Lo Psicodramma - La terapia teatrale - Estratto
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Lo Psicodramma - La terapia teatrale

Risoluzione del conflitto psichico

Psicoanalisi, gruppoanalisi e psicodramma

Con il passare degli anni si è evidenziata l’importanza che, per Moreno, ebbe l’aver trascorso gli anni della giovinezza a Vienna e l’essere stato testimone degli sviluppi culturali di quel periodo.

Infatti è opinione di mold che, nonostante Moreno non riconosca tale influenza nei suoi scritti, vi sia nello psicodramma una qualche traccia della suggestione analitica.

Moreno, nonostante non si rammaricò mai di essere cresciuto culturalmente in un territorio di predominio psicoanalitico, sottolineò più volte le lacune e l’arroccamento della teoria freudiana.

Moreno riteneva che l’errore più grande di Freud fosse stato quello di rifiutare, in loto, la componente sociale dell’individuo, ignorando movimenti come il comuniSmo e il socialismo che davano l’opportunità di studiare il gruppo da un punto di vista strutturale nel suo insieme, trascendendo i limiti della soggettività.

Freud aveva rifiutato, come fenomeno sociale, anche lo studio delle religioni, che per Moreno rappresentava uno degli strumenti terapeutici più potenti.

Le differenze tra i due autori sono da ricondurre, oltreché a impostazioni teoriche chiaramente differenti, anche al fatto di appartenere a due periodi storici diversi. Freud, dopo aver visto nascere con il liberismo un periodo di rinnovamento, assistette al dramma della guerra mondiale e al ritorno dell’antisemitismo.

Si trattò di anni storicamente bui, caratterizzati da un quadro scientifico e accademico estremamente classico e conservatore che peraltro Freud, sia per sua personale inclinazione sia perché non vi erano altre valide alternative, lo abbracciò facendone di esso la struttura portante dei suoi costrutti teorici.

Da qui probabilmente deriva anche il setting rigido e artificiale delle sue sedute.

Al contrario, Moreno trasse vigore dal periodo storico postbellico e, con il suo carattere estroverso e creativo, incarnò la voglia di rinnovamento e rinascita cui si stava andando incontro.

Il mondo di Moreno era dunque quello moderno, del futurismo, del surrealismo, che si traduceva con facilità in ogni forma d’arte, di cui proprio la «creatività», come modalità d’espressione, rappresentava questa spinta verso il rinnovamento.

Era questo, inoltre, il periodo storico della crescita industriale e della rivoluzione produttiva segnata dalle tensioni sociali e dai conflitti di classe.

In quegli anni emerge il concetto di gruppo come identità sempre più definita e dominante, soprattutto con lo sviluppo della psicologia sociale americana e con la filosofia del sé della scuola di Chicago, basata sull’interazionismo simbolico di Mead.

Nel pensiero moreniano

Nel pensiero moreniano prende forma l’opinione di Vigotsky che l’evento sociale e quello psicologico sono interconnessi ed è questa chiave di lettura che accompagna tutta la sua teoria, ponendo lo psicodramma tra le nascenti psicoterapie di gruppo e la gruppoanalisi.

Una delle principali differenze tra la psicoanalisi e lo psicodramma consiste, al di là delle loro concezioni teoriche, anche nelle loro modalità di svolgimento.

La prassi moreniana e la psicoanalisi ortodossa presentano un setting molto differente.

Freud incontrava i pazienti nel suo studio, in una situazione ambientale abbastanza artificiale in cui egli, sedendo dietro al lettino dove era disteso l’analizzato, si esonerava da ogni possibilità relazionale.

Moreno contrappone questo tipo di setting, considerato artificiale e circoscritto, a un ambiente che vede incluse più persone; esse non sono scelte casualmente ma vanno a formare il gruppo che osserva la scena, ossia l’uditorio.

Moreno concepisce la seduta psicodrammatica come un momento d’incontro profondo tra persone che, in virtù di un’intesa sul piano psicologico ed emozionale, hanno la possibilità di condividere vissuti e problematiche.

Nello spirito di Moreno, come ho già più volte sopra riportato, acquista importanza fondamentale l’atmosfera di spontaneità e creatività che si crea nel gruppo in quanto è finalizzata a promuovere la libera espressione e rincontro tra i membri che ne fanno parte.

A fronte di queste differenze così tangibili è comprensibile come lo psicodramma, almeno nella sua concezione originaria, sia stato allontanato da ogni possibile accostamento alle teorie psicoanalitiche.

Tuttavia, con il passare del tempo e in seguito al connubio avvenuto in Francia tra lo psicodramma e la psicoanalisi, alcune tecniche psicoanalitiche non furono completamente ignorate dal suo fondatore, che provò a utilizzare le libere associazioni.

L’intento fallì.

Le ragioni furono che le libere associazioni di un soggetto finivano per confondersi con quelle altrui, ma in ogni caso veniva privilegiato in questo modo quasi esclusivamente il momento verbale della comunicazione trascurando quello analogico dei gesti, della mimica, del movimento, che è altrettanto impregnato di informazioni intime sui dinamismi psicologici.

Considerare la comunicazione non verbale antecedente al linguaggio, in quanto espressione primordiale, rappresenta infatti uno dei cardini della filosofia moreniana.

Da un punto di vista teorico, un’altra importante differenza riguarda la concezione della personalità nel suo insieme.

Per Moreno l’io si struttura attraverso l’elaborazione di ruoli significativi per mezzo dei quali l’individuo agisce. La personalità viene concepita come «unica» e «unita» che agisce in funzione della propria spontaneità e creatività.

In questo senso sicuramente l’articolazione e la definizione dell’ego data da Moreno è meno complessa ed elaborata rispetto a quella che emerge dai costrutti teorici di Freud.

D’altronde, oltre che per complessità, le differenze esistono anche per il fatto che i rimandi della teoria moreniana sono di tipo gruppale e quelli freudiani sono di tipo individuale: i concetti di co-conscio e co-inconscio, per esempio per Moreno, vengono considerati stati collettivi raggiungibili all’apice della coesione.

Essi si formerebbero attraverso i ricordi affettivi e quella sorta di linguaggio comune, carico di significati universalmente condivisi, che i componenti di uno stesso gruppo condividono.

Anche la catarsi, che ha un valore elevato nella concezione moreniana, è intesa diversamente da quella psicoanalitica.

Sappiamo che Freud iniziò a interessarsi a questo tipo di fenomeno durante i suoi studi sull’isteria compiuti in collaborazione con Breuer. I due autori ritenevano che la catarsi e l’abreazione fossero intimamente collegate al meccanismo di conversione, secondo cui il sintomo sostituisce quei contenuti psichici non pervenuti alla coscienza, trasformandoli. È grazie all’intervento terapeutico che l’affetto rimosso viene liberato con l’abreazione, dando un senso di sollievo e una guarigione di tipo catartico.

La catarsi in Freud assume un significato più «fisico-organico» che psicologico, Moreno esalta invece più la visione filosofica del termine.

Queste sono le maggiori differenze tra la teoria di Freud e quella di Moreno che, se in origine hanno contribuito a delimitare con precisione i vicendevoli territori, con il passare degli anni si sono progressivamente assottigliate sino a raggiungere un’integrazione negli anni recenti.

Tale opposizione è interpretata da Pines, nel suo intervento al congresso mondiale di psicodramma avvenuto a Buenos Aires nel 1985, in maniera ben più originale.

Essa è rimandata all’opposizione molto antica delle due categorie dell’essere che sono, secondo Nietzsche, anche le due categorie dell’arte: l’apollinea e la dionisiaca.

Nella mitologia greca Apollo è considerato il dio della chiarezza, della distanza, dello spazio ed è il simbolo della conoscenza liberata dal vincolo della volontà (in senso schopenhaueriano) e degli istinti.

Apollo è, dunque, il dio che incarna l’equilibrio, l’ideale a cui tendere, ma che cela in sé, come risvolto negativo della medaglia, stasi, staticità e blocco dello sviluppo.

Dionisio celebra, invece, la vita con la sua tipica sovrabbondanza di energia creatrice che, per la sua forza cieca, può sconfinare anche in un desiderio di distruzione.

Proprio come Pines osserva: «Talvolta ciò che è creativo può anche essere distruttivo» (1985). Dionisio è inoltre il dio dell’ebbrezza e dell’esaltazione; da sempre esso rappresenta il piacere dei sensi e dell’espressione corporea, che travolge e supera i confini delle singole individualità, riportandole a una dimensione fusionale.

L’aspetto dionisiaco, proprio per il suo carattere di squilibrio, rappresenta meglio le fasi del cambiamento, della ricerca...

E tra questi due momenti che, sempre secondo Nietzsche, si snoda l’esistenza umana; allo stesso modo tutta la teoria freudiana si avvale della polarità di eros e thanatos.

Utilizzando questa chiave di lettura, secondo Pines, Freud tendeva durante il settings catturare e controllare l’energia vitale dionisiaca, temendo che essa potesse degenerare, secondo il culto dionisiaco, in manifestazioni talmente esagerate e indomabili da essere distruttive.

In Moreno, all’opposto, sono vivi gli aspetti «dionisiaci» in quanto, attraverso le tecniche psicodrammatiche e l’esaltazione della spontaneità, egli mira a promuovere l’espressione delle energie latenti trasformandole in azione.

L’acting out, tanto temuto dalla psicoanalisi ortodossa, viene vissuto e incoraggiato nello psicodramma classico.

Per Moreno, infatti, le stesse tecniche drammatiche e l’abilità personale del conduttore sono dirette a incanalare l’energia del paziente per condurlo a riappropriarsi consapevolmente dei propri vissuti secondo modalità nuove, accresciute e maggiormente adattive.

Ma non si può sottovalutare l’influenza che la psicoanalisi ha avuto sullo psicodramma; in un certo senso l’evoluzione dello psicodramma passa per la psicoanalisi. È interessante notare come, secondo certi autori, questo passaggio rappresenterebbe un salto di qualità, nella maniera in cui l’uno e l’altro uniti sul medesimo fronte terapeutico creerebbero una forza nuova in grado, continuando la metafora di Pines, di riunire sotto lo stesso tetto i due momenti psicologici dell’essere: il dionisiaco e l’apollineo.

La Schutzenberger ritiene che, nonostante l’ostinato disappunto nei confronti delle tecniche analitiche, Moreno negli ultimi anni della sua vita si sia avvicinato molto ai movimenti analitici, mentre un numero sempre maggiore di psicoanalisti avrebbe utilizzato lo psicodramma e la psicoterapia di gruppo.

Questo argomento introduce la gruppoanalisi e, in special modo, lo psicodramma analitico.

Gruppoanalisi e psicodramma

L’ipotesi di un accostamento tra la teoria psicodrammatica e la psicoanalisi passa inevitabilmente da un raffronto, seppur sommario e poco approfondito, con la corrente gruppoanalitica.

Moreno, per le sue intuizioni a quei tempi innovative, è considerato uno degli anticipatori delle tecniche gruppali che, insieme ad altri pionieri, agli inizi del Novecento avevano iniziato a osservare il gruppo con un certo interesse psicologico, nonché clinico.

Nel 1927 Trigant Burrow dimostrò uno spiccato interessamento psicoanalitico, applicato alle aree sociali. Nel corso dei suoi studi egli riconobbe nel gruppo un valido strumento terapeutico.

Concetto basilare della sua teoria della personalità era la concezione di una dimensione «sociale», con aspetti istintivi e innati, in cui anche i disturbi nevrotici venivano ricondotti a problemi di socializzazione.

L’efficacia clinica, dimostrata da diversi studi, spinse altri psicoanalisti americani tra cui Slavson, Wender, Schilder a imboccare anch’essi questa strada e, in breve tempo, fu avviato un indirizzo di psicoterapia di gruppo caratterizzato da due aspetti principali:

  • l’interesse propriamente più applicativo e terapeutico che tralasciava una riflessione teorica sul gruppo;
  • il tentativo di spostare nel gruppo i metodi classici della psicoanalisi individuale.

Come osserva Pauletta: «Si può dire che il gruppo in quanto tale rimane estraneo alla psicoanalisi, mentre è la psicoanalisi che va nel gruppo» (Pauletta, 1990, p. 17).

In Europa, in seguito alle vicende politiche del tempo, gli psicoanalisti si videro più impegnati a difendere le loro teorie, che non a elaborarne degli sviluppi. Solo durante il periodo bellico e postbellico, dopo tutto il lavoro psicoterapeutico svolto con i soldati, si iniziò a guardare al gruppo con un certo interesse clinico c teorico.

Alcuni psicoanalisti inglesi, tra i quali Ezriel, Bion e Foulkes, diedero al gruppo una connotazione specifica, diversa da quella individuale e lo posero come oggetto di studio nel suo insieme.

Secondo questo filone il gruppo acquisiva una sua dignità distinta e veniva concepito nella sua dimensione unitaria, al di là della sola somma dei membri di cui era composto.

È opinione di Moreno, ma anche di altri autori, che la medicina scientifica abbia posto l’origine del malessere psicofisico sempre e solo esclusivamente nel singolo individuo, senza considerarne la dimensione extraindividuale.

Moreno si attribuisce il merito di aver cambiato il locus della terapia, dopo quello ovviamente della diagnosi, ossia di aver compiuto uno spostamento dell’attenzione e dell’interesse dal singolo al gruppo e alle sue modalità di funzionamento.

Certamente, oltre al cambiamento del locus della terapia, ha anche individuato un nuovo «agente» della terapia stessa.

Non più un singolo soggetto in veste di terapeuta si fa agente di cambiamento ma più individui insieme, in gruppo.

Più precisamente, ciò che contraddistingue la terapia di gruppo è la possibilità per cui ogni individuo diventa terapeutico per gli altri, in cui «l’agire insieme», la co-azione, è il risultato di scambi tra le persone a diversi livelli comunicativi: psicosomatici, sensoriali, fisici...

Come osserva Paola De Leonardis, questa reciprocità avviene: «... in un’alternanza fra i due poli esistenziali che segnano l’essere nel mondo, vale a dire il polo della perfetta fusionalità e il polo della precisa individuazione» (1994, p. 169).

Lo psicodramma, come la gruppoanalisi, è una psicologia della ragione sociale, in quanto contiene in sé il concetto di collettività.

Interessante anche l’osservazione di Montesarchio sul significato della parola gruppo: «L’etimo della parola gruppo è alla base del duplice significato di porre armoniosamente in ordine gli uni accanto agli altri, in un’ottica apollinea e di riunire, senza alcun ordine nell’indifferenziazione, secondo un aspetto dionisiaco» (1987, p. 91).

In ogni caso lo psicodramma, essendo una tecnica attiva, invita a una riflessione sul significato che può avere «l’agire» in ambito psicoterapeutico.

Ritengo, infatti, che uno dei contributi più interessanti offerti dalla cultura gruppale delle tecniche psicodrammatiche sia proprio l’aver aperto la possibilità di utilizzare il linguaggio non verbale come veicolo di significati e contenuti interni.

Restano tuttavia delle differenze fondamentali tra l’approccio moreniano e altre psicoterapie di gruppo, nonostante ci sia l’attuale tendenza di queste ultime a integrare gli incontri ricorrendo all’utilizzo di metodi attivi. In particolare il problema dell’agire, dell’acting out presenta una serie di implicazioni che rimandano a concezioni teoriche di fondo diverse.

Mentre per Moreno V acting out assume un valore terapeutico grazie agli aspetti catartici legati alla drammatizzazione, al contrario nella dimensione analitica, dove la comunicazione si svolge su un piano squisitamente verbale, il passaggio all’atto è considerato in secondo piano se non regressivo.

Per Foulkes (1975) «l’attività del gruppo è un processo di comunicazioni verbali sotto forma di discussione libera e non pianificata» ed è attraverso il linguaggio verbale che si rendono partecipi gli altri delle proprie esperienze.

Foulkes e altri autori riservarono sempre nei confronti delle tecniche psicodrammatiche un certo scetticismo, pur utilizzandole in alcune occasioni.

Secondo questa corrente il passaggio all’atto era considerato un venir meno alla regola fondamentale, in quanto il soggetto cessava di esprimersi con le parole.

Lo psicodramma analitico

Lo psicodramma analitico può considerarsi una «variazione sul tema» di quello classico e «una sintesi tra lo psicodramma e la psicoanalisi» (D. Anzieu, Lo psicodramma analitico del bambino e dell’adolescente, 1978).

In un certo senso lo psicodramma analitico, oltre che un’evoluzione a livello di «rimaneggiamento» della tecnica di base, comportò anche un salto di qualità, in quanto psicodramma e psicoanalisi uniti sul medesimo fronte terapeutico si rivelarono una forza nuova e potente.

Il tentativo di riunire, secondo l’originale interpretazione di Pines, i due momenti psicologici dell’essere: il dionisiaco e l’apollineo sembra riuscire in Francia e in Argentina.

Lo psicodramma classico, secondo le affermazioni di Moreno, non consisteva in uno psicodramma individuale che si svolge in presenza di un gruppo che «assiste», ma si trattava di una vera e propria esperienza in gruppo nella quale la comunicazione raggiungeva livelli profondi attraverso l’incontro telico tra i partecipanti. In realtà, con l’incremento delle successive teorie gruppali, le concezioni classiche dello psicodramma moreniano sembrarono più una forma di analisi individuale fatta in gruppo che non una vera e propria forma di gruppoanalisi.

Nonostante Moreno dichiarasse nei suoi scritti che non esiste un luogo specifico dove fare psicodramma e che può essere «messo in scena» ovunque, i francesi colsero un limite nel suo tipo di struttura architettonica: l’uditorio, ossia l’insieme delle persone che osservano la scena, siedono tutti rivolti verso la scena ed essendo disposti a file parallele (proprio come a teatro!) si danno tutti reciprocamente le spalle. In questo modo, ogni spettatore vivrebbe la carica emotiva prodotta dalla scena solo entrando in sintonia con il protagonista, in un processo diadico più che non muldplo.

Gli psicodrammatisti di scuola analitica, cercando di sopperire a questa mancanza, iniziarono a introdurre come prassi ricorrente (forse anche per un più comodo svolgimento nelle stanze delle strutture pubbliche!) la riunione a cerchio o a semicerchio.

In proposito, è importante ricordare che lo stesso Moreno ha fatto una distinzione tra lo psicodramma e il sociodramma, dove quest’ultimo è considerato una speciale forma di psicodramma, durante la quale il gruppo aveva la consegna di osservare e indagare la sua struttura interna.

Nonostante Moreno non abbia mai fatto esperienza di psicodramma in gruppi «estesi nel tempo» (caratteristica questa più tipica della tradizione psicoanalitica), ma per la maggior parte svolti in periodi brevi, spesso intermittenti e intensi, egli sentì ugualmente la necessità di utilizzare uno strumento che rilevasse le distanze-vicinanze tra i partecipanti al gruppo.

Il test sociometrico consiste nell’invitare le persone a un confronto diretto le une verso le altre esprimendo le proprie simpatie e preferenze o antipatìe e avversioni.

Secondo Moreno un periodico utilizzo della valutazione sociometrica favorisce nel gruppo una coesione sincera e profonda. Questo aspetto nello psicodramma analitico è maggiormente ampliato e non con carattere di intermittenza, sicuramente almeno per due ragioni. Innanzitutto, la variabile tempo, più prolungata e continuativa, porta inevitabilmente il gruppo non solo a «sentirsi emotivamente» ma anche a parlare di sé, come se in esso vi fossero valenze consce e latenti degne di essere espresse almeno tanto quanto quelle personali. E in secondo luogo il piccolo gruppo, più raccolto e coeso, accede a questa dimensione di «condivisione profonda» più rapidamente e più intensamente.

Ovviamente, anche lo psicodramma analitico può essere «fatto» in diversi modi.

A seconda di chi lo conduce e a seconda del momento prevalente del gruppo, esso può avere una valenza più «individuale» o più «gruppale». Questa altalenante alternanza di aspetti diversi rappresenta, a mio avviso, il bisogno di «alterità» e quello di «fusionalità» che continuamente si intrecciano nel percorso psicoterapeutico. Come osserva Paola De Leonardis: «Sia nel singolo che nel gruppo è esperienza clinica corrente, oltre che esperienza di quotidiana vita di relazione, il fatto che dalla persistenza di uno stato fusionale sbocci un desiderio di individuazione, e viceversa che uno sforzo di individuazione sia seguito da un desiderio di fusione» (1994, p. 164).

Nello psicodramma psicoanalitico, sebbene si mantengano i presupposti fondamentali della teoria moreniana, vengono utilizzate importanti riforme: la catarsi non è più fine a se stessa, ma prelude l’analisi del significato latente dei contenuti espressi; anche il transfert non viene utilizzato solo durante la drammatizzazione ma diviene un comune denominatore di continue analisi e interpretazioni. Anche da un punto di vista strutturale compaiono dei cambiamenti: i membri del gruppo, come ho anticipato più sopra, sono riuniti in cerchio e le drammatizzazioni (dei contenuti delle loro discussioni) avvengono al centro del cerchio, che acquisisce le caratteristiche di un palcoscenico immaginario. Al posto del «direttore» moreniano sono presenti in seduta due terapeuti, generalmente con funzione alternata di conduttore e osservatore, poiché in questo modo è possibile conferire al conduttore del gruppo una valenza realmente analitica, in quanto si conserva nell’osservatore quella neutralità che favorisce il transfert.

Alla fine l’osservatore spesso restituisce al gruppo e al singolo un’interpretazione cercando di trovare un filo conduttore che dia significato e linearità al contenuto emerso.

Inoltre, secondo la tradizione di Anzieu, i conduttori dovrebbe addirittura essere di sesso opposto per riprodurre, nella coppia terapeutica, quella genitoriale.

Altre importanti novità vengono introdotte: per quanto riguarda il luogo dove fisicamente si svolge lo psicodramma, viene persa l’abitudine di creare atmosfere particolari tramite l’utilizzo delle luci e di oggetti utili alla messa in scena. In ambito analitico infatti, a differenza di quello classico, non è importante la reale autenticità degli eventi simulati, quanto piuttosto i contenuti mentali, emotivi e affettivi che li sottendono. Secondo i presupposti teorici di Lemoine (che richiamano quelli di Lacan) il gruppo di psicodramma analitico si situa su un piano irreale, mirando all’incontro dell’immaginario col simbolico, per arrivare al reale.

Soprattutto, secondo la tradizione squisitamente analitica, le tecniche psicodrammatiche vengono utilizzate per favorire l’espressione di materiale conflittuale inconscio e il terapeuta ha il compito di ricollegare la scena manifesta alla scena latente, osservando anche i movimenti transferali nei confronti della coppia terapeutica. Inoltre, sempre al servizio di tali obbiettivi, vengono utilizzate le tecniche che Moreno aveva messo a punto nella sua teoria originaria (l’inversione di ruolo, lo specchio, il doppio).

Lo psicodramma triadico

La particolarità dello psicodramma triadico è quella di essere centrato sul gruppo e di sintetizzare nella sua conduzione e nella concezione teorica la psicoterapia di gruppo (o analisi di gruppo), la dinamica di gruppo (o sociometria) e lo psicodramma. Esso nasce dall’integrazione dell’opera di Freud con quella di Kurt Lewin e di Moreno.

In questa concezione il gioco psicodrammatico, oltre a rappresentare il mondo interno del protagonista, incarna e fotografa anche il «qui e ora» del vissuto del gruppo nel suo insieme. L’azione terapeutica è rinforzata dall’azione del gruppo che, al pari del singolo, produce materiale significativo ai fini dell’analisi e dell’ interpretazione. Acquistano anche un’evidenza gruppale quegli aspetti e accadimenti, che generalmente vengono valutati nel singolo, come gli atti mancati, i lapsus, le dissonanze di comportamento, i silenzi.

Anche in questo caso è presente sempre una coppia di terapeuti, preferibilmente uomo e donna, e un’équipe di osservatori e io-ausiliari. Lo psicodrammatista a differenza di quanto accade nello psicodramma analitico non partecipa mai alla drammatizzazione, ma fa giocare gli altri. Infatti è suo compito analizzare la dinamica di interazione del gruppo, le sue eventuali resistenze, il transfert, il rapporto di dipendenza tra i membri del gruppo tenendo conto che il transfert è vissuto a diversi livelli di profondità.

Lo psicodramma triadico è stato utilizzato anche con i bambini. In tal caso il gruppo si riduce numericamente, contando dai quattro agli otto membri, mentre quello degli adulti comprende dagli otto ai quindici pazienti al massimo.

La formazione dei terapeuti che utilizzano un approccio di questo tipo richiede di essere completata da una preparazione adeguata sulle teorie e le tecniche proprie della dinamica di gruppo.

Le tecniche di gioco sono sostanzialmente quelle dello psicodramma classico ma è importante cogliere il vissuto del gruppo. La Schutzenberger sostiene che: «Non si può fare gruppi, fare psicoterapia individuale o di gruppo, psicodramma, formazione, insegnamento senza osservare; va da sé che uno psicoterapeuta deve essere innanzitutto un’osservatore discreto, attento e comprensivo di ciò che succede nel gruppo, in lui stesso, tra lui e il gruppo e in ciascun individuo» (Schutzenberger, 1972, p. 77).

Il protagonista esprime se stesso e il gruppo, quindi la decodificazione non può che avvenire sui due versanti. Lo psicodrammatista triadico perde grinta e coinvolgimento rispetto a quello moreniano, osservando anche la regola di esprimere il minimo di calore utile e di astenersi da rapporti personali al di fuori del gruppo.Questo testo è estratto dal libro "Lo Psicodramma".

Questo testo è un'estratto del libro "Lo Psicodramma".

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