La Vita Ti Ama - Speciale Louise Hay e Robert Holden
Giorni 00
Ore 10
Min. 09
Sec. 08

La Vita Ti Ama - Anteprima del libro di Louise Hay e Robert Holden

7 pratiche spirituali per guarire la tua vita

Guardati allo specchio

"L’amore è uno specchio: riflette solo la tua essenza, se hai il coraggio di guardarla in faccia."
Rumi

E' il giorno del Ringraziamento.

Louise e io partecipiamo a un pranzo insieme a familiari e amici. Sediamo una accanto all’altro, a lato di un ampio tavolo ovale imbandito con due tacchini enormi, piatti di verdure biologiche, pani senza glutine, vino Cabernet Frane e una torta di zucca con glassa di mandorle. E stata Heather Dane a preparare amorevolmente il cibo. Sostiene che il merito è anche del marito Joel: forse in veste di assaggiatore capo... La conversazione fluisce amabilmente. Tutti sono di buon umore. “La vita ti ama” dice Louise quando solleviamo i bicchieri per brindare al Ringraziamento.

Nel pomeriggio Heather fa apparire delizie sempre nuove dalla sua magica cucina. Il tavolo è apparecchiato e riapparecchiato di continuo: si direbbe che anche lui stia apprezzando il banchetto. A un certo punto Elliot, uno degli invitati, si allontana e attraversa la stanza per raggiungere uno specchio a figura intera che si trova appeso al muro. Si ferma, poi si sporge in avanti e lo bacia. Louise e io ce ne accorgiamo e ci scambiamo un sorriso.

Dopo qualche minuto Elliot si allontana ancora da tavola, va verso lo specchio e lo bacia di nuovo. Poi torna al tavolo. E molto felice. Poco alla volta, Elliot comincia a recarsi sempre più spesso presso lo specchio. Non si rende conto che qualcuno potrebbe osservarlo, anche se ormai tutti lo stiamo facendo. E ne siamo incantati. Vedi, Elliot ha solo diciotto mesi. Quello che fa è naturale ed è un gioco. I bambini baciano gli specchi.

Quando Elliot si rende conto di avere degli spettatori, incita il padre Greg a unirsi a lui. Greg è riluttante, ma Elliot continua a fargli cenni, spiegandosi con una combinazione di gesti e parole. Greg non resiste ai richiami del figlio e, ben presto, anche lui si ritrova davanti allo specchio. Elliot bacia lo specchio per primo e poi aspetta che il papà faccia altrettanto. Greg allora si sporge in avanti e schiocca un bacio allo specchio. Elliot batte le mani ed emette gridolini di gioia.

“Louise, ricordi di aver baciato te stessa allo specchio quando eri piccola?” domando.

“No, ma sono sicura di averlo fatto” risponde lei.

Louise poi mi chiede se io ricordo di aver baciato lo specchio quando ero piccolo.

“No, non mi ricordo” rispondo.

“Un tempo eravamo tutti come Elliot” dice Louise.

“Sono sicuro che sia vero” commento.

“Sì, e tutti possiamo tornare di nuovo a essere così.”

“Come?” le chiedo.

“Lavorando con lo specchio” dice Louise, come se la risposta fosse ovvia.

“Perché dovremmo lavorare con lo specchio?”.

“Il lavoro con lo specchio ti aiuta ad amarti di nuovo” spiega lei. “Come ognuno di noi faceva all’inizio.”

“Sì. E, quando ami te stesso, ti accorgi che anche la vita ti ama.”

Bacia lo specchio

È una luminosa giornata di primavera, e mio figlio Christopher e io siamo soli in casa. Mia moglie Hollie e mia figlia Bo si stanno godendo un’uscita “fra ragazze” al Pottery Café, vicino ai Kew Gardens, per un laboratorio di pittura su ceramica. Bo ha appena compiuto cinque anni ed esprime la sua creatività in modo meraviglioso e con grande divertimento. Stanno per rientrare, e io sono molto curioso di vedere quale sarà l’ultima opera artistica di Bo. Conoscendo mia figlia, potrebbe trattarsi di un piatto dai colori dell’arcobaleno, di una tazza traballante con i cuoricini o di una saliera a forma di coniglietto rosa: proprio il genere di oggetto che starebbe bene sul grande e vecchio tavolo imbandito per l’ora del tè dal cappellaio matto nelle Avventure di Alice nel paese delle meraviglie.

Mio figlio Christopher ha ormai quasi sei mesi. Ho la sensazione di conoscerlo da tutta la vita. A volte, quando i nostri sguardi si incontrano, i ruoli che abbiamo scompaiono. Io smetto di essere un padre, lui un neonato, e diventiamo come due amici dell’anima che passano del tempo insieme. Ho vissuto molte volte lo stesso tipo di esperienza con Bo. Non riesco a immaginare la mia vita senza di loro e ho la sensazione che fossimo destinati a stare insieme. Louise crede che alla nascita scegliamo la famiglia in cui cresceremo, quella che può darci le lezioni e i doni di cui più abbiamo bisogno per il nostro cammino di vita. Nel suo libro Puoi guarire la tua vita Louise scrive:

Credo che siamo tutti in un viaggio senza fine attraverso l'eternità. Veniamo su questo Pianeta per imparare lezioni specifiche che sono necessarie per la nostra evoluzione spirituale. Scegliamo il nostro sesso, quale sarà il colore della nostra pelle, il paese in cui nasceremo e poi ci guardiamo intorno alla ricerca della coppia di genitori che potranno “rispecchiarci” al meglio.

Hollie e Bo chiamano a casa per dire che stanno tornando e che portano doni per Christopher e per me. Metto giù il telefono e noto che Christopher sta sorridendo. Christopher sorride molto, come fanno tanti bambini: è parte della loro natura. Quando Christopher è in vena di sorrisi, però, non riesce a smettere. Finisce per sorridere a qualsiasi cosa, persino a oggetti inanimati come un vaso di fiori vuoto, un aspirapolvere o un cacciavite. Prendo in braccio Christopher e lo porto di fronte allo specchio che si trova sopra il nostro caminetto.

“Caro Christopher, ho il piacere di presentarti Christopher” gli dico indicando la sua immagine riflessa nello specchio. Christopher smette di sorridere, cogliendomi di sorpresa. Pensavo che si sarebbe divertito vedendosi allo specchio. Dopotutto, sorride per qualsiasi altra cosa. Indico di nuovo a Christopher la sua immagine riflessa. E, di nuovo, Christopher non sorride. Anzi, il suo volto appare quasi inespressivo. E come se non vedesse niente, nemmeno un vaso di fiori vuoto.

Perché Christopher non ha sorriso vedendo se stesso allo specchio? Ho fatto qualche ricerca sulla psicologia dello sviluppo infantile e ho scoperto che spesso i bambini non sorridono quando si guardano allo specchio. Non si riconoscono. Perché? L’ho chiesto a Louise. “I bambini piccoli non si sono ancora identificati con il proprio corpo” mi ha detto, in quel modo pratico e diretto che è così tipico di lei.

I neonati sono come uccelli dell’anima, che volano sopra il loro corpo e devono ancora entrare a farne parte. Guardandosi allo specchio, non indicano il proprio corpo pensando: Quello sono io oppure Questo è mio. I bambini sono coscienza allo stato puro: non pensano in termini di io, non hanno un’idea di sé, non hanno creato un’immagine pubblica o una maschera, non convivono con la nevrosi. Sono ancora immersi nella benedizione originaria dello spirito. Si identificano solo con il loro volto originario, come lo chiamano i buddisti, cioè il volto dell’anima.

Di solito i bambini cominciano a identificarsi con l’immagine di sé che vedono allo specchio fra i quindici e i diciotto mesi d’età. Questo è lo stadio dello specchio, o stade du miroir, comq lo definì lo psicanalista Jacques Lacan. Ecco perché Elliot si divertiva tanto durante la festa del Ringraziamento. E, come previsto, quando ha raggiunto l’età di Elliot, anche Christopher ha cominciato a baciare lo specchio. Baciava anche il grande rubinetto della nostra vasca da bagno, i cucchiai lucenti, le pentole d’acciaio, i pomelli di vetro delle porte e tutto ciò su cui vedeva riflessa la propria immagine.

Dai tre anni d’età lo specchio diventa un amico. I bambini adorano guardarsi allo specchio. È il periodo in cui capiscono di avere un corpo, ma lo indossano ancora con leggerezza: esso non rappresenta ciò che loro sono, ma è uno strumento necessario per l’esperienza umana. È anche il periodo in cui provano ad assumere diverse espressioni, si mettono in posa, fanno cucù e inventano danze buffe. Christopher e Bo si divertono un mondo a guardarsi allo specchio. Spesso giocano con la loro immagine riflessa, proprio come Peter Pan gioca con la sua ombra.

Giocare con la propria identità è divertente all’inizio, ma non per sempre. Quando assumiamo l’identità di un sé separato - un ego -, la nostra psicologia cambia. Ci sentiamo impacciati davanti allo specchio e diventiamo timidi in presenza di una macchina fotografica. Possiamo desiderare ardentemente attenzione, oppure essere schivi. Usciamo da una dimensione di amore ed entriamo nella paura. Cominciamo a giudicarci e perdiamo di vista il nostro volto originario. L’immagine di noi che appare allo specchio è fatta di giudizi: non rappresenta chi siamo davvero.

L’uccello dell’anima, che è la nostra vera natura, canta ancora, ma è difficile udirlo sopra le rauche grida di un’immagine di sé, cioè di un ego, che si sente separato e impaurito. La bellezza che vedevamo un tempo allo specchio è ancora dentro di noi, ma ci appare distorta dal giudizio che esprimiamo su noi stessi. Possiamo rivederla nell’istante in cui smettiamo di giudicare, ma il giudizio è ormai diventato un’abitudine con la quale ci identifichiamo. Ci siamo convinti che giudicare significhi vedere, ma è vero il contrario: si può vedere solo quando si smette di giudicare.

Il mito dell’inadeguatezza

“Il mio primo tentativo di suicidio risale a quando avevo nove anni” mi dice Louise.

“Che cosa successe?” le chiedo.

“Be’, è evidente che non funzionò” risponde.

“Se avesse funzionato, il mondo non avrebbe mai conosciuto Louise Hay” le dico.

“È vero” nota Louise con un sorriso.

“Allora, cosa successe?”.

“Mi avevano detto di non mangiare mai certe bacche che crescevano sul pendio di una collina, perché erano velenose e se le avessi ingerite sarei morta. Quindi, un giorno in cui le cose andavano particolarmente male, mangiai le bacche e mi sdraiai per morire.”

Louise e io siamo seduti di fronte a uno specchio a figura intera nell’ufficio della sua abitazione a San Diego. Stiamo condividendo le storie della nostra infanzia. Farlo davanti allo specchio è stata un’idea di Louise. Mentre parla, lei guarda diritta nello specchio e mantiene un contatto visivo costante con la propria immagine riflessa. Sono colpito da quanto onesta e vulnerabile si conceda di essere. Parla con voce dolce e gentile mentre racconta la propria infanzia. Nelle sue parole c’è ancora un po’ di tristezza. E piena di compassione per la bambina di nove anni che è stata.

“Perché volevi ucciderti?” le domando.

“Non mi sentivo degna d’amore” risponde.

“Ti eri mai sentita degna d’amore?” chiedo.

“Sì, all’inizio. Ma dopo che i miei genitori divorziarono, tutto precipitò. Mia madre si risposò con un uomo che abusò di me fisicamente e sessualmente. Cera molta violenza a casa nostra.”

“Mi dispiace molto, Lulu” le dico.

“Il messaggio che mi mandava la mia famiglia era Io non sono degna d’amore.”

Quando Louise era un’adolescente, un vicino la violentò. L’uomo fu condannato a sedici anni di reclusione. Louise se ne andò di casa a quindici anni. “Volevo solo che le persone fossero gentili” dice, “ma non avevo idea di come essere gentile con me stessa.” Le cose andarono di male in peggio. “Ero affamata d’amore e ciò mi rendeva una calamita per persone che abusavano di me” racconta Louise. Andava a letto con chiunque fosse gentile con lei. Ben presto restò incinta. “Non potevo prendermi cura di un bambino, perché non ero in grado di prendermi cura di me.”

Quando tocca a me raccontare la mia infanzia, Louise comincia con il chiedermi: “Qual era la cosa che desideravi di più quando eri piccolo?”. Guardo intensamente la mia immagine riflessa nello specchio. Dapprima la mia mente è vuota. Ben presto i ricordi riaffiorano. “Volevo essere visto” le rispondo. Louise mi chiede che cosa intenda dire. “Sentivo di volere che qualcuno mi dicesse chi fossi, perché mi trovassi lì e che tutto sarebbe andato bene” le spiego. Da bambino ero pieno di meraviglia e di domande impegnative come Chi sono? e Cosa è reale? e Perché ho una vita ?

Quando ero piccolo, cambiavamo spesso casa. Mamma voleva vivere lontano dai propri genitori. Papà era sempre impegnato a cercare lavoro. Per qualche motivo finimmo a Winchester, in Inghilterra, non lontano da dove viveva la famiglia di mamma. Affittammo una casetta chiamata Honeysuckle Cottage [Villetta del caprifoglio] e ho tanti ricordi felici di quel periodo. In seguito, quando avevo nove anni, ci trasferimmo in un paesino, Littleton, in una casa chiamata Shadows [Ombre]. Ricordo di aver pensato che fosse un nome strano per una casa.

“I tuoi genitori ti volevano bene?” chiede Louise.

“Sì, senza dubbio, ma era complicato.”

“Cosa successe?”.

“Mia madre soffriva di una depressione intermittente, che arrivava sempre senza preavviso. A volte si protraeva per settimane. Allora restava a letto e noi pregavamo che le medicine facessero effetto. Altre volte mamma veniva ricoverata in diversi ospedali psichiatrici, ma in quei luoghi tentava sempre di suicidarsi.”

“E tuo padre?” chiede Louise.

“Anche lui aveva i suoi demoni” le rispondo.

Quando avevo circa quindici anni, scoprimmo che papà aveva problemi di alcolismo. Promise di smettere. Smise molte volte. Alla fine se ne andò di casa e trascorse gran parte degli ultimi dieci anni della sua vita senza fissa dimora, passando da un ricovero temporaneo all’altro. Fu un incubo vivere con due genitori così sofferenti. I membri della famiglia Holden si amarono come meglio poterono, ma nessuno di noi, dentro di sé, si sentiva degno d’amore. Nessuno poteva dire con convinzione: “Io sono degno d’amore.”

"La verità del tuo essere è che meriti amore."
Louise Hay - Pensieri del cuore

Questo testo è estratto dal libro "La Vita Ti Ama".

Ti è piaciuto questo articolo? Rimani in contatto con noi!

 

Gli articoli più letti
Gli ultimi articoli pubblicati
IN QUESTA SEZIONE:
Articolo consigliato:

La Vita Ti Ama

7 pratiche spirituali per guarire la tua vita

-15%
La Vita Ti Ama Louise Hay Robert Holden

Louise Hay, Robert Holden

La vita ti ama e tu hai il potere dentro di te per creare a tua volta una vita che ami. “La vita ti ama” è una delle affermazioni più amate di... continua