Nuove Storie - Uno
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Nuove Storie - Uno - Anteprima del libro di Bert Hellinger

Tante storie e ognuna per sé, come se ognuna fosse un libro compiuto

Lontano

Ci sembra di muoverci costantemente dal vicino verso il lontano. Per esempio dalla nostra nascita alla fine dei nostri giorni, quindi dall’inizio della vita fino all’ultimo respiro.

La fine di tutto è dunque in lontananza, in una lontananza vicina come l’attimo presente oppure lontanissima in qualcosa che ci appare infinito. Tuttavia dal momento che esiste e finché esiste ci appare tangibile, come se la potessimo afferrare. Tutto ciò che non comprendiamo ci appare lontano. Per esempio il respiro successivo. Lo possiamo dimenticare? Possiamo comprenderne le dimensioni, nuove e diverse in ogni istante? Dunque ci inganna perfino il respiro successivo, anche se giunge a noi da lontano, da una distanza per noi infinita.

Lo stesso vale per le relazioni, soprattutto per quelle più strette. Più strette sono, più lontane percepiamo le loro dimensioni. Soprattutto le dimensioni dell’amore fra uomo e donna. Che cosa può essere più profondo e lontano? Esiste qualcosa di più vicino e allo stesso tempo di più profondo e grande? Esiste qualcosa di più lontano dal nostro volere e dal nostro desiderio e che, nel contempo, ci attrae così tanto? Vicino e lontano allo stesso tempo?

Ed è per questo che viviamo l’amore e la felicità in ogni istante come un respiro lontano, profondamente presente e allo stesso tempo inafferrabile.

La domanda è: come possiamo entrare profondamente in armonia con questa lontananza? Possiamo aspettarla come se prima o poi venisse a noi?

I suoi effetti sono sempre vicini, talmente vicini da sentirci un tutt’uno con essi, ma senza poterla trattenere, esattamente come non riusciamo a trattenere il nostro respiro. Viene e va. Da dove? Verso dove? Da qualcosa di lontano verso qualcosa di lontano, così come la nostra vita e la nostra felicità.

Tuttavia resta nell’attimo, nell’istante vicino e in lontananza, nella lontananza presente e transitoria.

Questa lontananza è una lontananza vicina, una lontananza compiuta e ciò nonostante passeggera, la nostra lontananza qui. Come viviamo questa lontananza nel modo più completo? Come viviamo la sua lontananza?

In raccoglimento e in silenzio, come se fossimo giunti a un punto determinante. In esso ogni pienezza è presente, presente infinito, presente che dura, presente che ama, aperto a tutto ciò che sarà, presente, sempre presente.

Bussare

Qualcuno bussa perché vuole entrare. Per questo immaginiamo che anche la morte bussi quando arriva il nostro momento. Non siamo noi però ad aprire la porta. È lei che afferra la maniglia e l’abbassa.

Quando è l’amore a bussare alla nostra porta noi siamo ansiosi di abbassare la maniglia, pieni di aspettative e con il cuore che accelera i battiti. Con l’amore bussa alla nostra porta anche la vita, la vita compiuta, perché dopo un po’ bussa alla nostra porta una nuova vita con il cuore di un bambino di fronte a cui, nell’attimo in cui scorge la luce del mondo e inizia a respirare, spalanchiamo la porta della vita. Tutto ciò che rende la nostra vita ricca bussa, anche ciò che la minaccia. La domanda è se siamo pronti ad aprire le porte oppure se pensiamo che qualcos’altro, che le si oppone, abbia la precedenza.

Questo ci spinge spesso a sprecare l’essenziale. Invece di farlo entrare, la nostra indifferenza lo spinge ad allontanarsi. Talvolta a bussare alla nostra porta è una malattia. Invece di aprirle, cerchiamo di bloccare la porta in modo che non si avvicini e non ci schiacci, a terra o a letto, senza chiederci chi o cosa realmente stia cercando di entrare. Così, solo perché non vogliamo rendercene conto, rischiamo che ci sfugga qualcosa che, nascosto dietro la malattia, potrebbe salvarci la vita, che ci appartiene e che il nostro cuore ha atteso a lungo che si presentasse a bussare. Per esempio, un bambino che non è potuto arrivare o restare. Se lo prendiamo fra le braccia e lo accogliamo nel nostro cuore, la malattia può andarsene. Abbiamo accolto qualcosa, e qualcosa che ostacola una vita piena può andarsene per sempre.

Spesso a bussare è qualcosa di inaspettato. Come una parola o una frase che ci lascia stupefatti come una promessa. Tutto d’un tratto sappiamo ciò che per tanto tempo ci è mancato: qualcosa che ci indicasse la strada per andare avanti. Finalmente riusciamo a compiere il passo successivo. Ci meravigliamo di quanto abbiamo dovuto attendere. Ora però possiamo compierlo. Talvolta è come un passaggio a una dimensione più vasta.

Chi ha bussato? Un amore consapevole, che ci prende per mano e ci fa superare una soglia.

Tutto d’un tratto un’altra stanza si apre di fronte a noi, una conoscenza diversa, una capacità diversa e un coraggio diverso. Qui possiamo restare, finalmente a casa.

Il buio

Il buio è vasto, più vasto della luce. Va oltre la luce, verso uno spazio infinito. Al contrario della luce, non conosce limiti. La luce lo penetra solo fino a un certo punto. Ciò vale per tutto ciò che associamo alla luce, per esempio la chiarezza, l’illuminazione, la conoscenza, la consapevolezza, anche la verità e tutto ciò che è predeterminato.

La luce non è che un riflesso di qualcosa di nascosto e, in ultima analisi, di una notte fonda.

Per questo il nuovo, ciò che viene alla luce, non finisce mai. Appare dal buio e da qualcosa di infinito e dopo un po’ sprofonda di nuovo nel buio.

Solo il buio è infinito ed eterno. Per questo non possiamo trattenere ciò che viene alla luce dal buio, come se fosse qualcosa di permanente. Tutto ciò che viene alla luce ritorna presto in un buio eterno.

Come percepiamo la luce che emerge dal buio? La percepiamo come passeggera, temporaneamente consapevole. Perdiamo qualcosa quando svanisce? Oppure veniamo anche noi trasportati in qualcosa di infinito, come una notte stellata e come il sole che si sottrae al nostro sguardo quando tramonta?

Così come il sole luminoso, anche ogni verità si perde in un ciclo eterno. Più siamo pronti a lasciare che svanisca, più brillanti sono le stelle, anche le più lontane, finché anch’esse svaniscono nel buio, in un buio oltre il nostro buio. Sprofondiamo in questo buio e, come in un nulla eterno, né giorno né notte, ci dissolviamo e nel contempo siamo presenti, in modo diverso, al buio, prepotentemente.

Come cadiamo in questo buio? Quando finiamo, inesorabilmente e illimitatamente. Cadiamo in un silenzio infinito. Per un attimo sostiene tutto ciò che esiste, che esiste temporaneamente, che esiste per un istante e viene inghiottito da ciò che viene dopo, come alla fine accadrà anche a noi.

Tuttavia torniamo sempre alla luce, di istante in istante, ininterrottamente, finché anche l’ultimo istante cessa per sempre.

Dove sono arrivato con queste riflessioni? A una profonda tranquillità, a una pienezza infinita, alla morte che risorge, in ogni istante sempre diversa e nuova. E a un altro amore.

Essere grato

Cosa significa essere grato? Prendiamo dagli altri qualcosa che ci consente di portare avanti la nostra vita e, nel contempo, ci libera da vecchi legami. Grati, restiamo in basso. Ci rendiamo conto di quanto l’amore e l’aiuto degli altri ci consentano di restare in vita, soprattutto se abbiamo rischiato di perderla o quando non ci resta che una parte infinitesimale delle sue possibilità.

Come possiamo ringraziare con umiltà? Accogliendo nel profondo dell’anima e del corpo la nostra vita e tutti coloro che ci hanno aiutato a conservarla e a salvarla. Li accogliamo con amore nel profondo di noi stessi.

Il contrario della gratitudine è il rifiuto, l’essere arrabbiati con gli altri. Stranamente siamo arrabbiati soprattutto con coloro a cui dobbiamo molto, anzi fondamentalmente solo con coloro a cui dobbiamo una particolare gratitudine, come nostra madre e nostro padre. Siamo arrabbiati, e ci comportiamo di conseguenza, solo con coloro che ci hanno donato qualcosa che ha arricchito la nostra vita, che ci ha consentito di vivere meglio e diversamente da quanto avremmo potuto fare con le nostre sole forze.

La domanda è: possiamo essere arrabbiati con qualcuno e rifiutarlo se non gli dobbiamo nulla? Due persone possono odiarsi, accusarsi ed escludersi a vicenda se non hanno alcun debito di gratitudine? Come possono riavvicinarsi senza riconoscere il debito reciproco? È proprio in questi casi che la gratitudine è umile. Significa prendere con amore.

Cosa determina la gratitudine? Ci unisce in modo profondo. Ci arricchisce, ci arricchisce d’amore. Questa gratitudine abbatte le barriere che ci separano. Apre molte porte che abbiamo sbattuto in faccia agli altri e a ciò che ci hanno donato.

Dove inizia la gratitudine? Inizia con uno sguardo amichevole, con uno sguardo raggiante, con un passo verso l’altro e con la mano tesa.

La gratitudine nei confronti dei nostri genitori inizia invece con una lacrima: ah, ti ho riconosciuto così tardi! Anziché sentirci superiori, come se avessimo dei diritti e ci avessero fatto un torto, inginocchiamoci di fronte a loro. Alziamo lo sguardo su di loro piangendo, senza aspettarci che s’inchinino davanti a noi o ci vengano incontro. Siamo noi a dovergli andare incontro, loro ci devono solo l’attesa.

Mentre li guardiamo pronunciamo la parola determinante che guarisce tutte le ferite. Siamo debitori solo di questa parola pronunciata dal profondo del cuore: grazie.

L’altra domanda è: come possiamo ringraziare il nostro partner? Riconoscendolo come una parte di noi, alla pari e ciò nonostante diverso, diverso alla pari.

Proprio perché è diverso, diventiamo diversi anche noi, insieme sullo stesso terreno, né più in alto né più in basso. Alla stessa altezza ci guardiamo negli occhi e finalmente ci sentiamo completi, completi con gratitudine.

Questa gratitudine ci trasforma e ci sprona. Questa gratitudine è produttiva. Ci rende più grandi, aperti, profondi e felici, felici con gratitudine.

Questo testo è estratto dal testo "Nuove Storie - Uno".

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