La Vita Dopo le Esperienze di Premorte - Estratto del libro
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La Vita Dopo le Esperienze di Premorte - Anteprima del libro di Debra Diamond

Il mio primo contatto con il mondo dello Spirito

Il mio primo contatto con il mondo dello Spirito

La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero. Albert Einstein

Ripensai agli eventi che mi avevano portato alla situazione in cui mi trovavo. Avevo percorso molta strada.

Ero nata in Ohio, e lì avevo trascorso buona parte della mia gioventù. Mia madre era una maestra di scuola elementare, e mio papà un imprenditore. Ero tra i migliori studenti, e mi ero iscritta all’università all’età di diciassette anni, terminando nei tempi previsti il percorso triennale. A ventidue anni completai il mio master. Andavo veloce. Un giornalista del Baltimore Sun una volta scrisse in un articolo che parlava di me: «La costante della vita della signora Diamond è di essere stata precoce; qualche volta fin troppo precoce».

Dopo avere completato l’MBA, fui assunta come analista da una società di investimenti. Per vent’anni sono stata una persona molto impegnata, un giocoliere che fa ruotare dieci palline alla volta; avevo un marito e tre bambini. Non avevo tempo di sedermi a filosofeggiare. Avevo avuto una brillante carriera a Wall Street, investivo e facevo commenti sulla CNBC. Ero stata venture capitalist, membro di consigli di amministrazione, consulente per start-up e mentore.

Lavorando nel business degli investimenti, avevo capito di avere un vantaggio. Sapevo delle cose. Era un tipo di conoscenza istantanea. Davo per scontato di avere un buon intuito e lavoravo in un settore in cui questa caratteristica era importante. Ecco la spiegazione che mi davo: un buon intuito. Il mio capo era solito dire: «Debra, hai un ottimo istinto», e io avevo deciso che doveva essere quella la risposta. Non sapevo quale altra spiegazione avrei potuto darmi. Nel vocabolario di Wall Street non c’erano termini New Age. A volte si potevano sentire espressioni come «segui la pancia» o «cosa ti dice il tuo istinto?» ma nel mondo dei dollari non c’è spazio per la spiritualità.

Non dicevo a nessuno che «sapevo delle cose»: il fatto che un settore stesse per crescere, l’andamento futuro di una certa società, le caratteristiche di un gruppo di manager. Nei miei primi anni di lavoro incontravo molto scetticismo, ma poiché finii per essere più brava degli altri, i colleghi iniziarono a darmi retta. Si grattavano il capo, dicendo: «Non sappiamo come fai, ma continua così». Si parlava di me come di «un’investitrice piena di talento, con brillanti intuizioni».

Un workshop a New York e una visita dall'aldilà

Nel 2008 ebbi un’esperienza spirituale che mi cambiò per sempre. Per capire cosa mi fosse successo iniziai a studiare lavoro energetico, e mi creai una professione. Iniziai ad «ascoltare» per conto dei miei clienti e da quel momento utilizzai le mie abilità in molti modi diversi.

Ero sempre stata interessata a sviluppare il mio intuito e pensavo che sarebbe stato divertente imparare alcuni trucchetti per migliorarlo. Avevo da tempo individuato un workshop, che si teneva a New York, sul miglioramento dell’intuito, ma ogni volta che pensavo di iscrivermi succedeva qualcosa. Ora lo so: non ero pronta. Quando siamo pronti per qualcosa, lo Spirito ce lo fa capire. Il momento sembrava finalmente quello giusto: mi iscrissi nel novembre del 2008.

Era un workshop della durata di un fine settimana, e si sarebbe tenuto a Manhattan, vicino a Penn Station. Sarà divertente, pensavo. Prenderò contatto con le mie percezioni, imparerò a fidarmi dei miei presentimenti, delle sensazioni che tutti abbiamo.

Eravamo in venticinque a partecipare, sia donne che uomini. Alcuni avevano già esperienza, altri erano principianti. L’insegnante era una docente che aveva scritto diversi libri sulla spiritualità e sulle religioni orientali. Appena iniziammo a lavorare mi rilassai. Praticammo degli esercizi di telepatia, imparando a comunicare senza l’uso dei suoni o della vista.

Dopo alcune ore di lavoro su diverse tecniche meditative, facemmo una pausa. Quando rientrammo, però, la lezione prese, con mia sorpresa, una piega diversa.

«Ora faremo una seduta spiritica», annunciò l’insegnante.

Una seduta spiritica? Non se ne parla. Non era previsto, pensai mentre rivedevo la descrizione del workshop. Chiamare i morti? Pensavo che stessimo cercando di risvegliare l’intuito; mi aspettavo tecniche di mindfulness, come sintonizzarsi con l’istinto, magari degli esercizi con le carte.

Non c’era via d’uscita. Ero parte del gruppo. Bene, facciamolo e poi finirà qui, pensai. Non succederà nulla, comunque.

«Ora vi dirò cosa fare se vedrete qualcuno», ci disse l’insegnante. Io guardavo e ascoltavo mentre lei ci spiegava che se la persona defunta fosse apparsa in un angolo della stanza, quello spirito avrebbe probabilmente avuto un qualche legame con una persona seduta in quell’angolo. Se avessimo visto qualcuno avremmo dovuto chiedere se qualcun altro nell’aula fosse in grado di identificarlo. Interessante, pensai, ma non importa, perché io non vedrò nessuno. Pensavo che avremmo finito velocemente e che saremmo passati all’esercizio successivo.

Avevo un’idea un po’ limitata di cosa fosse una seduta spiritica. Immaginavo un suono di trombe e poi tutti seduti intorno a un tavolo in una stanza buia. Forse avrei udito dei colpetti. Mi guardai intorno cercando una sfera di cristallo. No. Eravamo semplicemente in un’aula un po’ squallida all’ottavo piano di un edificio che ospitava esclusivamente uffici.

L’insegnante ci spiegò come avremmo dovuto procedere

L’insegnante ci spiegò come avremmo dovuto procedere. C’era una procedura. Okay, pensai. Ci disse che ci avrebbe condotto in uno stato meditativo e ci chiese di avvisarla se avessimo visto qualcosa, così avrebbe potuto aiutarci. Bene. Mediterò e poi passeremo al prossimo esercizio, decisi.

Chiusi gli occhi e mi misi in ascolto mentre l’insegnante iniziava a farci sciogliere. Rallentai il respiro e ascoltai le sue istruzioni che ci invitavano a rilassare il corpo e a placare gli affanni. Poggiai il mento sul petto e mi afflosciai sulla sedia. Ero rilassata ma sentivo che mi faceva male la schiena a causa dello schienale rigido.

Sentii delle leggere sensazioni che però evitai di prendere in considerazione. Percepivo calore, e lo attribuivo alla temperatura della stanza. (Era una giornata abbastanza calda a New York e l’insegnante aveva suggerito di tenere le finestre chiuse per non essere disturbati dal rumore del traffico). Sentii un leggero formicolio. La terra non si mosse. L’aula era silenziosa. Non accadde nulla di straordinario.

Poi l’insegnante disse che potevamo aprire gli occhi. Era il momento di dirle se avevamo «visto» qualcosa, dovevamo. Mi rimisi dritta sulla sedia.

«Qualcuno ha “visto” qualcosa?» domandò.

Mi guardai intorno nella stanza. Tutti ci guardavamo. Nessuno aveva alzato la mano. La alzai io.

«Sì, Debra? Cosa vedi?» chiese.

«Vedo circa cinquanta persone», dissi.

Tutti rimasero senza fiato. Avrei fatto anch’io lo stesso, se non fosse che ero troppo impegnata a guardare la nipote di mio fratello, morta un anno prima. Era seduta su uno steccato bianco e sembrava contenta. Di fianco a lei c’era un pony bianco. (Aveva praticato equitazione). In un angolo della stanza, un uomo con i baffi a manubrio mi mostrava un sorriso smagliante. Un giocatore di football ricevette una palla in mezzo all’aula. Mia zia rideva a crepapelle davanti a me. C’erano altri che non conoscevo, tra cui delle showgirl di 42nd Street che saltellavano al centro della stanza. Un venditore ambulante mi passò davanti tirando il suo carretto.

Sembravano tutti gente vera. Non riuscivo a realizzare che stavo guardando gente morta. Sembrava che tutti avessero voglia di parlare. Solo più tardi capii che quelle persone non erano vive.

L’insegnante mi chiese ciò che vedevo.

Quando descrissi l’uomo con i baffi a manubrio e il suo sorriso smagliante, una donna nell’angolo iniziò a singhiozzare. Disse che l’uomo era il suo fidanzato, morto due anni prima. L’insegnante chiese se avesse dei messaggi per lei.

Io risposi che avrei verificato, anche se non sapevo esattamente cosa fare. Chiesi se avesse un messaggio, e lui mi disse: «Sono morto».

«E morto», dissi. (Devo dire che sono migliorata molto, da allora).

La donna nell’angolo continuò a piangere. Più tardi mi chiese se poteva mostrarmi, nella prima pausa che avremmo avuto a disposizione, una fotografia del suo fidanzato. Aveva delle fotografie sul suo telefono cellulare. Voleva che lo identificassi.

«Certo», dissi, non dubitando che sarei stata in grado di farlo.

Durante la prima pausa, cercò tra le sue fotografie.

«Quello!», dissi, indicando un uomo con i baffi a manubrio, i capelli scuri e un gran sorriso. «E lui!».

Iniziò di nuovo a piangere. La donna aveva desiderato avere sue notizie fin da quando il fidanzato era morto, e ora era in pace, perché quest’ultimo aveva comunicato con lei. Mi abbracciò e mi ringraziò. Avevo facilitato un contatto che aveva desiderato tanto; il mio aiuto aveva significato molto per quella donna.

Mi fermai a pensare.

Avevo fatto qualcosa di importante. Niente di ciò che avevo fatto durante i miei anni a Wall Street aveva mai provocato una risposta del genere. Nel mondo degli investimenti, l’obiettivo del lavoro è quello di vincere sul mercato, di ragionare meglio degli altri, di ottenere risultati superiori alla media. Si tratta solo di soldi. Aiutare altre persone non fa parte del lavoro.

La mia vita non sarebbe stata più la stessa.

Questo testo è estratto dal libro "La Vita Dopo le Esperienze di Premorte".

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