento sulla multifunzionalità e sulla ridondanza, e nessuna di queste due qualità è tipica di un prato da primo premio di fienarola.

Questo testo è estratto da libro "L'Orto - Giardino di Gaia".

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