La storia di Anita Moorjani
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La storia di Anita Moorjani

MORENDO HO RITROVATO ME STESSA Viaggio dal cancro, alla premorte alla guarigione
Di Anita Moorjani

Con uno stile fresco e narrativo, Anita racconta della sua infanzia complicata nel contesto multiculturale in cui è cresciuta e che offriva credenze differenti (e spesso in contraddizione tra loro). La mancata integrazione tra indiani ed espatriati britannici a Hong Kong, lo stato di subordinazione della donna all’interno della famiglia indiana contro il quale Anita ha sempre lottato (pur provando un profondo senso di colpa per la sua inadeguatezza) e il desiderio di libertà e di esperienze negato da una cultura che relegava la donna al ruolo di moglie e madre sono alcuni temi centrali attorno a cui ruota la Prima Parte del libro.

Ecco direttamente dalle parole di Anita, il suo racconto sulle conseguenze della rottura del fidanzamento con un giovane indiano, a cui aveva acconsentito solo per far contenti i genitori e uniformarsi alla sua cultura:

“Ferire gli altri per via della mia decisione mi faceva stare malissimo, e quando sentii ciò che la  gente diceva di me, ebbi paura per il mio futuro. Ripetevano che non ero abbastanza addomesticata, che ero contaminata e che i miei genitori non mi avevano educata in modo adeguato. Inoltre, avere in testa tutti quei progetti per una donna, significava avere un’opinione troppo elevata di sé. Mi sentii orribile e triste. Non volevo più socializzare con nessuno nella nostra cultura. Mi rammaricavo per tutto quello che avevo fatto, dal fidanzarmi al rompere la promessa, per aver ferito il mio fidanzato e la sua famiglia, per aver ferito la mia famiglia, per non essere abbastanza addomesticata, per non essere abbastanza indiana. In effetti mi affliggevo per ogni aspetto della mia personalità.”

Anita spiega come tutto questo l'abbia plasmata, fomentando le paure che successivamente si sono manifestate sotto forma di malattia, fino ad arrivare agli anni da adulta con la discesa agli inferi del cancro.

L'esperienza di premorte

Nella Seconda Parte, Anita affronta il tema della premorte: qual è stata la sua esperienza, ciò che ha capito in quel momento e cosa è successo dopo. Essere guarita dal cancro e lavorare per trovare il suo nuovo posto nel mondo è stato un viaggio sorprendente, difficile ed eccitante!

Nel 2002 le viene diagnosticato un linfoma:

“Il dottore fu molto gentile e delicato nel comunicarci la notizia: ‘Hai un linfoma, una forma di cancro del sistema linfatico.’ Ma nell’istante in cui colsi la parola cancro, non sentii altro di quello che stava dicendo. La sua voce mi arrivava come se fossi sott’acqua. I miei occhi guardarono altrove e si fermarono sulla vista che offriva la finestra dello studio. Fuori, niente era cambiato: il sole continuava il suo viaggio, declinando lentamente dietro il porto; i grattacieli splendevano in cangianti sfumature di arancione e ambra; e la gente se ne andava per la sua strada tra le risate e la gioia dell’happy hour. Tuttavia, conoscere la verità su ciò che stava accadendo nel mio corpo aveva cambiato all’improvviso il mio mondo.”

Anita cerca disperatamente di guarire e studia ogni possibile soluzione, dalla medicina convenzionale e alternativa alle tecniche energetiche, alla meditazione e all’alimentazione.
Ma dopo quattro anni la sentenza di morte non sembra avere appello. Anita viene trasportata d’urgenza in ospedale, ormai in fin di vita.

“Mentre venivo portata in ospedale, il mondo circostante iniziò a sembrarmi surreale e onirico, e mi sentivo scivolare sempre più lontano dalla mia coscienza. Arrivai all’ospedale in coma, solo per scoprire che i medici erano sconfortanti, se non completamente pessimisti, nella loro valutazione delle mie possibilità.”

I medici sono scettici, ma Anita è presente (almeno in spirito): sente tutto e sa anche cose che non dovrebbe sapere, come racconterà in seguito, al risveglio.

“Sapevo quando entrava qualcuno per visitarmi, di chi si trattava e che cosa faceva. Sebbene avessi gli occhi chiusi, ero pienamente consapevole di ogni piccolo dettaglio che avveniva attorno e dietro di me. Le mie percezioni erano amplificate, molto più acute che se fossi stata sveglia e in grado di usare i cinque sensi. Sapevo e capivo tutto, non solo quello che stava succedendo attorno a me, ma anche quello che gli altri provavano, come se fossi in grado di vedere e di sentire le emozioni che attraversavano le persone. Ero in grado di percepire le loro paure, la loro disperazione e la rassegnazione davanti alla mia situazione.”

Anita ha la sensazione di espandersi e diventare ogni cosa, ogni persona. È tutto, ma allo stesso tempo è staccata da tutto, in uno stato trascendentale che la porta oltre le soglie della morte, nella dimensione eterna dell’Aldilà.

“Non era esattamente come se mi trovassi fisicamente altrove; piuttosto parlerei di un risveglio. Forse, alla fine, mi ero ripresa da un brutto sogno. La mia anima finalmente si rendeva conto della sua bellezza! E nel farlo, si espandeva oltre il corpo e il mondo materiale, fino ad abbracciare non solo l’esistenza presente, ma raggiungendo e includendo dentro di sé un’altra dimensione al di là dello spazio e del tempo.”

Poi racconta dell’incontro con il padre, morto da diversi anni, e con la sua cara amica Soni, morta di cancro qualche anno prima. Il resoconto della sua esperienza di premorte è molto toccante e illuminante perché ci apre gli occhi non solo sulla multidimensionalità del nostro universo, ma anche sul senso della vita terrena.

“La consapevolezza superiore di cui godevo in quella dimensione espansa è indescrivibile, per quanto mi sforzi di raccontarla al meglio. La sua chiarezza era formidabile. L’universo ha senso! Compresi. Ora finalmente capisco perché ho sviluppato il cancro! Ero troppo rapita dalla meraviglia di quel momento per soffermarmi sulla causa, sebbene la esaminai subito più da vicino. Inoltre, capii anche perché fossi giunta proprio in quella esistenza: mi resi conto di quale fosse il mio scopo.
Perché improvvisamente capisco tutte queste cose? Volevo sapere. Chi mi sta dando queste informazioni? È Dio? Krishna? Budda? Gesù? E poi fui sopraffatta dalla consapevolezza che Dio non è un essere, ma uno stato d’essere… e adesso io ero quello stato d’essere!”.

“Ero in grado di guardarmi con occhi nuovi e mi vedevo come un essere dell’universo pieno di bellezza. Mi rendevo conto che già solo il fatto di esistere mi faceva meritevole
di questa dolce accettazione piuttosto che del giudizio. Non dovevo fare niente di speciale; meritavo di essere amata per il solo fatto di stare al mondo, niente di più e niente di meno.”

Anche la malattia viene vista con occhi nuovi, e Anita si rende conto che non si è trattato di una punizione per qualche errore commesso, come aveva creduto un tempo. Erano state le sue paure a trasformarsi in malattia.

Anita dedica un intero capitolo alla descrizione di quel che ha visto e “sentito” durante la sua esperienza di premorte: “Qualcosa di infinito e fantastico”.

“Ricevere queste rivelazioni così importanti fu come essere travolta dalla luce. Capii che solo incarnando l’amore di cui era composta la mia essenza avrei guarito il mio corpo e gli altri. Non ne ero mai stata consapevole prima, eppure mi sembrava talmente ovvio. Se siamo tutti Uno, sfaccettature dello stesso Tutto che è amore incondizionato, allora naturalmente ciò che siamo è amore! Seppi che quello era l’unico scopo della vita: essere se stessi, vivere esprimendo la propria verità e incarnare l’amore insito nella propria essenza.”

E il tutto culmina con il messaggio che riceve dal padre e dall’amica Soni che la esortano a ritornare indietro:

“Ora che conosci la verità su chi sei, torna indietro e vivi senza paura!”.

Dopo il risveglio

Il risveglio di Anita dal coma sorprende tutti, medici e familiari. Il marito, il fratello e la madre sono felicissimi di riabbracciare la loro cara. I medici però non sono del tutto convinti che Anita sia guarita e la sottopongono a numerosi test ed esami (anche dolorosi), a cui Anita non oppone resistenza proprio perché sa di stare bene e che il cancro è sparito, e vuole che anche i medici se ne convincano. Dopo qualche settimana viene finalmente dimessa e può cominciare la sua nuova vita.

Un aspetto preponderante del suo nuovo approccio alla vita consiste nella divulgazione della sua esperienza. Anita infatti sente di dover condividere con quante più persone possibile il racconto di ciò che ha visto e “sentito” nell’Aldilà, affinché le persone smettano di avere paura e vivano esprimendo sinceramente e pienamente ciò che sono.

La sua storia attira l’attenzione di alcuni medici esperti di esperienze di premorte che studiano le sue cartelle cliniche e cercano una spiegazione scientifica dell’accaduto, nonché l’interesse di Wayne Dyer, come racconta lui stesso nella prefazione.

“Tutte queste osservazioni riportano all’interrogativo principale che il dottor Ko e altri esperti si pongono sulle remissioni spontanee: ‘Cosa preme l’interruttore che spinge il corpo a passare dalla morte alla guarigione?’.

Per quel che mi riguarda, io conosco la risposta… ma è qualcosa che non si trova nei libri di medicina.”

Domande e risposte

Il libro si chiude con una sezione di domande e risposte in cui  Anita ha raccolto alcuni degli interrogativi più problematici e frequenti che le sono stati rivolti. Eccone uno…

“D: Se ci fosse un messaggio o una lezione derivanti dalla tua esperienza di premorte che vorresti far conoscere e sapere a tutti, qualcosa che vorresti urlare ai quattro venti, cosa sarebbe?

R: La sola cosa che hai bisogno di imparare è che sei già ciò che cerchi di essere. Basta che esprimi la tua unicità senza paura, con trasporto! È per questo che sei fatto così, ed è per questo che sei qui, nel mondo fisico.”

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