La Malattia Sana - Jader Tolja
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La Malattia Sana - Anteprima del libro di Jader Tolja

Perchè le malattie vengono ed eventualmente se ne vanno

La malattia dal punto di vista del corpo

Sulla malattia e sulla guarigione si è scritto molto, anche perché sono esperienze che, in un modo o nell’altro, abbiamo vissuto tutti.

Può invece essere interessante provare a guardare la malattia dal suo punto di vista: quello del corpo, diverso da quello della nostra mente.

La differenza tra l’adattare il piede alla scarpa e l’adattare la scarpa al piede.

Proviamo a riflettere su questo tema partendo da un oggetto.

LA SCARPA

Una scarpa molto diversa dalle altre, perché segue la forma del piede invece di obbligare il piede a prendere la forma della scarpa. Vedendo una calzatura di questo genere ci accorgiamo subito che il nostro modo di fare le scarpe è basato su un’idea e non sulla realtà del nostro piede.

Se ci pensiamo, questa calzatura rappresenta per la moda una rivoluzione copernicana. Questa metafora sorge spontanea, perché prima di Copernico si vedeva l’universo con la terra al centro e il sole che le girava intorno e non secondo la posizione reale dei pianeti rispetto al sole.

Così, al di là del suo impiego reale, quando arriva sul mercato una scarpa di questo genere, improvvisamente prendiamo coscienza del fatto che per una vita abbiamo costretto il piede ad assumere la forma di un triangolo con la punta davanti e la base dietro, quando in realtà il piede assomiglia semmai di più a un triangolo con la punta dietro e la base davanti. Ed è interessante realizzare che per una vita abbiamo imposto una sistematica violenza al nostro corpo senza farci caso. Infatti, finché non scopriamo la possibilità di capovolgere la prospettiva adattando la scarpa al piede invece che il piede alla scarpa, non ci rendiamo conto che nella realtà abbiamo sempre fatto ai nostri piedi un’operazione sostanzialmente analoga a quella praticata in passato dalle donne cinesi, che deformavano «volutamente » i propri piedi con stretti bendaggi e altre costrizioni per adeguarli ai canoni estetici dell’epoca.

Adattare il corpo alla mente o la mente al corpo

Se osserviamo il piede di una persona che non ha mai usato scarpe, notiamo che è molto più largo del nostro, e a forma di ventaglio. Ed è così perché il piede serve a dare stabilità. Per lo stesso motivo non avremo mai una lampada con una base a punta, perché sarebbe assolutamente instabile.

Il piede è un’opera di ingegneria che ha richiesto milioni di anni per raggiungere una forma che consideri tutte le linee di forza che salgono e scendono dal corpo, una forma che dia una certa stabilità, statica e dinamica, grazie a una geniale integrazione tra forza e flessibilità.

Per capire meglio le linee di forza basta togliersi una scarpa e la calza e osservare la forma del piede: ci sono due linee di forza che scendono lungo la tibia, una va a finire nel quinto dito, l’altra nell’alluce. Queste linee di forza che si aprono creano grande stabilità e allo stesso tempo grande mobilità. Una persona può tranquillamente stare in equilibrio su un piede solo, perché appoggia su una struttura triangolare che è stabile proprio perché ha un’apertura a ventaglio.

Costringendo il piede dentro una forma innaturale, queste linee di forza vengono ostacolate e spezzate, in pratica si perde la stabilità fisica, ma perdendo la stabilità fisica si perde anche la stabilità mentale e la stabilità emotiva.

Noi infatti non abbiamo una mente sradicata dal corpo, ma una mente che fondamentalmente è l’espressione di come siamo fisicamente, e un corpo che è l’espressione di come siamo mentalmente.

Volendo fare qualche esempio, per quanto grossolano, potremmo dire che corpi ben integrati sono allo stesso tempo espressione e causa di caratteri sinceri e diretti, corpi fluidi e sinuosi di caratteri sensuali, colonne vertebrali rigide di caratteri rigidi, corpi muscolosi di caratteri propensi all’azione, corpi piatti, asciutti e allungati di una intensa attività cerebrale.

Analogamente, la nostra sicurezza o insicurezza, la nostra stabilità o instabilità psichica, sono la diretta espressione della nostra stabilità e sicurezza fisica. Quando compromettiamo la nostra stabilità e sicurezza fisica, stiamo compromettendo anche la nostra sicurezza e la nostra stabilità emotiva. E se è possibile compensare questa condizione con un’immagine grandiosa di noi stessi, la sicurezza che ne deriva sarà sempre accompagnata da una forma di rigidità e, di conseguenza, di fragilità.

Questo meccanismo di inversione potrebbe non limitarsi alle scarpe, ma potrebbe verificarsi in altri aspetti della vita, potrebbe ad esempio riguardare il modo in cui guardiamo alla nostra salute. Generalmente consideriamo la salute dal punto di vista delle nostre aspettative su noi stessi. Se abbiamo un po’ di tosse, un’influenza passeggera o una leggera irritazione dei bronchi, possiamo vedere questi malesseri dal punto di vista della mente - che probabilmente li considera insopportabili e inspiegabili -, oppure dal punto di vista del corpo. In un caso noteremmo alcuni aspetti, nel secondo altri. Semplicemente cambiando prospettiva, la situazione acquista un significato diverso.

È molto diffusa l’abitudine di vedere quello che fa il corpo come qualcosa che per principio è sbagliato, come se noi sapessimo molto meglio di lui quello che deve avvenire. E un po’ come la vicenda delle scarpe: noi riteniamo di sapere molto meglio del corpo che forma debba avere un piede. Quindi riteniamo di dover cambiare il nostro piede, e non il modo di fare le scarpe.

Possiamo fare considerazioni analoghe a quelle della relazione tra scarpa e piede anche nel campo della salute?

Spesso, quando guardiamo la nostra salute dal punto di vista della mente, certe manifestazioni ci sembrano assoluta-mente inspiegabili. Perché arriva una malattia? Che senso ha? Una persona si pensa lavoratore efficiente, e poi arriva un’influenza che le impedisce di andare a lavorare, oppure pensa di essere coerente e attendibile, e invece l’influenza la costringe a non poter onorare gli impegni che ha preso.

In questi casi la mente vorrà eliminare tutto quello che il corpo esprime, perché non rientra nella scarpa stretta della sua identità. Ma se questa persona, per usare la nostra metafora, guarda il corpo dal punto di vista del piede, cioè dal punto di vista del suo Sé profondo, di quello che essa è veramente, forse può scoprire che dietro a una banale influenza ci può essere, ad esempio, l’esigenza di occuparsi di altri aspetti di sé, come ad esempio la propria vulnerabilità. Magari c’è il bisogno di non onorare un impegno preso, perché se ne è fatta carico in un momento di sopravvalutazione delle proprie forze, o del proprio interesse, o delle proprie capacità di adempiere al compito assunto. Quindi, un’influenza può esprimere la necessità di onorare anche l’aspetto vulnerabile, che ha dei bisogni, e non solo l’aspetto indipendente, non solo l’aspetto coerente, non solo l’aspetto « impegnato », con cui ci si identifica più facilmente.

Oggi si sa molto di più sul perché il corpo produce i sintomi caratteristici dell’influenza, e molto si potrebbe dire sulla funzione fisiologica e psicologica di tale affezione o sull’opportunità o meno di somministrare antinfluenzali, ma ciò che ci interessa in questo contesto è solo il fatto che la prospettiva cambia spostando il punto di vista. L’approccio che invece prevale in molti campi - abbiamo visto quello della salute, della moda, ma potremmo esplorarne altri — è di partire dal presupposto che quello che non corrisponde alle nostre aspettative sia sbagliato e che quindi vada cambiato.

Vampate « prive di senso»

Tempo fa una cliente mi chiedeva se le potessi suggerire un rimedio contro le vampate, le cosiddette « scalmane», caratteristiche della menopausa. Partiva dalla convinzione che fossero qualcosa di sbagliato e perciò da eliminare.

Anche se al momento in cui questa persona aveva posto il problema non ero ancora al corrente di nessuna spiegazione razionale del motivo per cui il corpo della maggior parte delle donne a una certa età, in una certa fase ormonale, producesse sintomi del genere, mi rifiutavo tuttavia di partire dall’ipotesi che le vampate fossero un fenomeno sbagliato. Pur senza escludere che ci potesse essere qualcosa che non andasse bene, mi piaceva non accettare il presupposto che fosse alcunché di errato, e che dovesse per forza essere cambiato, soltanto perché stava accadendo qualche cosa di diverso rispetto a prima. Come diceva anche Aristotele, « la natura non fa nulla di inutile », per cui mi sembrava strano che il corpo della maggior parte delle donne a una certa età impazzisse facendo cose assolutamente prive di senso.

In fondo, prendere dei farmaci, che siano terapie sostitutive di tipo ormonale, oppure rimedi naturali - come ad esempio i fitoestrogeni della soia e altre sostanze naturali, che imitano l’effetto degli estrogeni somministrati per via farmacologica —, ha lo stesso significato. Lo scopo di entrambi è infatti intervenire su ciò che sta accadendo.

Con questa persona siamo perciò arrivati a condividere l’idea che si potesse considerare una qualche funzione delle vampate, anche senza necessariamente capirne il perché.

Qualche tempo dopo mi è capitato di leggere in un testo di due studiosi americani* di antropologia medica un’ipotesi basata sulle ricerche che stavano facendo sul tema. La loro ipotesi partiva dal fatto che attraverso le mestruazioni vengono eliminate tossine, che cioè ogni ventotto giorni il corpo della donna attua una sorta di salasso con cui si ripulisce del carico tossinico. Ancor più di recente è stato pubblicato un altro studio* che ha rilevato a livello statistico una percentuale di tumori al seno proporzionalmente minore nelle persone che hanno avuto le vampate più intense.

Il salasso e le sanguisughe erano ritenuti fino a non molto tempo fa il rimedio forse più efficace a disposizione dei medici. In realtà la medicina ha sempre avuto delle grandi capacità diagnostiche. Quando si va da un medico, difficilmente se ne esce senza una bella diagnosi, e lo stesso accade in psichiatria. Ma molto difficilmente, in campo medico e psichiatrico, questo basta a risolvere i nostri problemi.

La salute di un corpo è anche in relazione all’equilibrio tra la produzione di tossine e la loro eliminazione, e l’invecchiamento in questo caso potrebbe essere descritto come un aumento della ritenzione di tossine rispetto alla loro eliminazione. Quanto meno riusciamo a bilanciare la produzione di tossine con la loro eliminazione, tanto più il corpo invecchia (e viceversa).

Quest’equilibrio viene mantenuto ad esempio attraverso la funzione depurativa di reni, intestino e sudorazione. Ma la donna, rispetto all’uomo, ha il vantaggio di poter utilizzare per l’eliminazione tossinica anche il meccanismo mestruale.

L’ipotesi dei ricercatori americani era che la donna, nel momento in cui non dispone più del meccanismo di eliminazione delle mestruazioni/salasso per ripulire il sangue, sopperisca a questa mancanza con un altro meccanismo: l’aumento della sudorazione. In quale misura lo faccia dipende dalle condizioni in cui si trova. Quanto più è presente un accumulo di tossine - perché condizioni emotive stressanti ne aumentano la produzione e ne riducono l’eliminazione —, tanto più c’è la necessità di alimentare il meccanismo della sudorazione, per compensare questa funzione attraverso una via diversa.

Se questo fosse vero, le donne soggette a vampate che si sottoponessero a saune o bagni turchi dovrebbero almeno in teoria avere meno bisogno di questo meccanismo. Questa ipotesi sembra essere stata confermata dalla ricerca degli studiosi citati: nelle persone che facevano questi trattamenti, sia la frequenza delle vampate che la loro intensità erano diminuite.

E difficile stabilire la correttezza o meno di tale ipotesi. Ma, indipendentemente dal fatto che questa interpretazione sia giusta o sbagliata, ciò che è interessante e raro è il fatto che i due ricercatori, forse perché esperti di antropologia a indirizzo medico e non di medicina, non siano partiti dal presupposto che quello che accadeva fosse sbagliato - che è invece il modo in cui noi generalmente ci poniamo rispetto a tutto quello che viene dal corpo —, ma dall’ipotesi opposta: se dopo milioni di anni di raffinamento genetico il corpo trova conveniente farlo, ci deve pur essere qualcosa di sensato, cioè di funzionale.

Quello che pensiamo di essere e quello che siamo

Proviamo a capire come mai il corpo in un certo momento produce determinati sintomi.

Iniziamo la riflessione con l’immaginare un uomo e una donna, che per convenzione chiameremo Antonio e Liliana. Aggiungiamo tre caratteristiche che vengono apprezzate negli uomini, tre aggettivi che potrebbero ben definire il carattere di Antonio: duro, coerente, allegro. E tre aggettivi che definiscano un carattere molto apprezzabile per una donna come Liliana: responsabile, saggia, generosa.

Perciò, da una parte abbiamo Antonio, che gli amici e i famigliari considerano duro, coerente e allegro, e dall’altra Liliana, responsabile, saggia e generosa. E molto verosimile che persone con queste caratteristiche risultino molto apprezzate e abbiano parecchie probabilità di avere successo sociale.

Le definizioni che abbiamo appena elencato sono in realtà come la scarpa a punta. Sono una definizione di noi stessi che risulta per alcuni versi conveniente, popolare e molto attraente dal punto di vista mentale, ma che forse non corrisponde integralmente a noi stessi.

Quello che noi a livello mentale crediamo di essere, vogliamo essere, cerchiamo di essere, in psicanalisi viene definito Io. E questo Io può credere di essere, cercare di essere, voler essere e fare di tutto per essere duro, coerente, allegro, o responsabile, saggio, generoso.

Ma il corpo non funziona così. Nel corpo - che corrisponde a quello che in psicanalisi viene indicato come Sé, o anima,* che è quindi la nostra natura più reale e profonda - per ogni aspetto esiste anche il suo complementare. Per sopravvivere abbiamo bisogno di saper essere attivi, ma anche di saperci riposare, perché se no ci esauriremmo; di essere attenti, ma anche di saperci distrarre, perché se no rimarremmo esclusi da tutto il resto; di saperci prendere delle responsabilità, ma anche di saperle lasciare ad altri, perché se no ne finiremmo schiacciati; di essere forti, ma anche vulnerabili, perché se no non potremmo provare empatia e gli altri potrebbero solo temerci e non amarci; di essere indipendenti, ma anche dipendenti, perché se no finiremmo per isolarci.

Il corpo non è frutto di un momento storico o culturale o di una famiglia particolare, ma è stato elaborato in milioni di anni: per la natura non sarebbe una buona idea seguire i dettami culturali del momento o i valori famigliari, e quindi preferisce dotare una persona di tutte le caratteristiche. Per ogni aspetto della personalità deve essere pertanto presente anche il suo opposto, in modo che ci sia un equilibrio.

Così come una persona per spiccare un salto verso l’alto ha bisogno prima di piegarsi verso il basso per caricarsi, e di fare altrettanto dopo il salto per attutire l’impatto, analogamente la nostra psiche per poter dare con generosità ha bisogno di poter prima, e dopo, ricevere adeguatamente.

Per essere forti è necessario percepire la propria fragilità e vulnerabilità ed essere in contatto con la propria umiltà, mentre un comportamento presuntuoso e arrogante è segno di debolezza. Per poter provare gioia profonda è necessario essere in grado di provare profondo dolore, per cui, chi si innamora della prima qualità cercando di evitare quest’ultima, sviluppa in realtà un comportamento garrulo, cioè di allegria superficiale e poco radicata.

Per poter amare veramente, una persona deve poter sentire di essere anche in grado di distruggere, dentro di sé e a livello metaforico si intende, l’oggetto del proprio amore, perché se non lo può distruggere lo teme, e non si può amare ciò di cui abbiamo estremo bisogno o paura. Quando eravamo spaventati dalla forza della natura, abbiamo sentito il desiderio, come razza umana, di distruggerla (e non si può dire che non ci siamo riusciti) ed è stato soprattutto allora che sono nati movimenti ecologici motivati da un profondo amore per essa. Analogamente, una persona che idealizza l’amato, ne teme talmente la perdita, o gli umori, e ne ha un tale bisogno emotivo da rendersi dipendente da lui e da non avere più la serenità di base per poterlo amare. C’è attaccamento, non amore.

Quando questa persona si accorgerà di essere in grado di ferire l’altro, di poterne ridimensionare l’immagine e diminuire il ruolo che costui occupa nella sua vita, di poterne anche fare a meno, solo allora potrà provare un sentimento di affetto e non di bisogno, cioè di amore e non di innamoramento.

Per cui se con un atteggiamento ingenuo si può pensare di essere solo responsabili, saggi e generosi, per il nostro inconscio non è possibile prescindere da quelle che sono le caratteristiche complementari, speculari, di questi aspetti. Quando guardiamo le persone per quello che sono, constatiamo che non sono solo responsabili, sagge, generose. Certo, possono costringersi a esserlo, possono infilarsi in questa « scarpa stretta», ma in realtà, e per fortuna, sono molto di più.

Pensiamo a una persona soltanto assennata, che quindi non può fare qualcosa di inaspettato, qualcosa fuori dagli schemi, che non può permettersi di commettere errori. Gran parte dei progressi che avvengono nella scienza e in altri campi sono dovuti a errori, perché sbagliando ci si ritrova in percorsi inaspettati che portano a nuove scoperte, mentre un percorso previsto porta generalmente a risultati prevedibili. E una persona solo saggia ha meno chance di fare errori e di compiere nuove esperienze e scoperte, che potrebbero rivelarsi significative per il suo percorso di vita.

La disobbedienza, la creatività, gli errori

La disobbedienza, la creatività, gli errori servono quindi a esplorare altri aspetti di noi stessi che non potremmo vedere se rimanessimo sempre costretti nella scarpa stretta della saggezza. Perché in alcuni momenti noi siamo saggi, ed è utile esserlo, ma in altri momenti no. In alcuni momenti quello che siamo, o facciamo, o diciamo, può piacere, in altri momenti può risultare scomodo alla famiglia, agli amici, al datore di lavoro o altro. Rimanere imprigionati in un cliché è pericoloso, perché limita noi stessi e gli altri, ed è penalizzante per la nostra vera natura.

Se una persona fosse soltanto generosa, sarebbe come un negozio, una banca o una famiglia da cui escono più soldi di quelli che entrano. Fallirebbe subito. Analogamente fallirebbe un organismo, una persona, se nella realtà, e non solo nella maschera sociale, fosse generosa e non avesse anche il suo aspetto complementare. Per poter dare bisogna saper prendere, per cui nella realtà è impossibile essere esclusivamente egoisti, o esclusivamente generosi, perché ci sarebbe uno squilibrio, con conseguente fallimento della persona.

Fallimento per un organismo può significare morte, e dietro la morte prematura di molte persone c’è proprio questo meccanismo, cioè la fantasia di poter dare più di quanto si riceve. Probabilmente ricorderete anche voi qualche persona squisita che se ne è andata prima del tempo.

Si può essere generosi con alcune persone, e alcune volte, ma non con tutti, e sempre. In certe culture, ad esempio, la generosità estrema nel privato viene compensata dall’utilizzo di denaro pubblico, cioè si usa denaro di altre persone che non appartengono alla famiglia o al proprio ambiente. Così ad esempio il funzionario corrotto che, generosissimo con i propri cari, regala loro soldi, case e macchine, in realtà li prende dalle tasche degli altri contribuenti. Perché alla fine il bilancio delle entrate e delle uscite deve essere in equilibrio.

Questo testo è estratto dal libro "La Malattia Sana".

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