La Radice dell’Uomo - Massimo Izzi - Estratto
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La Radice dell’Uomo - Anteprima del libro di Massimo Izzi

Il nome e i nomi

Il nome e i nomi

A una prima valutazione puramente razionalistica, viene da pensare che il linguaggio, e ancor più i nomi degli oggetti o degli esseri animati, siano una semplice convenzione tra gli uomini; che cioè non ci sia alcun rapporto di necessità o, quanto meno, di consequenzialità tra il vocabolo che designa qualcosa e quel qualcosa stesso. In quest’ottica, le differenti lingue dei popoli rappresentano una inutile complicazione che sarebbe possibile azzerare imponendo una convenzione nuova e universale. Proprio sulla base di questo concetto si sviluppò l’idea dell’esperanto e la tendenza tipicamente colonialista di voler imporre la lingua di maggior diffusione e la cultura dominante alle minoranze etniche o ai popoli indigeni, favorendone di conseguenza l’estinzione. Esiste una maniera completamente opposta di vedere le cose: quella che potremmo chiamare la visione mistico-esoterica del mondo. In questa prospettiva il nome è consustanziale con l’oggetto descritto, il quale può chiamarsi soltanto in quel modo, poiché esistono dei rapporti tra l’oggetto e i suoi significati simbolici che ne orientano il nome. Per i fautori di questa corrente di pensiero, che possiamo definire tradizionale, lo studio delle etimologie (che esse siano poi scientificamente comprovate o basate su semplici assonanze analogiche importa poco) è di primaria importanza, poiché attraverso di esse possono svelarsi i significati reconditi e occulti delle cose del mondo.

Ambedue queste visioni sono, è ovvio, delle forzature. È indubbio che in una qualche misura il linguaggio rappresenti una convenzione, ma è altrettanto vero che si tratta di una convenzione basata su una rete di legami simbolici esistenti, in una determinata area culturale, tra gli oggetti e certi contenuti ideali, sociali, psicologici o mistici che essi sono stati designati a trasmettere. Ad ogni modo, è chiaro che il primo atteggiamento non ci offre alcuno strumento critico o di conoscenza sulle credenze e le convinzioni della cultura cui si riferisce. Se, quando furono dati i nomi alle cose, al posto di albero si fosse potuto dire anche Giuseppe o spinterogeno, è evidente che nessun lume ci potrebbe venire dall’analizzare il nome albero, né in relazione all’oggetto stesso, né alla maniera in cui era percepito da coloro che lo nominarono; peraltro una simile visione superficiale è completamente astratta e relativamente recente.

Nell’antichità, invece, imperava un’ottica assai più simile alla seconda, ed è proprio in quest’ultima che conviene calarsi per studiare un qualsiasi elemento, poiché, anche ammettendo che i nomi siano una semplice e gratuita convenzione sociale, per coloro che li hanno inventati essi avevano anche una controparte occulta, una necessità di esprimere un intrinseco contenuto simbolico. È necessario dunque addentrarsi nei complessi meandri delle etimologie simboliche, confrontandole poi con i dati più moderni in proposito, per avere una visione complessiva della maniera in cui un determinato oggetto o evento è stato “vissuto” dalle culture umane che lo hanno usato. Proprio per questo ho deciso di dedicare il Capitolo 1 di questo libro a un argomento che potrebbe sembrare di arida pedanteria, perché attraverso i vari nomi dati nel tempo e nello spazio alla mandragora è possibile comprendere sempre meglio il significato delle variopinte leggende che essa ha incarnato, chiarendo anche alcuni dei problemi che alle volte presenta la traduzione da lingue antiche. Da un’analisi delle etimologie antiche (mistico-esoteriche) e moderne (scientifiche) si potrà avvalorare, ad esempio, la traduzione del biblico dudà ’im con “mandragora” (per l’esattezza “mandragore”, poiché si tratta di un plurale; si veda Dennis 2007, p. 162), mentre dovremo respingere, per ragioni più significative di quelle semplicemente botaniche, la confusione che spesso si fa tra la mandragora e il ginseng cinese.

Cominciamo quindi dal principio, e cioè dal nome stesso mandragora, che suona pressoché identico anche in latino e greco. Nella storia delle interpretazioni di questo nome si trova di tutto un po’.su una rete di legami simbolici esistenti, in una determinata area culturale, tra gli oggetti e certi contenuti ideali, sociali, psicologici o mistici che essi sono stati designati a trasmettere. Ad ogni modo, è chiaro che il primo atteggiamento non ci offre alcuno strumento critico o di conoscenza sulle credenze e le convinzioni della cultura cui si riferisce. Se, quando furono dati i nomi alle cose, al posto di albero si fosse potuto dire anche Giuseppe o spinterogeno, è evidente che nessun lume ci potrebbe venire dall’analizzare il nome albero, né in relazione all’oggetto stesso, né alla maniera in cui era percepito da coloro che lo nominarono; peraltro una simile visione superficiale è completamente astratta e relativamente recente.

Nell’antichità

Nell’antichità, invece, imperava un’ottica assai più simile alla seconda, ed è proprio in quest’ultima che conviene calarsi per studiare un qualsiasi elemento, poiché, anche ammettendo che i nomi siano una semplice e gratuita convenzione sociale, per coloro che li hanno inventati essi avevano anche una controparte occulta, una necessità di esprimere un intrinseco contenuto simbolico. È necessario dunque addentrarsi nei complessi meandri delle etimologie simboliche, confrontandole poi con i dati più moderni in proposito, per avere una visione complessiva della maniera in cui un determinato oggetto o evento è stato “vissuto” dalle culture umane che lo hanno usato. Proprio per questo ho deciso di dedicare il Capitolo 1 di questo libro a un argomento che potrebbe sembrare di arida pedanteria, perché attraverso i vari nomi dati nel tempo e nello spazio alla mandragora è possibile comprendere sempre meglio il significato delle variopinte leggende che essa ha incarnato, chiarendo anche alcuni dei problemi che alle volte presenta la traduzione da lingue antiche. Da un’analisi delle etimologie antiche (mistico-esoteriche) e moderne (scientifiche) si potrà avvalorare, ad esempio, la traduzione del biblico dudà ’im con “mandragora” (per l’esattezza “mandragore”, poiché si tratta di un plurale; si veda Dennis 2007, p. 162), mentre dovremo respingere, per ragioni più significative di quelle semplicemente botaniche, la confusione che spesso si fa tra la mandragora e il ginseng cinese.

Cominciamo quindi dal principio, e cioè dal nome stesso mandragora, che suona pressoché identico anche in latino e greco. Nella storia delle interpretazioni di questo nome si trova di tutto un po’.

Isidoro di Siviglia (560-636 d.C.), che dedica un’intera enciclopedia in venti libri (Etymologiarum sive Originum libri XX) a illustrare tutta la natura attraverso i significati occulti dei nomi, ci dice che “la mandragora si chiama così per l’odore soave del suo frutto”, (XVII, 9, 30), richiamandosi senza dubbio al passo del Cantico dei Cantici (7, 14) in cui si parla delle mandragore (dudà’ìm) che esalano il loro profumo. Nel 1638 il farmacista francese Laurent Catelan, nel suo Rare et curieux discours de la piante appellee mandragore (1638, p. 3), afferma che per i tedeschi il vocabolo deriverebbe da manndragen nel loro idioma medievale, “da Man, cioè ‘uomo’, e dragen [oggi tragen] per dire ‘figuram homini gerens’, che rappresenta o porta figura d’uomo”, alludendo quindi alla forma antropomorfa della radice.

Meno di un secolo più tardi il botanico Nicolas Lémery nel suo Dictionnaire, ou Traité Universel des Drogues Simples (Paris 1760) pensa invece che il nome derivi dal greco mandra (pavdpa), ovvero la stalla ricavata in una grotta, poiché, riferisce, “si crede che le prime mandragore furono trovate vicino a delle stalle o caverne dove si tengono chiusi i maiali in campagna” (p. 466). Secondo una ulteriore etimologia il nome si potrebbe far risalire al sanscrito, da un radicale mand, che significa “sonno” e agora, “materia” o “sostanza”, col significato di “droga che induce al sonno” e con riferimento alle sua qualità anestetiche, che esamineremo in seguito; oppure dal radicale sanscrito mad (“inebriare”) e gar (“consumere”, “bere”) nel senso di bevanda inebriante (Toro, 2014, p. 17, ma prima di lui Pierini 1999, pp. 86-87). Più fantasiosa ancora è l’ipotesi di Jean Baptiste de La Curne de Sainte Palaye (1697-1781) che ritiene che il vocabolo derivi da mandara, nel senso di “cielo”, “paradiso” e che quindi, per traslato, indichi l’albero del Paradiso (si riparlerà di questa ipotesi nei capitoli successivi). Il Littré, invece, ricorre a un parallelo con una non meglio identificata divinità dell’Asia Minore, forse un antico dio del fuoco di nome Mandroso Mandra (Perrot-Guillame 1872, p. 289; Bouquet 1936, p. 103). Bisogna segnalare anche l’ipotesi fatta da Laufer (1917, pp. 22-30), secondo cui la parola mandragora potrebbe derivare dal sanscrito mandàraka, col quale viene nominata anche un’altra pianta, la Datura alba o Datura stramonium, sempre appartenente alla famiglia delle solanacee. Non mi pare infine il caso di commentare delle “etimologie” più recenti, basate, un po’ come faceva nel VII secolo Isidoro di Siviglia (ma lui possiamo perdonarlo, data la veneranda età!), su assonanze attuali, che certamente non potevano esistere quando la parola mandragora fu usata le prime volte: così quella proposta da Charles Godfrey Leland secondo cui il termine in questione deriverebbe dall’italiano “mano” e “drago”, in ragione del fatto che certe radici potevano assomigliare alla zampa di un drago! (Pierini 1999, p. 14); o quella secondo cui la forma attuale del nome in inglese, mandrake, deriverebbe dall’inglese stesso man, ossia “uomo”, e drake, cioè “drago”, nel senso di uomo-drago! Secondo costoro quindi Plinio, Dioscoride, Teofrasto e compagni conoscevano già l’italiano e l’inglese!

In Francia, nel Medioevo

In Francia, nel Medioevo, tanto per complicare un po’ le cose, si venne a creare una confusione tra due vocaboli simili, ma riferiti a oggetti diversi, che è necessario chiarire. Nel francese medievale il nome della mandragora era soggetto a diverse varianti fonetiche, innescatesi anche dall’incrocio con l’italiano antico mandragola. La pianta veniva chiamata infatti indifferentemente mandaglore, man-degorre o mandagloire, era quindi quasi inevitabile la confusione con la main de gorre o main de gioire degli stregoni. Ma che cosa era una main de gioirei Era la mano di un impiccato che veniva tagliata al suo legittimo e forzatamente consenziente proprietario alla mezzanotte di un venerdì. Se ne piegavano poi le dita a pugno sulla palma e la si immergeva in un vaso di rame nuovo di zecca, nel quale era stato messo del salnitro, della limatura di zinco e il midollo contenuto nella spina dorsale di un gatto. Si accendeva quindi sotto il vaso un fuoco con una manciata di felce ben secca e un po’ di verbena appena colta. Dopo poco la mano appariva completamente mummificata. Allora si inseriva nel pugno chiuso una candela, fatta di cera vergine e di grasso umano (l’ideale era quello dell’impiccato stesso, ma in mancanza ci si poteva arrangiare con grasso di neonato, purché, ovviamente, morto senza battesimo). A questo punto tutto era pronto: con questa simpatica torcia si sarebbero potute scoprire facilmente grandi ricchezze, poiché aveva la particolarità di bruciare con sempre maggiore vigore mano a mano che ci si avvicinava al luogo dove si trovava un tesoro e, una volta giunti sopra, si spengeva brusca mente (un po’ come nel gioco in cui si indica con “acqua” o “fuoco” la minore o maggiore vicinanza di un giocatore alla meta prefissata). Secondo il Petit Albert la mano aveva anche un altro tipo di utilizzo. In un paragrafo si legge: “Della main de gioire si servivano i furfanti per entrare nelle case, di notte, senza impedimenti”, riuscendo facilmente nel loro scopo perché “l’uso della main de gioire era di imbambolate e rendere immobili quelli cui la si presentava, così che non potevano muoversi più che se fossero morti” (Bersez 1995, pp. 17-18). E facile notare che anche se i due oggetti, la mandragora e la main de gioire, sono ben differenti, tuttavia la loro assonanza, unita con un qualche rapporto con gli impiccati (di cui parleremo nel dettaglio più avanti), con la virtù di svelare il posto in cui si celano tesori nascosti (ancorché non fondamentale nel caso della radice) e con il potere anestetizzante, ha potuto ingenerare una certa facilità di confusione tra loro (Dubost 1991, pp. 358-360).

Ma torniamo alle etimologie. Oggi si è concordi nel ritenere che il termine “mandragora” derivi dal cario, attraverso il persiano mardum-già (o mardum giyah), l’erba dell’uomo, e che quindi alluda semplicemente all’aspetto antropomorfico della radice; ci si ricollega così all’interpretazione fantasiosa, da un punto di vista etimologico, ma simbolicamente esatta, del bravo Laurent Catelan (Rahner 1971, p. 251). Peraltro già Dioscoride (I secolo d.C.), attribuendo l’epiteto a Pitagora (ma forse solo per dare una patina di antico alle sue affermazioni) la chiama anthropomorphon {De materia medica, IV, LXXVI: de Mandragora; il testo completo in greco è riportato anche da Starck 1917, pp. 83-84); e il contemporaneo latino Columella, nel De re rustica (X, 19, 20) la definisce semihomo, affermando che essa nasce e identifica con la sua presenza il terreno più adatto alla coltivazione degli orti “benché partorisca il mezzo-uomo, l’erba selvaggia, eccitante, che dicono mandragora”. L’epiteto anthropomorphon viene ripreso anche da Isidoro di Siviglia, nel luogo citato poco sopra, e questo solo fatto, per l’enorme diffusione che l’enciclopedia di Isidoro avrà in tutto il Medioevo cristiano, basta a garantire la popolarità di questo motivo mitico e il suo tramandarsi fino alle epoche più recenti.

Abbiamo già visto che i Persiani chiamavano il nostro vegetale mardumgià, l’erba dell’uomo; ma essi lo chiamavano anche mihrgiyah, pianta del l’amore (Zarcone 2004), il che conferma la credenze nelle (presunte) qualità afrodisiache attribuite alla pianta, come vedremo meglio nel prossimo capitolo; o ebrewi ssanam (abroussanam), “faccia di idolo”, riferendosi sempre alla medesima apparenza estetica umanoide: “I Persiani chiamano così la Mandragora a causa del fatto che la radice somiglia ad un idolo o figura umana, che i Persiani, come gli Arabi, chiamano sanam (Herbelot 1776, pp. 15-16 e 36; Thompson 1968, pp. 20-21). In Siria veniva chiamato jebruah, “gli occorre la vita”, un po’ l’equivalente del nostro “gli manca solo la parola”. Gli Arabi la chiamano iabruah o iabrugo yabruhim, analoghi e derivanti dal persiano abrou e dal siriano jebruah., oppure anche abouruhr, ovvero “colui che ha la vita”, tutti nomi probabilmente imparentati con l’arameo yawruah, che significa “quello che espelle”, con riferimanto alla proprietà di cacciare i demoni (Le Quebec 2003-2004, p. 86); ma è chiamata anche asterenk o siterenk, “viso” o “sopracciglio d’uomo” (Herbelot 1776, p. 131). Ancora oggi in Turchia viene chiamata adamkókii, “la radice dell’uomo”. Sono tutti nomi che si riferiscono alla medesima (presunta) caratteristica estetica: l’aspetto antropomorfo della mandragora, o meglio, della sua radice. Una citazione veramente curiosa della nostra pianta la fa M.P.S. Pallas nei suoi Voyages en différentesprovinces de l’empire de Russie (Paris, Lagrange 1788), che dice di aver trovato addirittura in Russia le piante di mandragora nelle montagne calcaree nella zona di Arzamas, a circa 400 chilometri a est di Mosca: “La mandragora è più rimarchevole delle piante delle foreste montagnose che sono vicine ad Arsamas. Io ho visto una sua radice da un ciarlatano della zona, che la chiamava adamova solova, testa di Adamo. Se ne servono in medicina e le attribuiscono le più grandi virtù” (Ivi, Voi. I, pp. 73-74). Vedremo in un successivo capitolo le metamorfosi della pianta in una sorta di homunculus dall’immenso potere; per ora è sufficiente sottolineare la localizzazione, assai insolita, della radice, e il suo nome, che, ancora una volta, rimanda al presunto antropomorfismo.

Ma c’è anche un’altra particolarità, evidenziata dagli autori antichi, che ne richiama la somiglianza con gli esseri umani, anche quando questa non sia espressamente dichiarata nella denominazione. Esistono infatti, si diceva, mandragore maschili e femminili o, come dicono gli inglesi nwradrakes e womanàxak&s. Tuttavia, nell’antichità la mandragora non è stato l’unico vegetale a cui è stato riconosciuto un presunto dimorfismo sessuale: esistono altre piante che, specialmente negli erbari più antichi, presentano due forme differenti, indicate come forma maschile e femminile della stessa pianta (si veda ad esempio Sprague 1939, pp. 31-32, Abrotonum). Questo dimorfismo sessuale, che è stato spesso oggetto di gustose interpretazioni iconografiche, corrisponde in effetti alla esistenza di due specie botaniche distinte, la Mandragora officinarum e la Mandragora autumnalis. La differenza delle due varietà era perfettamente nota fin dall’antichità, e si era immaginato che a una tale diversità dei caratteri esterni e aerei della pianta dovesse corrispondere una ancor più sostanziale differenza della radice, che era il fulcro, il nucleo significante di tutto il vegetale. Pertanto, dal momento che la radice era assimilabile a un essere umano, niente era più logico e coerente che individuare in essa la più sostanziale ed evidente differenziazione nell’ambito del genere umano: quella dei sessi. Teofrasto, Dioscoride e Plinio, anche quando non mettono esplicitamente l’accento sull’antropomorfismo, vi si riferiscono implicitamente con sottili discriminazioni e differenze tra le due varietà di mandragora. Nascono così dei nuovi nomi: morion o moros per quella maschile e thridasias o mala canina per quella femminile.

Questo testo è estratto dal libro "La Radice dell’Uomo".

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