Libro degli Angeli e dell'Io Celeste - Estratto
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Libro degli Angeli e dell'Io Celeste - Anteprima del libro di Igor Sibaldi

Serafini

Serafini

I Serafini splendono, divampano. Il loro nome in ebraico significa «incendi», e sono al vertice dell’Albero della Vita, all’estremo confine con quell’infinito dove non vi è nulla che non sia Dio. Là i Serafini appaiono, secondo la tradizione, come bagliori violetti nel buio (a ogni Coro angelico viene associato un particolare colore) e ciò che arde in loro è la Volontà, ovvero il primo principio della creazione. Dio diede inizio all’universo perché lo volle, e da allora vi è in ogni essere vivente una scintilla di quella stessa facoltà di volere, che crea il mondo in cui quell’essere vive. Anche tu vuoi tutto ciò che vedi e tutto ciò che ti avviene; vuoi te stesso così come sei; tu vuoi anche tutto ciò che ti impedisce di essere diversamente: e, proprio come un incendio, il tuo volere illumina e consuma la realtà, trasformandola, per te, in quell’energia che hai voluto. È il principale mistero; poche sono le menti in grado di sfiorarlo senza smarrirvisi subito: ed è sfiorare la sostanza stessa di cui l’anima è costituita. Questa sostanza è ciò che comincia a muoversi nella sfera violetta dei Serafini - il colore del cielo all’aurora - e da lì intraprende il cammino che, attraversando le otto sfere sottostanti, la porterà a nascere alla fine in un corpo. Alcuni ricevono proprio qui, all’inizio, l’impronta principale della loro natura: sono appunto i nati nelle prime settimane della primavera. In loro quel mistero cerca inquietamente espressione, quella Volontà dell’anima preme nell’io, ed è sempre a un passo soltanto (che essi se ne accorgano o no) dall’incendiare la coscienza e trasformarsi in potere.

Wehewuyah

waw-he-waw

«La mia energia trova limiti intorno»

Dal 21 al 26 marzo

I protetti di questo primo Serafino somigliano a giganti che per romanticismo abbiano deciso di abitare tra gli uomini, di adattarsi al nostro mondo, in cui tutto è, per loro, troppo piccolo e, qua e là, anche troppo complicato. Le due waw, nel Nome, raffigurano appunto gli intralci, le limitazioni che la loro vasta energia incontra ovunque; e la he rappresenta la loro anima, che sarebbe tanto felice di superare quelle limitazioni trasformandole nel contrario: in brillanti vittorie, in trionfali fatiche d’Èrcole, che attirino sui Wehewuyah gli sguardi ammirati di quante più persone possibile. Ci riescono, spesso, e in ogni caso un Wehewuyah non mette all’opera le sue numerosissime qualità se non quando gli si profila la possibilità di riuscire in qualche impresa particolarmente difficile, dinanzi alla quale altri abbiano arretrato - sia che si tratti di idee d’avanguardia, di audaci ideali da difendere, di record da battere, o di conquistare il cuore delle masse o magari quello della più bella o del più bello del quartiere. Allora diviene veramente se stesso, quel gigante che è, e si convince di non vivere invano.

Viceversa, non è raro il caso che qualcuno di questi giganti resti fermo, bloccato da quelle due waw in qualche periodo della vita; e ciò può avvenire per due ragioni: o perché, semplicemente, non vede attorno a sé nessuna occasione abbastanza ambiziosa, oppure perché qualcuno vuol mettere in dubbio la sua superiorità, e costringerlo a una gara. Il Wehewuyah detesta infatti la concorrenza: sente, sa di essere il più grande in ogni senso, e non può ammettere rivali. Perciò si trovano così pochi atleti, in questi giorni di marzo; perciò i Wehewuyah si trovano talmente a disagio negli uffici, nei lavori di squadra, o dovunque debbano stare in guardia da maneggi e colpi bassi di colleghi che si ritengono o vorrebbero essere pari a loro: preferiscono semmai farsi da parte, più o meno cupamente - o magari tragicamente, come il pilota Ayrton Senna, che proprio le gare avevano evidentemente stremato.

Svettano invece là dove possono sentirsi protagonisti assoluti e isolati, giganti davvero: su un palcoscenico, su un podio, come Toscanini, Dario Fo, Mina, Battiato o Elton John; o nel loro laboratorio di artisti intenti a imprese maestose, come il regista David Lean; o come specialisti e scopritori di campi esclusivi, a cui si sentano congiunti da speciali ispirazioni, predestinazioni quasi: come Akira Kurosawa lo era al mondo degli antichi samurai, che raffigurava appassionatamente nei suoi film.

Tanto più essenziale sarà dunque, per loro, una massiccia fiducia in se stessi e soprattutto nella propria vocazione - appunto perché questa potrà facilmente apparire, all’inizio, inusitata ed eccessiva. Se invece (il loro Angelo non voglia!) dovessero lasciarsi scoraggiare, li attende un senso di solitudine e di frustrazione tanto gigantesco quanto i risultati che avrebbero ottenuto se avessero osato. In questa evenienza, il Wehewuyah sconfitto dalla vita abbia almeno l’accortezza di trovarsi un hobby esaltante, il più possibile originale, in cui trionfare, solitario e ineguagliabile, almeno nei weekend.

Anche quando conquistano il successo, d’altronde, i Wehewuyah tendono a incappare, presto o tardi, in una serie di problemi caratteristici, che si potrebbero descrivere come una vera e propria «sindrome del gigante». Da un lato, possono cadere nell'egocentrismo e nella vanità - che in loro è spesso massiccia, imperturbabile, mai sfiorata da un lampo di autoironia. Dall’altro, può afferrarli il terrore di perdere, con l’età, la posizione privilegiata che hanno saputo conquistarsi: e nel tentativo di placarlo possono diventare dispotici, estremamente suscettibili, ostili a chiunque manifesti doti che in futuro potrebbero rubar loro la scena. E si nasconde qui, molto in profondità, la loro vecchia voglia di superare i limiti: anche il successo può apparire loro come una limitazione, un ruolo troppo stretto; il loro cuore di titani avrebbe il segretissimo impulso a liberarsene... e proiettano questo impulso su altri, vedendoli come minacce, e sentendosi in stato d’assedio.

Per evitare questa sindrome, farebbero bene a sviluppare le loro capacità di introspezione, di autocritica. Invece, spesso i Wehewuyah fanno esattamente l’opposto: diventano ottusi, non colgono più i segnali di insofferenza che provengono sia da loro stessi, sia da coloro con cui vivono e lavorano: perciò è altamente probabile che siano vittime di tradimenti nella carriera e nelle amicizie, o di adulteri nel matrimonio - che li lasciano a lungo doloranti.

Altro consiglio importante: i protetti di questo primo Serafino tengano in dovuta considerazione la loro robusta carica aggressiva che, se può tornare utile nelle fatiche per ottenere il successo, difficilmente riesce a trovare un’adeguata applicazione nei rapporti famigliari e sociali. A lungo andare, quell’aggressività repressa finisce per diventare un vero e proprio potenziale di violenza, da cui i Wehewuyah avranno spesso la sensazione di trattenersi - e ciò li innervosirà e li stancherà enormemente, a volte sembrerà addirittura intontirli. Sarebbe invece facilissimo rimediare a questo inconveniente: dopo aver dato per qualche giorno il massimo nella loro professione, basterebbe che si sfogassero in qualche sport impegnativo: un’oretta di kickboxing o di wushu, e invece che sfiniti, rientrerebbero a casa lucidi, in pace con il mondo e più irresistibili che mai.

Yeliy’el

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«Io mi elevo tra coloro che vedono»

Dal 26 al 31 marzo

Tra i molti significati del Nome di quest’Angelo vi è anche «io mi faccio udire (in ebraico: yel) nell’assemblea riunita (in ebraico: liyi)», ed è un altro modo di descrivere il compito che gli Yeliy’el si sono dati nel venire al mondo: ovvero essere il capo, o meglio ancora essere la testa pensante nel gruppo di cui fanno parte, piccolo o grande che sia. In un certo senso lo sono anche rispetto a se stessi: avvertono la testa come la parte di gran lunga più importante del loro corpo, poiché si identificano cioè con la propria intelligenza e considerano le emozioni, gli istinti e i sentimenti, se non proprio come inevitabili inconvenienti, perlomeno come un insieme di fattori ai quali imporre dall’alto una ferrea guida. Troviamo così, tra i filosofi Yeliy’el, Cartesio, con il suo yelielianissimo motto «Cogito ergo sum», per cui l’essere e il pensare divengono, appunto, tutt’uno.

Nei loro rapporti con gli altri, la loro carriera di capi o guide o maestri non incontra generalmente alcun ostacolo: sono talmente razionali, metodici, cauti, lucidi, logici, che chi li circonda non può non accorgersi di quanto sia utile poter contare su tipi come loro, capaci di parlare chiarissimo e di illuminare in ogni circostanza ciò che non tutti gli altri sanno vedere. Diverranno automaticamente leader, e non per ambizione (l’ambizione è una smania emotiva, e gli Yeliy’el non se ne lasciano certo dominare) ma perché semplicemente è giusto e ragionevole che sia così. Non per nulla, fu unoYeliy’el Paul Verlaine, acclamato «principe dei poeti» della sua epoca, che gioiva nell’elencare anche in versi le norme che a suo parere andavano ragionevolmente rispettate per scrivere come si deve.

Certo, con questa loro vocazione all’autorevolezza, all’altezza del pensiero, gli Yeliy’el non potranno che guardare dall’alto in basso i modi in cui vive l’altra gente, più o meno smarrita sempre nelle foschie emotivo-sentimental-istintuali. Inutile nascondere l’evidenza: l’umanità si divide nettamente in esseri superiori e in esseri inferiori, e ogni Yeliy’el sa perfettamente, e senza la benché minima vanità, di essere tra i primi; avvertirà dunque il bisogno di comportarsi di conseguenza, in tutto e per tutto. La sua casa, le sue abitudini, le sue aspirazioni, i suoi gusti dovranno essere diversi e più raffinati di quelli della maggioranza: tutto ciò che è suo avrà i tratti dell’esclusività - dal linguaggio, agli abiti, alle tendenze sessuali. E solo quando avrà ottemperato a queste sue esigenze si sentirà perfettamente realizzato. Un illustre esempio di tale finezza lo diede la Yeliy’el santa Teresa d’Avila, che per decenni analizzò con razionalità estrema nientemeno che il processo e i massimi gradi del più aristocratico dei piaceri, l’estasi - con la dovuta attenzione anche per le sue implicazioni erotiche, naturalmente preziosissime ed estremamente originali.

Se non scelgono di diventare mistici, filosofi o poeti, gli Yeliy’el potranno ritrovarsi a loro agio nell’insegnamento (meglio se negli ordini di scuola superiori), o ai vertici di qualche società (meglio quelle connesse con la tecnologia più avanzata o con la cultura), presidenti, più che manager; o anche pianificatori, architetti e ingegneri; oppure, in caso di personalità particolarmente estroverse, eccelleranno in qualche movimento popolare o nella gerarchia religiosa, sospinti sempre più in alto dall’ammirazione e dalla fiducia dei più.

Ma questo loro primato della testa può anche implicare qualche aspetto burrascoso. A forza di ricondurre tutto alla sfera dell’intelligenza, avviene infatti che il loro animo, e soprattutto il corpo, avvertano una nostalgia, anche angosciosa talvolta, delle emozioni forti. Buona parte degli Yeliy’el sanno tenersi saldi al di qua di queste ultime, ben arroccati nel proprio realismo, da un lato, e anche nel timore del ridicolo, dall’altro. Ma molti non resistono alla tentazione, e si cercano passatempi spericolati (dall’alpinismo estremo ai rally nel deserto), o esplorano qualche perversione, oppure, nel peggiore dei casi, dopo essersi troppo a lungo limitati, precipitano in qualche tempestosa zona d’ombra da cui si sentono attratti come da un vortice. Fu per esempio il caso dello scrittore russo Nikolaj Gogol’, che in una crisi mistica si abbandonò all’anoressia e ne morì; o di Van Gogh, che poco prima di suicidarsi si amputò un orecchio: disperato gesto yelieliano, ingiuria al corpo e al tempo stesso duello tra la sofferenza fìsica e la mente che la contempla gelida, feroce, mentre se la infligge. E non si conosce la data esatta di nascita di quel padre della Chiesa, Origene, celebre oratore alessandrino, che attorno al 330 si evirò perché l’istinto non turbasse più la sua saggezza: ma sarei pronto a scommettere che venne al mondo anche lui verso la fine di marzo.

È buona regola, per gli Yeliy’el, saper compensare il predominio della razionalità prima che si profili il rischio di simili eccessi. Più saggio fu, tra i nati in questi giorni, Goya: in tante sue opere seppe rendere omaggio a quei demoni che, diceva, «si destano non appena la ragione prende sonno»; li affrontò, li studiò, li raffigurò nei dettagli, esplorando le ombre della propria personalità come si esplora una miniera: la sua lucidità ne usciva, ogni volta, ritemprata, riequilibrata, e sempre più coraggiosa. 

Questo testo è estratto dal libro "Libro degli Angeli e dell'Io Celeste".

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