La Felicità del Meno - Prefazione di Michela Marzano
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La Felicità del Meno - Prefazione di Michela Marzano

La Felicità del Meno - Prefazione di Michela Marzano

Prefazione
di Michela Marzano

Che cos’è oggi la felicità? A giudicare dal numero di libri pubblicati negli ultimi anni e dal successo dei dibattiti organizzati sul tema, sono in molti a chiederselo. È anzi uno degli argomenti che appassiona maggiormente. Forse perché, pur non sapendo esattamente cosa sia, nessuno ha intenzione di rinunciarvi.

Tutti desiderano essere felici, eppure l’oggetto del desiderio resta più che mai opaco. Non è più come all’epoca di Platone, quando la felicità non aveva misteri: era la conseguenza necessaria di una vita buona, cioè spesa alla ricerca di saggezza e virtù. Come essere felici, infatti, se il significato stesso del termine «virtù» è poco chiaro? Se anche la soluzione epicurea - un uomo è felice quando riesce a soddisfare i propri bisogni naturali e necessari - non sembra più convincere nessuno?

Le nozioni di virtù e di natura sono ormai divenute problematiche. Da un lato, ognuno ha una concezione personale del bene, che non coincide quasi mai con quel la del vicino di casa. Dall’altro, i progressi della medicina e della tecnica hanno frantumato il concetto classico di natura: il mondo contemporaneo è il regno della natura «artificiale». E non è tutto. Perché il vuoto lasciato dal crollo delle grandi utopie politiche del secolo scorso è stato progressivamente riempito da un nuovo imperativo categorico: sii felice e approfitta dei piaceri della vita! Ma che cosa vuol dire «essere felici» quando la felicità, anziché un’aspirazione individuale, è un dovere collettivo?

Una società che si nutre di discorsi troppo volontaristici, e che ogni giorno celebra il trionfo delle terapie brevi capaci di educare alla fiducia in se stessi e al «pensare positivo», rischia di far credere alle persone che, se non sono felici, in fondo, è colpa loro. Con questo non voglio dire che non si possa fare nulla per essere felici. Come spiega il filosofo Yves Michaud, siamo tutti responsabili delle nostre scelte e, sebbene la felicità non dipenda esclusivamente da noi, spetta al singolo scegliere come affrontare le gioie e i dolori che la vita riserva.

Esistono molte cose che, in fondo, non dipendono da noi, e la felicità consiste talvolta proprio nel lasciarsi andare accogliendo le proprie fragilità e fratture. Anche semplicemente perché nessuno di noi può «essere» o «avere» tutto. C’è sempre qualcosa che ci manca, che vorremmo, che non avremo mai. C’è sempre un ideale da raggiungere, uno scopo da realizzare, una persona che ci delude. E anche se «l’astuzia della ragione», come direbbe Hegel, consiste nel farci credere di sapere sempre e comunque ciò che vogliamo, esiste in realtà un’opacità strutturale del nostro desiderio che ci rende insoddisfatti. Cresciamo, maturiamo, invecchiamo. Ma prima o poi la maschera che ci siamo costruiti cade. E allora ci rendiamo conto che, forse, non siamo veramente chi pensavamo di essere. Anzi, è a forza di agire «come se» la fragilità non esistesse, che ci perdiamo per strada un pezzetto di noi stessi. L’essere umano non è mai una semplice «somma di competenze» più o meno sviluppate. E quelle che, da un punto di vista sociale, vengono considerate «riuscite», sono molto spesso «fallimenti ritardati», come spiegava il filosofo francese Georges Canguilhem. A cosa serve allora tutto quello che si ottiene, talvolta a caro prezzo, se poi un giorno ci accorgiamo che la nostra vita è altrove, che abbiamo fatto di tutto per costruirci un «falso sé», come direbbe lo psicoanalista inglese Donald Winnicott, e che nel frattempo abbiamo dimenticato chi siamo e cosa desideriamo?

A volte proprio nel momento in cui ci fermiamo un istante e cerchiamo di entrare in contatto con noi stessi comprendiamo come le nostre fragilità possano diventare un punto di forza. Perché ci aiutano a crescere e a cambiare. Perché ci rivelano qualcosa di noi che per tanto tempo, a torto, abbiamo fatto di tutto per ignorare. E se la nostra verità fosse proprio lì, in quell’imperfezione che ci portiamo dentro e che cerchiamo a ogni costo di negare? E se fosse solo nell’attimo in cui rinunciamo alla felicità che possiamo poi vivere serenamente?

Mi ricordo come fosse ieri il giorno in cui, arrivata dalla mia psicanalista più triste del solito, le dissi che non ce la facevo più, che le cose non andavano meglio, che ce la mettevo tutta, ma veramente tutta, però nulla stava cambiando. «Cosa posso fare di più di quello che faccio per essere più serena?» le chiesi accomodandomi sulla sedia, perché quel giorno avevo deciso di non stendermi sul lettino; quel giorno volevo una risposta, quel giorno non mi sarei accontentata del suo silenzio.

«Non ha mai pensato che forse il problema è proprio qui, nel voler sempre fare di più? E se la soluzione fosse nel fare di meno? Se la soluzione fosse quella di lasciarsi andare?» mi rispose, facendomi rimanere di sasso. Cosa voleva dire? Che senso poteva mai avere il «fare di meno»? «Meno» rispetto a cosa? E la felicità? Non bisogna lottare per conquistarla?

Da allora sono passati molti anni. E ormai l’analisi è finita. Non perché abbia risolto ogni problema, non è questo lo scopo della psicanalisi. Chi la pratica (o l’ha praticata) sa bene che alla fine di un percorso non si trovano risposte alle mille domande che ci si pone. Sa perfettamente che i misteri restano, e l’unica cosa che si riesce a ottenere è «convivere con la propria sofferenza», consapevoli di non poterla mai eliminare del tutto. La psicanalisi non spiega quasi niente. Aiuta solo a venire a patti con i propri demoni e, talvolta, a evitare i «passaggi all’atto». La parola si libera. E allora prende il posto delle azioni. Ma bisogna volerlo e lasciarsi aiutare. Bisogna accettare di fare questo viaggio all’interno di se stessi e comprendere che tante cose non le si capiranno mai. «L’Io non è padrone in casa sua», affermava Freud. «Io penso laddove non sono e sono laddove non penso», aggiungeva sulla sua scia un altro celebre psicanalista, il francese Jacques Lacan.

Una cosa almeno, dopo tanti anni, mi è finalmente chiara: aveva ragione la mia analista nel dirmi di «fare di meno» e di smetterla di voler controllare tutto. «Fare di meno» per permettere al desiderio di sorgere. «Fare di meno» per rendersi conto che solo quando riusciamo a fare spazio al «vuoto» che ci portiamo dentro siamo poi in grado di identificare il punto fermo su cui appoggiarsi, ovvero la certezza di esistere ed essere importanti a prescindere da quello che gli altri pensano, dicono, vogliono. Quel nocciolo duro che è poi l’inizio e la fine della serenità.

Certo, viviamo in un’epoca in cui niente sembra farci più paura del «vuoto». Ecco perché siamo disposti a qualunque cosa pur di non sentirlo. Con frenesia e accanimento. Anche quando corriamo il rischio di smarrirci e di perdere di vista il senso della nostra vita.

Tutto, tranne il vuoto! Tutto, tranne quel terrore di scivolare nell’abisso, nella frattura che si squarcia in noi all’improvviso e potrebbe risucchiarci. Senza renderci conto che è proprio quel vuoto che talvolta sentiamo sorgere in noi a permetterci di vivere e di creare, di trasformarci e di desiderare. Perché, se fossimo veramente «pieni», non avremmo più bisogno di niente. E ci sentiremmo soddisfatti di un eterno presente, senza più speranza e senza più futuro.

In una lettera al fratello Paul, Camille Claudel scrisse un giorno che c’era sempre «qualcosa di assente» che la perseguitava. Riuscendo così, in poche parole, a darci una delle più belle definizioni della condizione umana. Chi di noi, d’altronde, non è mai perseguitato dall’assenza di qualcosa o di qualcuno? Chi di noi potrebbe affermare con certezza di «avere tutto» e di «essere tutto»?

Il vuoto è un segno d’umanità. È la traccia tangibile della nostra vulnerabilità e dei nostri limiti. Di quel desiderio che ci portiamo dentro e ci spinge a incontrare gli altri, ad avere progetti e a fare di tutto per realizzarli. Forse è per questo che non lo si potrà mai colmare completamente. E l’unica cosa che l’essere umano può fare per imparare a convivere con il vuoto che si porta dentro è cercare di «attraversarlo» insieme a un’altra persona. Anche lei consapevole delle proprie mancanze e delle proprie fratture.

Il vuoto ci accompagna. Ed è solo quando la smettiamo di combatterlo che può diventare un luogo fertile: una piega in cui l’anima si rifugia per generarsi e trovare nuove energie; una frattura da cui scaturiscono il pensiero e la scrittura, anche semplicemente per trovare le parole giuste per nominare quello che ci manca e che ci mancherà per sempre. Un sorriso. Una carezza. Un figlio. Tutto quello che non si ha ma si vorrebbe avere. Nonostante si abbia già tanto.

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