La Cura Naturale dei Tuoi Occhi - Capitolo 1
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La Cura Naturale dei Tuoi Occhi - Capitolo 1

La mia guarigione dalla cecità

La Cura Naturale dei Tuoi Occhi - Capitolo 1

Capitolo 1
La mia guarigione dalla cecità

Sono nato nell’Unione Sovietica stalinista. Mio padre era coinvolto in affari illegali per la stampa di fotografie per le chiese, attività che lo esponeva al rischio di essere deportato in Siberia. Inoltre, entrambi i miei genitori erano sordi. I miei nonni paterni erano contrari all’arrivo di un bambino in famiglia. All’inizio fu il nonno che si accorse che c’era qualcosa che non andava nei miei occhi. Dopo una visita medica, si scoprì che ero nato con la cataratta, disturbo che colpisce molte persone in età avanzata, ma che in rarissimi casi si presenta alla nascita. Ero in sostanza nato cieco.

Alla ricerca di una vita migliore per tutti noi, la mia famiglia decise di emigrare dall’Unione Sovietica per stabilirsi nel nuovo Stato di Israele. Durante questo periodo ho subìto cinque interventi chirurgici agli occhi. Il primo, fatto in Polonia mentre eravamo sulla strada per l’Europa occidentale, non ebbe successo.

Le altre quattro operazioni, tutte eseguite in Israele, hanno formato un tessuto cicatriziale che ha coperto il 99% dei miei cristallini, impedendo alla luce di passarvi attraverso. Come risultato mi hanno redatto un certificato, e tutte le persone che facevano parte della mia vita si sono rassegnate all’idea che non sarei mai stato in grado di vedere.

Sono cresciuto leggendo in Braille, anche se seguivo una scuola tradizionale per bambini normovedenti. A causa di questa situazione, ho vissuto momenti di solitudine. Che cosa fai se sei cieco, circondato da persone normali e vedenti, e i tuoi genitori comunicano principalmente con il linguaggio dei segni che tu non puoi vedere?

Mio padre, che era molto interessato all’attualità, mi chiedeva spesso di ascoltare la radio e spiegargli che cosa stesse succedendo nel mondo. Mi faceva ascoltare le notizie e poi me le faceva ripetere, e all’inizio questo mi confondeva. Non capivo perché mi alzasse sempre la testa mentre cercavo di raccontargli quello che avevo sentito. Solo più tardi compresi che lo faceva perché cercava di leggere il mio labiale. Ma come avrei potuto sapere che leggere dalle labbra fosse così importante quando non potevo neanche vedere le labbra muoversi? Questa drammatica commedia mi coinvolse fin dai primi giorni di vita. Ero immerso nella confusione, frustrazione e conflitti emozionali, ma stavo anche imparando che c’erano molti modi di superare le sfide che le persone si trovano di fronte.

La mia guarigione dalla cecità Fig. 1

Figura 1.1.
Mio padre Abraham, mia madre Eda e io all’età di 5 anni;
guardo ma non vedo quasi niente.

Mi era palese che i miei genitori mi amassero, ma la nostra vita era segnata da paura e insicurezza. Siamo fuggiti dalla repressione dell’Unione Sovietica e siamo arrivati nel giovane Stato di Israele straziato dalla guerra. A causa della sordità, i miei genitori non furono in grado di imparare la lingua ebraica, così diversa dal russo che parlavano prima. In più, i miei nonni materni persero tutti i soldi che si erano portati dall’Unione Sovietica in un investimento sbagliato. Nonostante tutto, mia nonna credeva fermamente in me e trovò molti modi per aiutarmi. Mi stette accanto in ospedale dopo le operazioni, quando ero traumatizzato e impaurito nel sentire gli altri bambini piangere.

Altri membri della mia famiglia pensavano che avrei dovuto dipendere dai servizi sociali. Sebbene non disdegnassi chiedere soldi alla mia famiglia, per qualche ragione inconscia, la cui origine compresi più tardi, non mi piaceva pretenderli dallo Stato. Per una persona che riceve denaro dall’assistenza pubblica, come accade a molti disabili, è molto facile avere una bassa autostima; succede automaticamente, che piaccia o no. Ma quando non ci si affida a quel tipo di aiuto, la stima in se stessi diventa più forte, e si viene spinti a diventare autosufficienti.

La mia guarigione dalla cecità Fig. 21

Figura 1.2.
Certificato di cecità rilasciato dallo Stato di Israele che mi dichiara permanentemente cieco.

Ero determinato a non essere stigmatizzato come cieco, come bisognoso e suscitante pietà. Questa semplice decisione fu l’inizio del mio cambiamento, e senza di essa non sarei mai arrivato dove sono. Come risposta alla mancanza di sicurezza e alle incertezze che riempivano la mia giovane vita, sviluppai un fermo senso del dovere. Gli altri bambini spesso non volevano giocare con me. Le ragazze non volevano ballare con me alle feste. Qualche volta mi sentivo solo, ma compresi che la scelta tra essere depresso o felice dipendeva da me.

Così mi sono rifugiato nei miei testi in Braille. Con i libri mi ritagliavo un mondo diverso, e leggevo per ore fino a finirli. Quando mia madre diceva: «È ora di dormire», nascondevo i libri sotto le coperte. Sebbene le pareti fossero sottili, appena ero certo che non mi potesse sentire, li tiravo fuori e continuavo a leggere.

Quando altri volumi in Braille arrivavano alla posta, ero smanioso di andarli a ritirare. I libri erano enormi. Ero uno spettacolo da vedere: un bambino esile che portava un grande zaino scolastico sulle spalle, una macchina per scrivere Braille stretta sotto un braccio e una borsa di libri Braille sotto l’altro. Più di una volta la macchina per scrivere mi cadde rompendosi, e bisognò farla aggiustare. Mio padre si lamentava del costo della riparazione e io mi sentivo in colpa per averla fatta cadere.

Lentamente, i miei muscoli si rafforzarono. Molti passanti, vedendomi, pensavano che sollevassi e portassi troppi pesi ma tutto quel trasportare formò, in molti modi, il mio carattere. Mi immaginavo che un giorno qualcosa mi avrebbe liberato della mia cecità, e mi comportavo di conseguenza. Passavo di dottore in dottore, andandoci da solo.

La mia guarigione dalla cecità Fig. 3

Figura 1.3.
In terza media ero il più veloce lettore Braille d’Israele.

Dovetti lottare contro il rancore degli altri bambini a scuola che pensavano avessi troppi privilegi. Erano risentiti perché dovevano spiegarmi quello che c’era scritto sulla lavagna. Ed ero d’accordo con loro! Volevo riuscire a vedere la lavagna con i miei occhi. Volevo studiare in modo indipendente. Ho avuto persino insegnanti che mi trattavano male perché ritenevano che io non mi comportassi appropriatamente. Credevano che un bambino cieco dovesse comportarsi in modo sottomesso e passivo. E io sottomesso e passivo non sono mai stato e, probabilmente, non lo sarò mai.

Volevo liberarmi disperatamente della mia condizione ma tutti i medici mi dicevano che non c’era alcunché da fare, che la cecità sarebbe stata la mia vita e che la mia vista non sarebbe mai stata più dello 0,5% senza occhiali, e non più del 4-5% con gli occhiali. Mi dissero che avrei dovuto accettare la vista che avevo ed esserne contento. Erano parole gentili, ma con me non funzionarono.

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