Mitakuye Oyasin - Alessandro Martire - Estratto
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Mitakuye Oyasin - Anteprima del libro di Alessandro Martire

Gli indiani nell'America contemporanea

La via tradizionale

Nella via tradizionale Lakota, e dei nativi in genere, donare agli altri prima di chiedere è un segno vitale di rispetto. Spesso, quando cerchiamo nelle praterie dell'erba come l'ar-temisia lodoviciana o l'erba ierocloe, che serve anche per la purificazione, prima di raccoglierla offriamo sempre del tabacco. Quando ci rivolgiamo a un Anziano per chiedergli un insegnamento, oppure quando chiediamo a un intercessore del Sacro di aiutarci a pregare, dobbiamo sempre, prima, offrire del tabacco. Perché il tabacco, bruciando, porta in alto le nostre preghiere, è un divino fumo, come lo spirito, e quindi è Wakan (sacro). Quando si offre il tabacco come dono a un Anziano è un segno di rispetto per la sacralità e la conoscenza che egli ha, e che ci può trasmettere.

Nella tradizione culturale nativa, prima dell'arrivo degli invasori europei, il senso della «giustizia» all'interno di un nucleo sociale era strutturato sulla prevenzione di comportamenti criminosi, attraverso un sacro equilibrio socio-relazionale e la pratica costante di alcune virtù cardine per i Lakota, come l'onestà e la generosità. Quando un problema si manifestava, si «curava» la situazione di sbilanciamento (Sicha) attraverso la ricomposizione di una realtà in equilibrio e armoniosa. Quando, appunto, si era in presenza di uno scontro o di una discussione anche accesa con un'altra persona, ci si doveva recare da lei per rinnovare il buon senso e l'equilibrio che erano venuti meno, non attraverso la presentazione di scuse o la discussione per capire di chi aveva ragione o torto, ma semplicemente rigenerando il bilanciamento fra Washte e Wakan.

Il senso di «giustizia», sempre prima dell'imposizione delle leggi della presunta civiltà superiore dell'uomo bianco, era lontano dal ricercare una verità oggettiva, perché la tradizione ontologica originaria non prevede una sola realtà oggettiva oltre la nostra percezione delle cose, qualcosa di oggettivamente valido per la comunità intera; bensì si compie attraverso un'integrazione armoniosa delle molteplici variabili della percezione soggettiva di ogni singola persona. Non ci si focalizzava sull'attenta analisi di «chi avesse fatto cosa» e di «cosa qualcuno aveva fatto a un altro», si andava a un livello superiore rispetto ai singoli fatti accaduti e non si poteva tornare indietro: semplicemente si prendeva atto di un forte squilibrio nel concetto originario di Mitakuye Oyasin e si cercava, tutti assieme, di ripristinare la plastica e armoniosa forma di equilibrio che per qualche ragione era venuta meno.

C'era un'offerta di pagamento, in beni di prima necessità, da parte di chi aveva messo in pericolo l'equilibrio sociale a favore del soggetto o dei soggetti posti in disequilibrio. Ovviamente, a livelli più gravi, per avere nuovamente l'equilibrio nella realtà del clan, vi potevano essere, come extrema ratio, altre forme di punizione e sanzione sociale, come la pubblica onta, l'allontanamento dal campo, la requisizione di beni personali, l'uccisione del proprio cavallo, fino all'uccisione del reo, ma questo aspetto è stato sempre assai raro fra i nativi in quanto la vita di ogni essere vivente è l'aspetto più sacro che esista, quindi togliere una vita doveva essere riservato a qualcuno che aveva messo a repentaglio 1'esistenza dell'intera comunità.

Ogni conflitto era sempre, o quasi sempre, oggetto dell'intervento di altri appartenenti al clan prima che sfociasse in forme violente con pericolo sia personale sia per il clan stesso. In genere, se un conflitto fra due soggetti sorgeva, era dovere morale di colui che aveva creato la situazione di disequilibrio, anche se profondamente convinto di non aver commesso alcun male, recarsi dalla persona che si riteneva ferita e offesa e presentare un dono, quale segno di pace e di armonia e per ripristinare pacificamente il conflitto sorto. Molto spesso a un bene materiale si accompagnavano delle erbe ritenute sacre, come l'artemisia lodoviciana (comunemente chiamata Sage o «salvia»), l'erba ierocloe (comunemente conosciuta come Sweet Grass).

Come già evidenziato, per i nativi anche i sogni e le visioni svolgono un ruolo fondamentale nella vita; quindi se anche un soggetto avesse avuto un sogno negativo verso un'altra persona conosciuta, la mattina seguente, al risveglio, doveva portargli un dono proprio perché il concetto è che spesso i sogni sono precursori di ciò che accadrà, quindi anche il sognare in maniera «sbilanciata» doveva essere immediatamente oggetto di riequilibrio.

Da quanto esposto si capisce come il concetto tradizionale nativo di rispetto sia alla base di ogni relazione, personale e a livello di struttura sociale, dalla più piccola come la famiglia alla più estesa, il clan, la tribù, la nazione. Rispetto sia per la percezione personale sia per la percezione collettiva delle cose, in quanto, secondo la via tradizionale, non esiste una percezione, o verità, unica e valida per tutti, bensì esiste una percezione personale, e la somma di tutte le percezioni personali forma la percezione collettiva; là dove la percezione personale entra in qualche modo in conflitto con la percezione generale si ha la condizione di Sicha, di sbilanciamento, e uno sforzo collettivo è necessario per ripristinare il bilanciamento ordinario.

Nella tradizione e spiritualità nativa non esiste il concetto di colpa (personale e collettiva), ma esiste il concetto di responsabilità (soggettiva e collettiva), quindi io sono responsabile delle mie azioni, ma allo stesso tempo sono responsabile di ciò che avviene nel nucleo sociale dove vivo. Il nativo tradizionalista non ha il senso della soggettività, bensì il concetto dell'ap-partenere e essere utile a una collettività. Solo attraverso la responsabilità personale e collettiva la società può progredire ed essere in perfetto bilanciamento tra il senso ordinario quotidiano della vita (Washte) e il senso sacro di ogni momento della vita (Wakan), entrambi parti di un'unica realtà.

Concetti come onore e rispetto

Concetti come onore e rispetto non rappresentano qualcosa di soggettivo, di personale, ma sono Wakan: ognuno è personalmente responsabile di essi, così come ogni persona ha la responsabilità di custodire la sacra pipa, di svolgere un sacro rituale: responsabilità collettiva, e non personale. L'onore è un qualcosa di sacro e deriva dalla conoscenza tradizionale, dalla comprensione e dall'intendimento corretto dello svolgimento di ogni sacro rituale, in quanto questi elementi ci ricordano costantemente chi siamo e quale deve essere la nostra responsabilità, sia a livello personale sia a livello collettivo, e ci fanno comprendere il ruolo che ognuno deve avere all'interno del suo gruppo sociale. La condivisione di queste conoscenze, di queste comprensioni tradizionali, fa sì che il gruppo si rappresenti in me e io, a mia volta, rappresenti il gruppo.

Un esempio che mi riguarda è il nome che personalmente mi è stato, con onore, assegnato dalla nazione Lakota: Oyatenakicijipi. Significa: «Colui che parla», o «colui che rappresenta la sua gente». Esso rappresenta esattamente il concetto di responsabilità che mi fu conferito dalla nazione Lakota Sicangu di Rosebud, quando mi fu chiesto di essere uno strumento di diffusione della loro cultura, per rappresentare il popolo e la lotta dei loro diritti umani in questo «tempo» moderno; è una responsabilità che è stata posta su di me e che, allo stesso tempo, rappresenta un onore. Ma non vi può essere onore separato dal concetto di responsabilità collettiva per il popolo. L'onore lo si ottiene non per discendenza genealogica, bensì per concrete azioni positive svolte in aiuto e in favore del popolo, quale loro strumento per il sacro bilanciamento fra Washte e Wakan.

Tali aspetti, come il nome, riflettono i concetti su esposti. Possiamo dire, in termini generali, che i nomi a livello tradizionale provengono da:

  • da un sogno potente e particolare;
  • da una visione avuta a livello personale o da un Anziano;
  • da un cambiamento significativo della propria vita;
  • a seguito di un'azione socialmente riconosciuta.

I nomi dati ai bimbi e ai giovani sono generalmente temporanei. I bimbi si definiscono come Okslila (bimbo) oppure, per le femmine, Wichinchila-, i ragazzi sono definiti come Ta-kojas. In età adulta, poi, si riceve il nome che sarà portato sino alla morte fisica e col quale si sarà ricordati all'interno della comunità.

Nel mondo tradizionale nativo, il nome non lo scegliamo noi stessi, ci viene dato in genere dagli Anziani o durante un cerimonia, ma rappresenta sempre delle virtù o qualità che il soggetto deve seguire per la sua breve parentesi terrena, una sorta di indicazione. Ogni nome ha un significato connesso alla tradizione e spesso al servizio che il soggetto ha reso o dovrà rendere al popolo. Così come può avere un senso essenzialmente sacro. I nomi rappresentano qualcosa di sacro, connesso a tutte le forme di vita che ci circondano e che, con la loro presenza, ci rivelano la sacralità della vita stessa.

Lo scorso giugno

Lo scorso giugno presso il campo sacro di mio fratello adottivo Moses Brings Plenty, quando alle 4,30 del mattino fummo svegliati per andare a prendere il sacro pioppo oltre il fiume Cheyenne, mentre i mie fratelli con sacralità pregavano e prendevano l'albero con le sue radici, osservavo il contesto attorno a me. Il fiume, il vento, le foglie degli alberi che col loro fruscio rivelavano la vita e lo spirito dell'albero stesso, il piccolo falco coda rossa nel suo nido che ci osservava con attenzione, egli stesso parte della sacra cerimonia: tutto manifestava l'immensa sacralità del tutto e mi ricordava i nostri antenati nativi che avevano nomi collegati a tutte queste sacre forme di vita.

Come nonno Leroy «foglia che vibra al vento», come «falco rosso», come «fiume che scorre», come «erba che si flette al vento» o «come ragazzo di pietra». Tutto ciò che osservavo portava la memoria della nostra gente, di coloro che avevano dato la loro vita per il nostro popolo. Adesso loro erano tutti lì presenti con noi, tramite le forme di vita che con i loro nomi ricordavano coloro che avevamo amato.

Mi venne allora da pormi una domanda: ma come possono oggi i giovani, delle società moderne, rinchiudersi davanti a un computer in una stanza, con le cuffie nelle orecchie, ascoltando spasmodicamente musica virtuale o credendo di avere migliaia di amici virtuali, mentre invece sono, in realtà, soli più di chiunque altro! Come possono giovani che viaggiano attraverso le praterie, terre a noi sacre da miglia di anni, stare con gli occhiali da sole, gli auricolari dello smartphone nelle orecchie, in uno stato mentale assente, quasi di sonnolenza e torpore, rendersi conto della vita che scorre là fuori, piena di sacralità? Senza neppure domandarsi la storia dei nomi di quei luoghi antichi e ancestrali, senza neppure notare le foglie degli alberi accarezzate dal vento o udire il verso del coyote al tramonto? Davvero questa società moderna e globalizzata sta conducendo le nostre future generazioni verso un annichilimento del cervello, in modo che perdano ogni contatto con gli aspetti più belli e i doni del Creatore di tutte le creazioni, che perdano la gioia della vita e diventino sempre più schiavi di una falsa e virtuale realtà, artatamente creata dall'uomo moderno per controllare sempre di più le emozioni, le menti e le azioni, per fare di noi degli automi comandati da fili invisibili tirati da pochi «burattinai»!

È la capacità di essere in armonia e allo stesso tempo in contatto con tutte le forme di vita, e con le vibrazioni e le energie spirituali che sono intorno a noi, che alcune persone native tradizionaliste sono ancora oggi in grado di suscitare aprendo dei canali di contatto con gli spiriti di tutte le forme della Creazione, e tramite esse, aiutando i soggetti che chiedono la loro intercessione spirituale. Sono aspetti che nella società moderna sono rarità, perché le persone sono troppo lontane da ogni forma di contatto col sacro e sono avvolte da una virtuale e personale verità, imposta loro dalla moderna tecnologia o da fedi dogmatiche desiderose solo di controllare loro e le loro attività al fine di ottenere una supremazia sugli individui e sulla società.

Nella cerimonia Ywuipi l'intercessore del Sacro

Nella cerimonia Ywuipi l'intercessore del Sacro entra in contatto con queste energie antiche e moderne, con gli spiriti di tutte le forme di vita, e con esse aiuta i postulanti che partecipano al rito per le più diverse ragioni, siano esse di sbilanciamento psichico, mentale o fisico (come una malattia o la ricerca di sé stessi). Ecco allora che l'intercessore del Sacro nativo, entrando in contatto con queste forme di spiriti e di energie, diviene un canale di trasmissione capace di ristabilire l'equilibrio dentro e fuori di noi, ed ecco che il Washte e il Wakan ritrovano la loro originaria forma di equilibrio, riportando a livello personale e generale l'equilibrio e sanando la situazione di Sicha che poteva essersi creata. Nella spiritualità nativa, l'ho già detto, non abbiamo alcuna forma di «sciamanesimo», in quanto etimologicamente tale condizione è propria di altri popoli, ma abbiamo una forma di canale spirituale col Sacro; queste forme rituali tradizionali native non possono essere studiate sui libri, ma devono essere praticate a livello fisico, mentale, amimico e spirituale. Questi aspetti di coinvolgimento (fisico, mentale, amimico e spirituale) devono essere vissuti affinché a ogni livello si abbia l'esatta percezione (come detto in precedenza) sia personale sia collettiva, del rito stesso, e affinché si possa avere una consapevolezza e conoscenza del Sacro.

Per spiegare meglio questo concetto, così come ho potuto apprenderlo in 33 anni di vita con i Lakota tradizionalisti, è come se io avessi completato il percorso di studi universitari per diventare un affermato chirurgo. Posso aver superato con lode ogni esame, posso aver redatto una tesi da 110 e lode, ma se non ho ancora materialmente fatto un intervento chirurgico e non ho accumulato esperienza che mi dia consapevolezza, probabilmente quando opererò qualche comune mortale di semplice appendicite lo manderò al Creatore.

Ecco perché i tradizionalisti oggi sorridono dei cosiddetti wannabe, i bianchi occidentali che, in buona fede e armati delle migliori intenzioni, sono desiderosi di conoscere le ritualità e la tradizione dei nativi del Continente della Tartaruga, di cui hanno letto in qualche libro più o meno autorevole o di cui hanno fatto esperienza nel corso di un viaggio di due o tre settimane in riserva. Questo non è possibile per i nativi americani, semplicemente perché la spiritualità e sacralità deve essere vissuta in maniera tradizionale, esattamente nel modo in cui i nostri antenati ce l'hanno tramandata! È semplice!

Avendo parlato di come venivano conferiti i nomi a livello tradizionale, ricordo che alla fine del XIX secolo - il periodo della collocazione forzata nelle riserve dei nativi, con la cristianizzazione forzata nelle Boarding Schools, dove i bambini strappati ai loro genitori venivano forzatamente collocati e dove il motto era: «Uccidi l'Indiano per salvare l'Uomo» - iniziò la pratica di obbligare i bambini nativi a dover scegliere un nome cristiano dalla Bibbia e nel caso in cui i bimbi si fossero rifiutati restavano senz'acqua e cibo e senza il diritto di parola. In questo modo si forzarono questi giovani a dover dimenticare i nomi tradizionali, l'identità della loro cultura e dei loro antenati: ecco perché oggi un nativo spesso porta un nome che deriva dalla tradizione monoteistica cristiana e poi, a seguire, il cognome della sua famiglia, come ad esempio mio fratello adottivo che si chiama Moses Brings Plenty. «Moses» rimanda dritti alla figura carismatica del Mosé biblico, mentre «Brings Plenty» è il cognome originario tradizionale.

Purtroppo si deve evidenziare che, anche oggi, nelle riserve, spesso i nomi che vengono dati ai nuovi nati hanno un riferimento che non ha alcuna corrispondenza con le antiche tradizioni. Tale aspetto è la diretta conseguenza dell'opera di «spersonalizzazione» perseguita dall'uomo bianco per cancellare e far dimenaticare ai nativi il loro retaggio ancestrale culturale.

Fortunatamente oggi i giovani ricevono spesso un nuovo nome, al di là di quello imposto, in occasione della loro partecipazione a cerimonie e rituali, dove ritrovano la loro identità, non solo spirituale, ma anche culturale e tradizionale, grazie all'incessante lavoro di alcuni intercessori del Sacro che con determinazione ri-insegnano ai giovani l'originale forma e l'impostazione mentale tradizionale.

Questo testo è l'estratto del libro "Mitakuye Oyasin".

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