Il Libro Segreto di Gesù - Vol. 1 - D. Meurois - Estratto
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Il Libro Segreto di Gesù - Vol. 1 - Anteprima del libro di Daniel Meurois

Non sono nato in Giudea...

Non sono nato in Giudea...

Non sono nato in Giudea, come alcuni hanno intenzionalmente fatto credere, ma nel cuore stesso della Galilea.

Il nostro era un villaggio insignificante, così insignificante che quello che sarebbe diventato mio padre preferì che venissi al mondo a un miglio dal minuscolo muro a secco che lo recingeva. Lungo un sentiero frequentato dai mercanti e dalle loro mandrie di asini, andando verso il mare, c’era un modesto bethsaid che offriva tutto quello di cui un viaggiatore potesse aver bisogno. Era stato costruito in tempi antichi, quasi incastrato nella roccia, dai membri della comunità in cui era nata la mia famiglia.

Si trattava di un rifugio per i malati, i bisognosi, le persone che non sapevano dove andare, per qualche notte. Non c’erano né asini né buoi davanti alla mangiatoia, ma pecore e capre che gironzolavano li intorno, come peraltro su tutte le colline circostanti.

Non era neppure un luogo poverissimo; ci sono andato tante volte, dopo... a pochi passi dal muro scorreva un ruscello, l’erba abbondava, e i fichi e gli olivi a disposizione erano innumerevoli.

Quando sono nato c’era parecchia gente intorno, molte più persone di quante i miei genitori avessero voluto. A dire il vero, l’uomo che aveva accettato di essere mio padre, Yussaf, era un uomo rispettato non soltanto in quella contrada ma fino a Gerusalemme.

Il susseguirsi dei secoli ha fatto credere che facesse il carpentiere; tuttavia, le nostre case erano progettate e costruite in modo così semplice che non avevano bisogno di carpenteria degna di tal nome.

Come spesso accade, il simbolo ha rapidamente soppiantato la realtà dei fatti...

In verità, se mio padre lavorava il legno, era piuttosto per confezionare utensili di ogni fatta, dai tavoli alle panche, e persino le carrette. Ma questa occupazione era per lui secondaria.

Per prima cosa, era uno dei principali sacerdoti della comunità. Non mi riferisco soltanto a quella che risiedeva al villaggio, ma a quella più vasta, i cui membri erano sparsi per tutto il paese: la Fratellanza di Essania. Per questa ragione la gente veniva spesso a consultarlo, e s’inchinava davanti a lui.

Ai tempi della sua gioventù, gli anziani gli avevano affidato la responsabilità del tempio che la nostra Fratellanza aveva a Gerusalemme. Questo era accaduto molto prima che sposasse Meryem, mia madre. La sua saggezza e la sua solidità l’avevano rapidamente messo in luce rispetto a molti altri.

Il suo sguardo

Il suo sguardo, come quello di mia madre, incontrò il mio fin dai primi giorni del mio arrivo in questo mondo. Fu un incontro profondo. Su quel mio piccolo materasso di paglia, sotto il velo di lino bordato di ocra che copriva il mio corpo di neonato, lo vedevo spesso chino, quanto più poteva, per cogliere meglio il mio volto e cercarvi qualcosa che ancora non sapevo cosa fosse...

«Yussaf, Yussaf...», mormorava.

Yussaf, Giuseppe... così era stato detto che mi sarei chiamato, ossia con il suo stesso nome.

Quanto a mia madre, ricordo che mi guardava come se non fossi “vero”; nella mia coscienza appena emersa da un altro spazio, intuivo il suo stupore e i suoi interrogativi. Credo che fossero simili ai miei, e che traducessero un tuffo nell’ignoto.

Mi accorsi ben presto che il mio arrivo suscitava grande interesse: la gente parlava molto di me, anche troppo, secondo il parere dei miei genitori che, spesso, usavano qualche stratagemma per sottrarmi agli occhi degli altri.

A qualche settimana dalla mia nascita, colsi un’agitazione inabituale sotto il nostro tetto, e poi, un mattino, alle prime luci dell’alba, sentii due mani sollevarmi delicatamente, strappandomi al sonno, per avvolgermi subito in un grande velo.

La mia memoria ha conservato tutto questo come un tesoro... persino la percezione dell’aria frizzante che mi toccò il volto appena mio padre mi portò all’aperto, tenendomi in braccio. Il mantello della notte scintillava ancora qua e là sopra di noi; in esso, il mio sguardo si perse...

Mio padre mosse pochi passi, non so verso cosa, nel buio... poi un asino prese a ragliare, poi due, poi tre... sembrava che tutti gli asini del villaggio ragliassero insieme!

Il mio corpicino di neonato forse pianse, automaticamente? Può darsi, perché subito sentii il timbro della voce di mia madre e intuii la sua mano posarmisi sulla fronte.

Ci fu come una breve scossa, e mi ritrovai dentro una culla che doveva essere legata sul fianco di un animale. Mi piacque subito l’odore un po’ selvatico che sprigionava. Era una culla calda e acquietante, quasi materna. Altre voci cominciavano a mescolarsi a quelle dei miei genitori: le voci sussurravano, ma ricordo che, malgrado questo, percepii una sorta di frenesia in esse. Stavamo partendo. Di sicuro. Le palpebre che mi si chiudevano da sole, ma lo seppi immediatamente.

I sobbalzi del sentiero finirono per svegliarmi del tutto. Dietro il velo che mi copriva, vidi che era pieno giorno, e ricevetti il calore del sole. Il mio corpo versò forse qualche altra lacrima e lanciò qualche urletto... Riconobbi il seno che mia madre mi porgeva... e mi riaddormentai.

Naturalmente, non potrei dire quanti giorni trascorsero così, lungo i sentieri scoscesi, tra gli oliveti o in mezzo alle rocce di un altipiano deserto.

Ricordo, soprattutto, una sera in cui ci eravamo fermati vicino a un ovile; a pochi passi dal muro, scorreva un ruscelletto tra i sassi e l’erba corta. Credo che sia stato proprio il canto di quel ruscello a fissarmi nella memoria quegli istanti.

Mi avevano appoggiato su una coperta di lana grossa... e, per la prima volta da quando avevamo lasciato il villaggio, mi resi conto che non c’erano solo i miei genitori a prendersi cura di me: il nostro era un gruppo di cinque o sei persone, con due asini e un mulo. Vidi che la mia culla veniva sganciata dal mulo, segno che avremmo passato lì la notte.

Stava cadendo la sera, e a poco a poco la fronte degli adulti si corrugò, soprattutto quella di mio padre; poi cominciarono a parlare seriamente intorno a me.

Guardavo fissamente tutti i volti che i miei occhi potevano captare nella luce color ambra che avvolgeva l’accampamento; lo facevo come obbedendo a un riflesso, o ricollegandomi inconsciamente ad una vecchia abitudine dell’anima.

Certo, ero da poco ricomparso in questo mondo, e i mie pensieri incominciavano appena ad emergere, ma volevo vedere...

Non era lo sguardo degli altri che cercavo, no, neppure quegli sguardi che parlano da soli. Volevo semplicemente reperire quella fiammella che danza e scoppietta sopra il capo di ogni essere umano, e che talvolta illumina tutto, raccontando il senso della vita altrui. E la fiammella c’era, naturalmente: era presente in ciascuno di loro; parlava di riconoscimento, parlava di famiglia.

Fu in quel momento che mi resi conto di essere davvero approdato fra i miei cari, fra le persone con cui avrei incominciato il più grande dei miei viaggi.

La visione dell’“immateria” mi offriva dunque, quella stessa sera, la certezza delle mie radici, la certezza d’essere io stesso... un interrogativo.

Dove mi stavamo portando? Naturalmente non lo sapevo, o comunque dovevo essermene dimenticato quando avevo fatto il salto nel vuoto. Ero però consapevole di quanto fosse importante, e per quanto piccolo e adagiato nella culla, questa certezza fece emergere il mio primo senso di felicità interiore. Stavo andando... stavamo andando dove bisognava andare. Ed era giusto così.

Fu giusta anche quella sosta in un minuscolo bethsaid situato a poco meno di una giornata di cammino da Gerusalemme. Meryem, mia madre, era sfinita, e me n’ero accorto anch’io. Decisero dunque che saremmo rimasti in quel luogo per il tempo necessario.

Era una di quelle grotte poco profonde che sono molto comuni in quella zona della Giudea; in realtà, si trattava di un vecchio riparo dei pastori, che la comunità essena aveva trasformato in un modesto luogo di accoglienza.

Perso fra basse colline calcaree e accarezzato in quel periodo dell’anno da un vento tiepido, il bethsaid offriva un tetto molto più gradevole di qualsiasi altro riparo che i miei avrebbero potuto trovare a Gerusalemme.

Mezzo addormentato

Mezzo addormentato, dentro la culla a fianco di mulo, ancora ricordo il profumo delle erbe selvatiche che ci accompagnò fin lì. E lì che la storia ufficiale ha voluto farmi nascere... in verità, non ci vivemmo più di una decina di giorni, prima di riprendere la strada verso sud.

Sempre lì, i miei occhi fecero la scoperta di un altro sguardo che avrebbe avuto un grande significato per tutta la mia vita: era uno di quegli “sguardi vecchi” che restano facilmente impressi nel cuore, quando ci capita di incontrarli davvero. L’uomo si chiamava come mio padre, e di conseguenza, anche come me.

Fu solo diversi anni dopo, quando ormai ero in grado di comprendere meglio quello che era accaduto, che venni a sapere che quell’uomo veniva, all’epoca, da un vicino villaggio chiamato Ha Ramathaim. Sebbene facesse parte della nostra famiglia, era un uomo ricco e questo lo aveva allontanato dalla nostra Fratellanza. Avrebbe voluto che rimanessimo a casa sua, perché gli era giunta voce del nostro viaggio.

Yussaf di Ha Ramathaim aveva anche avuto una piccola discussione con mio padre a proposito del bethsaid che, a suo parere, era stato mal scelto: trovandosi sul terreno di un antico culto guerriero, diceva che non poteva esserci propizio.

Le cose dovettero finire per appianarsi, giacché fu deciso che mio zio Yussaf avrebbe percorso con noi il resto del nostro lungo viaggio. Con il suo arrivo, due dromedari e una mula vennero a consolidare la nostra avanzata.

Ignoro quante settimane essa richiese. Ho tuttavia il ricordo di un interminabile bagno di calore, di preghiere quasi continue che mi cullavano dall’alba al crepuscolo. C’erano anche tante discussioni, ogni sera, ed erano eterne; a volte, avvenivano intorno a un fuoco.

Senza comprendere il significato delle parole, avevo comunque l’impressione di cogliere l’essenza di ciò che veniva detto, e non potevo fare a meno di gesticolare in braccio alla mamma. Lei, tuttavia, cercava di starsene lontana dalle conversazioni, come se l’affaticassero, e preferisse di gran lunga sondare il mio sguardo quando mi rifiutavo di dormire.

Un giorno, tra un sobbalzo e l’altro

Un giorno, tra un sobbalzo e l’altro, lungo la pista che seguivamo instancabilmente, mi resi conto che stavamo costeggiando un’immensa distesa d’acqua. Era così vasta che riuscivo a malapena a intuire l’altra riva, popolata di palme da dattero.

Naturalmente non sapevo che quello fosse il Nilo, ma la vista del fiume mi fu subito dolce e familiare.... talmente familiare e carica di ricordi che all’improvviso la collera s’impadronì del mio corpo di neonato, e farmi smettere di piangere fu una vera impresa: erano lacrime cariche di tanto dolore... Il dolore di trovarmi lì, bloccato a fianco di una mula, avvolto in teli e bende sotto i quali mi sentivo soffocare, incapace di alzarmi, di correre all’acqua del fiume, di bagnarmici i piedi, di sentirne la freschezza...

La mia, era una prigione totale; solo la voce di mio padre e il sonno del mio spossamento vennero a capo delle sue sbarre.

Poi, un mattino, dissero che dovevamo attraversare il Nilo, un’operazione delicata per via degli animali. Tutto però andò bene: quasi un sogno, in mezzo alla folla densa, fra il rumore dei remi che percuotevano l’acqua, lo sbattere delle vele al vento, e i lamenti dei dromedari. .. Quando infine mi appoggiarono sulla sabbia, fu il più bel regalo che potessero farmi.

Ci furono parole, ci furono canti che salirono in lontananza, poi il nostro gruppetto riprese tranquillo il cammino.

Mi avevano legato al ventre di mia madre con una pezza di tela, così che dovevo tenere la faccia voltata da un lato, il che a volte mi lasciava cogliere certi elementi del paesaggio circostante: quello, fu un altro regalo.

Piccole dune, misere capanne di terra, un pozzo praticato diretta-mente nel suolo, e poi, all’improvviso, qualcosa di più grande, di più forte: accanto a un fragile schermo di verde, si profilava qualcosa che ricordava un recinto, un tempio...

Questo testo è estratto dal libro "Il Libro Segreto di Gesù - Vol. 1".

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Daniel Meurois

Daniel Meurois, amatissimo "viaggiatore astrale" che dal 1980 attinge alle Memorie dell'Akasha per restituirci con autenticità le testimonianze... continua