La Cura del Perdono - Daniel Lumera
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La Cura del Perdono - Anteprima del libro di Daniel Lumera

Una nuova via per la felicità

Promesse e nuvole

«Vuoi che ti perdoni?»

«Sì.»

«Allora prometti.»

«Vuoi che prometta che non lo farò più?»

«No, voglio che tu mi faccia tre solenni promesse.»

«Così mi spaventi. Devo dire sì a scatola chiusa, senza sapere di cosa si tratta?»

«Sì. Questa è la condizione affinché la nostra relazione vada avanti. Accetti?»

«Sì.»

«Prometti di assumerti la totale responsabilità della tua vita?»

«Prometto.»

«Prometti di essere disponibile al cambiamento che verrà, di qualsiasi cambiamento si tratti?»

«Prometto.»

«Prometti di avere il coraggio di osare, scegliendo di vivere la vita che tu senti giusta per te e non quella che gli altri sentono giusta per te?»

«Prometto.»

«Se verrai meno a queste tre promesse, tradirai un patto non con me ma con te stesso.»

Vanno e vengono molte persone nella vita di ognuno di noi, e per qualcuna di loro non potremo fare assolutamente niente. Con alcune rincontro sarà breve, mentre con altre trascorreremo il resto dell'esistenza. In ogni caso, dovremo ricordare sempre che il nostro destino non ha bisogno della loro approvazione per essere compiuto.

Sono come nuvole: possiamo guardarle passare, assumere infinite forme, allontanarsi e poi svanire all'orizzonte. In questo scorrere ciò che resta di ogni incontro è un dono, che a volte cambia le loro vite e la nostra.

Perdonare è, nel suo significato essenziale, il puro atto del donare. Per donare. Senza ulteriori fini, senza nessuna logica di opportunità o convenienza o altro desiderio che non sia la liberazione che il donare in questo modo genera. Quando chiedo a qualcuno perché vuole perdonare o essere perdonato, le risposte sono più o meno sempre le stesse: per smettere di soffrire, per levarsi un peso dal cuore, per recuperare una relazione, per liberarsi dal senso di colpa, per essere più buono e giusto, per guarire. Rarissimi i casi in cui la risposta semplicemente è: per donare.

Perdonare non presuppone l'esistenza di una colpa

Perdonare non presuppone l'esistenza di una colpa, non è necessariamente legato alla sofferenza, non equivale a dimenticare o a rimuovere, non è un atto di superiorità intellettuale e non può essere incluso nella lista delle buone azioni dettate dalla morale religiosa o dal senso civico. Errore, vittima, colpevole, giudizio, riparazione, pentimento: chi associa il perdono a questi concetti e lo riconduce a degli stereotipi non ne coglie il vero significato.

Perdonare non rimanda necessariamente a qualcosa di condannabile. Spogliamolo di tutte queste implicazioni in modo da coglierne il valore essenziale, efficace e rivoluzionario, che conduce all'esperienza dell'unità: essere una cosa sola con la vita.

Se una persona vuole sinceramente comprendere cosa sia il perdono, innanzitutto deve dimenticare ciò che sa, pensa, suppone o gli è stato detto e insegnato al riguardo. Deve partire da zero. La mente deve essere sgombra da pregiudizi, dogmi religiosi o dottrine filosofiche: come un foglio bianco sul quale scrivere la più bella storia della propria vita.

Quando ho intrapreso il mio personale percorso nel mondo del perdono, ne ho trovato traccia in culture primitive: tra gli indios brasiliani, nelle Hawaii, sulle Ande, nella filosofia indovedica, nel giudaismo e nel cristianesimo. Ho sperimentato il perdono attraverso pratiche di quattromila anni fa e riscoperto ciò che si è perduto. L'arte del donare è antica quanto il mondo e si è modellata in mille forme, conservandone intimamente il valore originale ed essenziale, come un fiume sotterraneo che scava il suo passaggio nella roccia, ma alla fine emerge e sfocia inesorabilmente in mare.

Comprendere il perdono significa comprendere la vita poiché la vita è un dono e viene data per dono.

È possibile credere che questa concezione del perdono conosca un'ampia diffusione in tempi brevi? Oppure per ora è destinata a pochi cuori? È una sfida che vale la pena affrontare. Il perdono mi ha insegnato che siamo condannati alla felicità. Dobbiamo solo smettere di resisterle. Non è difficile cogliere e sperimentare gli effetti del perdono sulla salute, il benessere, la qualità della vita, le relazioni e l'evoluzione individuale e collettiva.

La capacità di saper donare inizia dal coraggio di fare tre promesse:

  • Prometto di assumermi la totale responsabilità della mia vita

La parola «responsabilità» richiama solitamente una sensazione di gravità, di serietà e di ponderosità. Quando ho chiesto a Matteo, un bambino di sette anni, cosa suscitasse in lui questa parola mi ha risposto: «È qualcosa che ci fa preoccupare. Lo so perché il papà dice che è la persona più responsabile della famiglia, ed è sempre preoccupato». In inglese il termine è responsibility. Se ci soffermiamo sul suo significato, scopriamo che è una sintesi di ability to respond, cioè la capacità di dare una risposta. Innanzitutto a se stessi. E per dare una risposta a noi stessi dobbiamo far emergere dal nostro profondo le domande e i bisogni interiori più autentici. Perciò prometto di essere responsabile.

  • Prometto di essere disponibile al cambiamento

In qualsiasi forma si presenti, prometto di accoglierlo. Ogni volta che ci si aggrappa alle esperienze, dolorose o piacevoli, si finisce per soffrire. Così come un grande amore rischia di diventare possesso, un grande dolore senza liberazione causerà ancora più sofferenza. Essere disponibili al cambiamento significa non avvinghiarsi alle cose, alle persone e alle situazioni, e accogliere positivamente le trasformazioni che nella vita bisogna affrontare.

  • Prometto di avere il coraggio di osare, scegliendo di vivere la vita che io sento giusta per me e non quella che gli altri sentono giusta per me

Perdonare è imparare ad ascoltare la voce del nostro spirito e avere il coraggio di seguirla indipendentemente da ciò che le persone pensano, credono o vogliono per noi. Senza paura di deludere, di essere giudicati o di fallire. Osare significa riconoscere i propri talenti ed essere capaci di esprimerli e realizzarli.

Coraggio

In un carcere minorile, chiesi a Vincenzo - educatore impegnato ad aiutare i ragazzi che «deviano» e i familiari che soffrono - che cosa pensasse del perdono. Mi rispose così: «C'è una storia che mi ha cambiato radicalmente. Una mattina in carcere si avvicinò una donna che mi sfiorò la mano. Non lo nascondeva: aveva bisogno di sostegno e di affetto. Capii subito che non era con la mano ma con il cuore che mi stava toccando. L'avevo vista poco prima parlare con un ragazzo. Le chiesi se fosse suo figlio. "No, non lo è. Ne avevo uno e lui me lo ha ucciso." Era andata in quel carcere per incontrare chi le aveva procurato il dolore più grande della sua vita. "Io e mio marito ci siamo informati. Non ha genitori e quando uscirà da qui tornerà nello stesso ambiente che lo ha educato all'odio. Ho trascorso molte notti insonne pensando a quante altre madri poteva toccare la stessa tragedia. Poi ne ho parlato con mio marito e abbiamo deciso di aiutarlo e di venire a trovarlo finché rimarrà in carcere. Quando riacquisterà la libertà, vorremmo tenerlo con noi e adottarlo. Un nuovo figlio." Molto, molto di più di quello che comunemente si intende per perdono. "Ma è cristiana?" le domandai alla fine. "Lei crede che il perdono e l'amore per gli altri siano prerogativa di una religione? Io sono una donna, mio marito un uomo. Tanto basta."».

«Essere umani» (uomini o donne) è anche ascoltarsi, vincere paure, angosce e impulsi, quasi sempre dettati dall'istinto; è andare oltre se stessi. Oltre la paura di quanto grande possa essere la nostra capacità di amare e di trovare attraverso gli altri la parte migliore di noi. Siamo così abituati a sentirci separati dalle cose, dalle persone, dalle situazioni, che ci sembra normale il modo in cui viviamo e ci relazioniamo, e quasi mai riusciamo a liberare ciò che teniamo costretto e rinchiuso dentro di noi. Avere il coraggio di farlo è assolutamente conforme alla natura dell'essere umano. Avere il coraggio di seguire se stessi oltre se stessi è la vera rivoluzione che dovrebbe accadere dentro ognuno di noi.

Viviamo in una società nella quale comportamenti «deviati», sempre più diffusi, sono diventati modelli di vita condivisi e apprezzati: il più forte riesce a imporsi comunque; non c'è nulla di male a barare pur di ottenere ciò che si vuole; conviene pensare solo a se stessi; se si può schiacciare gli altri, non si esita a farlo. In un simile modello di società il perdono è considerato una debolezza.

Avere coraggio è diventata l'eccezione, ma non equivale a essere temerari di fronte al pericolo. In latino corhabere significa «avere cuore». Sentire, pensare, parlare, agire attraverso il cuore.

L'amore spinge costantemente ad andare oltre i propri limiti

L'amore spinge costantemente ad andare oltre i propri limiti: non si ama se non si è disposti a rivoluzionare modi di essere e di fare; a mettere in discussione e, se necessario, far crollare anche le più radicate convinzioni e certezze. Quasi sempre si ha la presunzione di reagire al dolore impartendo dolore, di correggere l'errore attraverso l'errore. Per liberarsi bisogna, invece, liberare, per essere amati si deve capire come amare, fino ad arrivare a un atto fuori dalle logiche comuni e che può sembrare estremo: augurarsi sinceramente il bene e la realizzazione di colui che consideriamo il più grande nemico, trasformandolo in un alleato.

La libertà inizia prima di tutto dentro di noi, quando crolla ogni pretesa di ostilità. Un atto forte, che infrange codici scritti e consuetudini secolari, che può apparire illogico, irrazionale, assurdo, quando invece è una risorsa unica.

Il perdono libera dai fantasmi del passato e dalle preoccupazioni per il futuro, permettendo di focalizzarsi sull'importanza di ogni istante: perché solo nell'istante si può realmente cambiare. È qui, in questo momento, che possiamo trovare il coraggio di liberarci dall'odio, dal dolore, dal risentimento, dalla paura. È in questo presente che abbiamo la possibilità di aderire alle dinamiche dell'amore.

Questo testo è estratto dal libro "La Cura del Perdono".

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