Passaporto per il Cosmo - John E. Mack
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Passaporto per il Cosmo - Anteprima del libro di John E. Mack

Le conseguenze fisiche e psicologiche dei rapimenti alieni

Rapimenti alieni: la prossima generazione

"Un incontro è tanto più intenso quanto più si è disposti a riconoscere la propria impotenza e a mantenere aperti gli interrogativi, perché solo spingendo gli interrogativi alle loro estreme conseguenze é possibile trovare una qualche soluzione. A ogni domanda che si pone loro, le creature aliene offrono risposte sempre diverse, e più ci si affanna a interrogarle, più le loro risposte appaiono contraddittorie e sfuggenti. [...] Se si parte dalla constatazione che “sono alieni e vengono dal tale pianeta”, sarà impossibile trarre delle conclusioni. [...] Mi sono trovato spesso a convivere con domande assillanti, il genere di domande a cui non si sa rispondere ma a cui non si può fare a meno di rispondere. È proprio in simili circostanze, quando si è costretti a occupare una posizione insostenibile, che si comincia a crescere."
Whitley Strieber Intervista con l’autore Wagner, Sud Dakota, 16 giugno 1996

Retroscena

Dopo la pubblicazione del mio libro Rapiti! Incontri con gli alieni (Mondadori 1995), oltre cento persone dentro e fuori gli Stati Uniti mi hanno riferito di avere avuto incontri con strane creature. In gergo, queste persone sono note con il nome di “rapiti”, “esperienti” o “espe-rienti anomali”. Come vedremo, la scelta della terminologia corretta è una questione aperta e sempre più problematica.

Il fenomeno dei rapimenti alieni può essere definito come un’esperienza nella quale delle creature umanoidi prelevano qualcuno, spesso contro la sua volontà, e lo conducono in un luogo appartato per sottoporlo a vari esperimenti. Gli incontri descritti in questo libro non corrispondono tutti al rapimento classico, caratterizzato da pratiche invasive 0traumatiche. Tra le testimonianze riportate, quelle di Carlos Diaz, Jean, Sequoyah e Gary, ad esempio, appaiono piuttosto atipiche, e nulla prova che Bernardo o i bambini della Ariel School siano stati effettivamente rapiti dalle creature che hanno visto, sebbene l’esperienza li abbia profondamente segnati. Ho ritenuto che includere una più ampia varietà di esperienze potesse contribuire ad arricchire la nostra conoscenza del fenomeno. In questo libro esporrò le riflessioni tratte dalle mie ultime ricerche. La mia comprensione di questi straordinari fenomeni, infatti, anche alla luce della crisi ecologica planetaria, è in continua evoluzione. Cercherò di mettere in evidenza tanto le ricorrenze che accomunano

I singoli episodi quanto le contraddizioni e i paradossi che emergono dall’osservazione. Mi auguro che dalle esperienze riportate in ogni capitolo del libro sia possibile ricavare degli elementi che ci consentano di avanzare nella conoscenza di noi stessi e dell’universo.

Prima di parlare delle scoperte che mi hanno condotto alla mia visione attuale, credo sia utile far conoscere al lettore le tappe filosofiche che ho attraversato nel mio percorso in questo affascinante lavoro. Il mio punto di vista, il mio metodo di lavoro e le mie interpretazioni, infatti, sono andati affinandosi col passare del tempo. Benché mi sia imposto il massimo scrupolo e rigore nelle osservazioni e nelle analisi, so che il mio lavoro rimarrà sempre in qualche misura idiosincratico, ovvero sarà sempre il risultato delle impressioni generate sulla mia psiche o sulla mia coscienza dalle esperienze altrui.

Sono cresciuto in una famiglia americana laica di origine ebraico-tedesca. La sola immagine di Dio che ho imparato a conoscere da bambino era quella di un imponente uomo barbuto sospeso da qualche parte nel cielo, idea che la mia razionalità giudicava inverosimile o insensata. La spiritualità mi appariva come un concetto tutto sommato gradevole ma infondato. Mio padre, che insegnava Inglese al New York City College, di tanto in tanto leggeva a me e a mia sorella la Bibbia come fosse stato un testo letterario, con l’intento di ampliare il nostro bagaglio culturale. Nella facoltà di Medicina, l’idea che le complesse forme di vita che studiavamo potessero essere frutto di un atto di creazione o di un qualche disegno divino, e non il mero risultato dei processi di selezione naturale, era liquidata sprezzantemente come “teleologia”, termine che funzionava da vero e proprio anatema accademico. Confortato dalle teorie di Freud (un altro razionalista tedesco), consideravo le esperienze spirituali dei nativi e la fede religiosa dei credenti come forme di animismo e primitivismo, o come convinzioni illusorie. La psicoanalisi e la psichiatria, pur studiando la vita interiore, ben si coniugavano con le mie concezioni materialistiche, offrendo spiegazioni meccanicistiche ai comportamenti, alle percezioni e alle esperienze degli esseri umani.

La prima volta che sentii parlare dei rapimenti alieni, pensai si trattasse di una qualche forma psicopatologica, ma nessun disturbo psichiatrico presenta sintomi che diano ragione di tale fenomeno e gli studi psicologici condotti sulle vittime dei rapimenti non hanno rilevato un’incidenza di patologie mentali superiore a quella riscontrata nei gruppi di controllo. Ben presto scoprii che nessun caso clinico presentava corrispondenze con le testimonianze dei rapiti e una spiegazione di ordine puramente psichico o sociale, tale quindi da escludere l’intervento di forze o intelligenze esterne, contrastava con il quadro diagnostico che avevo tratto dai resoconti degli esperienti.

A quel punto avevo due possibilità: applicare alle testimonianze i parametri medici che mi erano familiari e interpretarle come fantasie, sogni a occhi aperti, deliri e distorsioni della realtà, oppure rivedere le mie posizioni e ammettere la possibilità che i miei clienti fossero stati visitati da entità, creature o energie provenienti da un’altra dimensione. La prima possibilità corrispondeva alla mia visione del mondo ma era incompatibile con i dati clinici. La seconda era in contrasto con la mia formazione filosofica e con il concetto comune di realtà ma sembrava corrispondere meglio alle scoperte che andavo via via facendo. Trovai più logico e intellettualmente più onesto modificare la mia cosmologia piuttosto che ricondurre a forza le esperienze dei miei clienti a dei modelli che evidentemente erano loro estranei.

Nel 1995 una mia cara amica, una psicologa che ha svolto studi pionieristici sugli stati di coscienza alterati, mi mise alla prova con una domanda: “Secondo te, qual è il terreno più insidioso nelle tue ricerche?”. Si trattava, come lei stessa aveva indovinato, della possibilità che creature, spiriti o forze di qualsiasi tipo potessero travalicare i confini dell’ignoto ed entrare nella nostra realtà materiale. Questo passaggio è considerato un evento comune in tutte o quasi tutte le culture indigene, ma la società occidentale, retta da principi scientifico-materialistici, tratta lo spirito e la materia come due sfere nettamente distinte e dubita, o peggio, nega categoricamente la possibilità di una comunicazione tra queste due realtà. Quando le feci notare che in altre culture simili i contatti erano vissuti con naturalezza, la mia amica ribatte che nella nostra erano la cosa meno naturale che ci fosse.

La visione del mondo in altre culture

A conferma della netta separazione che vige nella nostra cultura tra il mondo materiale e i regni dello spirito o entità invisibili o “realtà demoniche”, come le ha definite lo scrittore inglese Patrick Harpur, nella primavera del 1994, poche settimane dopo la pubblicazione del mio libro, il preside della facoltà di Medicina di Harvard mi consegnò una lettera per informarmi che l’università avrebbe istituito una piccola commissione incaricata di valutare il mio lavoro. Dopo avermi parlato di generiche “rimostranze” giunte all’università a causa delle mie ricerche, e senza specificare quale fosse esattamente l’oggetto di tali rimostranze, il preside, che era un mio amico, oltre che un collega, mi confidò scherzosamente che se nel libro, invece di ipotizzare un necessario cambiamento della nostra percezione della realtà, avessi affermato di aver scoperto una nuova sindrome psichiatrica di origine ignota, non avrei destato tante preoccupazioni nell’ambiente accademico.

Fra le persone che ho avuto modo di intervistare recentemente, ce ne sono alcune provenienti da culture indigene, sia statunitensi che estere. In molti casi, le leggende tribali facevano discendere il loro popolo dal cielo e attribuivano l’origine della loro cultura ai cosiddetti “uomini delle stelle”, giunti in tempi remoti a bordo di UFO o velivoli simili. Non è stato semplice per me interpretare questi racconti, specie per il particolare rapporto che lega il mondo spirituale a quello materiale nelle culture native. Bernardo Peixoto, ad esempio, uno sciamano della tribù Ipixuma originaria della foresta pluviale del Brasile, mi ha riferito che, secondo le loro leggende, “una navicella spaziale atterrò tanto tempo fa in Amazzonia” e dalla navicella sbarcarono degli uomini. Ha aggiunto che esistono disegni rupestri risalenti a secoli se non millenni fa in cui è raffigurata una specie di astronave. La sua tribù chiamava questi uomini makuras o “spiriti discesi dal cielo”. Quando gli ho domandato se fra la sua gente questa leggenda fosse presa alla lettera, come un fatto realmente accaduto, o se fosse invece intesa come una metafora per indicare l’unione fra il regno dello spirito e il mondo materiale, Bernardo mi ha risposto secco che, per loro, “non c’è alcuna differenza fra le due cose”.

Analogamente, Malidoma Some, sciamano della tribù Dagara originaria del Burkina Faso, nell’Africa occidentale, con una laurea alla Sorbona e una alla Brandeis University, ha scritto: “Nella cultura occidentale, vige una netta distinzione tra spirito e materia, tra la vita religiosa e quella secolare. Per i Dagara sarebbe inconcepibile. Fra di noi, così come in molte altre culture indigene, il sovrannaturale è parte integrante della vita quotidiana” (Somé 1999). Mi è capitato di ascoltare dichiarazioni simili da molti nativi del Nord America. Sequoyah Trueblood, ad esempio, afferma di non essere affatto preoccupato dal rapimento del suo corpo perché “siamo fatti di spirito” (conversazione privata con l’autore, 6 maggio 1998. Vedi il Capitolo 9).

Fra le popolazioni native che hanno mantenuto un legame con le loro antiche tradizioni, la comunicazione diretta con il Creatore è all’ordine del giorno e gli UFO, qualunque cosa si voglia intendere con questo termine, sembrano svolgere un ruolo significativo nel garantire questo contatto. Alce Nero, il celebre sciamano Lakota, ha dichiarato: “Non ci servono fogli di carta per contattare gli spiriti... Ci basta gridare ‘Yo-ho’ e qualcuno dall’alto accorre al nostro richiamo. Se ad esempio mi rivolgo al Creatore dicendo: ‘Yo-ho, mi sono perso, ho bisogno di aiuto’, uno spirito scende e mi indica la strada. Gli spiriti possono condurci ovunque. Se volessi vedere la luna, mi ci porterebbero. Mi imbarcherebbero in una delle loro navicelle spaziali e in un attimo sarei nello spazio. Poi mi riporterebbero sulla Terra” (Alce Nero e Lyon 1991).

Per chi proviene da una formazione scientifica è difficile accettare dichiarazioni del genere. Ho parlato più volte con Alce Nero e benché le sue asserzioni risultino assurde da un punto di vista materialistico, so che per lui sono da prendere alla lettera. Qualcuno ha sollevato il dubbio che chi mi racconta storie del genere lo faccia sapendo del mio interesse per gli UFO, i rapimenti e i fenomeni paranormali. A tale riguardo, vale la pena notare che le dichiarazioni di Alce Nero riportate qui sopra risalgono a una sua conversazione con l’antropologo William Lyon avvenuta negli anni ’80, ovvero ben prima dell’avvio delle mie ricerche. Lyon, d’altronde, non nutriva alcun interesse particolare per gli UFO.

Dovendo trattare una questione delicata e controversa come quella dei rapimenti alieni, credo importante informare il lettore sulla mia concezione del mondo e sui cambiamenti che essa ha subito nel corso del tempo. Senza un sostegno filosofico, chi legge potrebbe brancolare tra un’infinità di interpretazioni senza sapere quale sia la posizione dell’autore. Un lettore di larghe vedute ma restio a credere nell’autenticità dei rapimenti alieni potrebbe ad esempio pensare: “D’accordo, sta succedendo qualcosa. Il punto è: che cosa?”. Una persona con vedute più ristrette potrebbe abbandonare la lettura dopo poche pagine. Ovviamente non posso obbligare nessuno a condividere le mie posizioni filosofiche, ma so di doverle illustrare con chiarezza se voglio mettere il lettore nella condizione di prendere sul serio le tesi sostenute in questo libro.

Nel mondo in cui sono cresciuto e mi sono formato, l’idea che la vita, gli esseri viventi, l’energia e, in genere, tutto ciò che ci circonda, provenga da una realtà invisibile è semplicemente inconcepibile. Eppure il fenomeno dei rapimenti alieni sembra suggerirci l’esistenza di un’altra dimensione. Ho sentito più volte ricordare la storia di Sir William Crookes, uno scienziato inglese del XIX secolo che, su invito dei suoi colleghi, incontrò il celebre spiritista Daniel Dunglas Home per sconfessarne le dottrine. Sennonché, di ritorno dall’incontro, Crookes dichiarò di essersi “convertito” allo spiritismo e quando i colleghi increduli gli dissero che le pratiche di Home erano impossibili, lui ribattè: “Infatti non ho mai detto che siano possibili. Dico che sono vere” (Harpur 1994). Entro i confini del nostro retaggio culturale, le mie scoperte appaiono in effetti “impossibili”. Ma alla luce della mia esperienza clinica e delle mie analisi, risultano tutto sommato vere. Come nel caso delle bizzarre segnalazioni che nel XVIII secolo, prima della scoperta dei meteoriti, descrivevano la caduta di grossi massi dal cielo, è possibile che anche i fenomeni anomali rilevati nelle mie ricerche trovino un giorno una spiegazione scientifica.

Di quali fenomeni parliamo? E quali insegnamenti possiamo trarne?

Giunti a questo punto, risulterà chiaro che l’intento di questo libro non è di dimostrare l’autenticità dei rapimenti alieni da un punto di vista meramente fisico e concreto. Sapere se le creature aliene e i fenomeni ad esse associati possano essere oggetto di osservazioni, calcoli e riproduzioni, è una questione di grande importanza scientifica, con conseguenze significative sulla nostra percezione della realtà, ma la raccolta di prove capaci di soddisfare i requisiti delle scienze fisiche sarebbe un’impresa eccessiva e infruttuosa. Nel corso del libro offrirò a sostegno delle testimonianze tutte le prove fisiche disponibili, ma il mio interesse principale sarà rivolto alle esperienze stesse, alla loro struttura, al loro significato e alle conseguenze che possono avere sulla nostra visione della realtà, dell’universo e di noi stessi.

Nel corso degli anni sono giunto a considerare il fenomeno dei rapimenti alieni alla stregua degli altri eventi che mettono alla prova la coscienza umana, come le esperienze di quasi-morte o di uscita dal corpo, i misteriosi rinvenimenti di animali mutilati, l’improvvisa comparsa di complesse figure geometriche nei campi di grano, le apparizioni della Madonna, le esperienze sciamaniche e, in generale, tutti quei fenomeni che si manifestano nella nostra realtà ma che sembrano non appartenerle. Tali fenomeni oltrepassano la barriera, considerata inviolabile dal pensiero razionalista, tra le forze dell’ignoto e il regno della materia, offrendoci “scorci su altre realtà”, come scrive la ricercatrice Linda Howe (Howe 1993).

In un certo senso, più che come fenomeni “paranormali” o “sovrannaturali”, i misteri del cosmo possono essere visti, almeno in via teorica, come riflessi di leggi universali o di energie sottili che sfuggono alla nostra comprensione e che non sappiamo ancora misurare. Ma i rapimenti alieni e gli altri fenomeni anomali citati sopra sembrano contraddire a tal punto le leggi della fisica, così come siamo abituati a intenderle, da richiedere un nuovo paradigma della realtà e un ampliamento del nostro sapere (vedi il Capitolo 2).

Mi sembra difficile che la scienza tradizionale, nata per indagare le manifestazioni della materia visibile, sia in grado di svelare i misteri celati dai fenomeni che abbiamo deciso di indagare in questo libro. Con ciò non voglio dire che non valga la pena applicare i nostri metodi di osservazione e analisi al fenomeno dei rapimenti alieni, ma sta di fatto che le fotografie di oggetti volanti non identificati, le segnalazioni radar, la scomparsa di persone, le gravidanze successive a un rapimento, gli avvistamenti di strane creature, le tracce di terra bruciata nei presunti luoghi di atterraggio degli UFO, l’asportazione delle protesi mediche e le lesioni fisiche denunciate dalle vittime dei rapimenti, insieme a tutti gli altri segni associati al fenomeno, costituiscono un materiale eterogeneo e non privo di contraddizioni e incongruenze, tanto che anche gli studiosi più seri e qualificati hanno finito spesso per rivolgersi accuse reciproche di mistificazione dei dati, per non parlare degli scettici, che si sono affrettati a liquidare l’intera faccenda come frutto di allucinazioni o deliri paranoici collettivi.

È come se le intelligenze coinvolte in questi fenomeni si divertissero a ordire scherzi, inganni e trappole ai danni dei ricercatori, fornendo prove sufficienti a convincere chi è pronto a credere ma non a persuadere gli scettici. Questa situazione, in apparenza frustrante, offre tuttavia delle possibilità inedite, invitandoci a innovare i nostri metodi di indagine, a espandere la nostra coscienza e i nostri processi di apprendimento, ad affiancare alle nostre tecniche convenzionali procedimenti nuovi e ancora intentati, più adatti a studiare fenomeni per noi tanto complessi, sfuggenti e destinati forse a rimanere ignoti.

Alce Nero, che come molti altri nativi americani ha avuto esperienze con “dischi” e “piccoli uomini” ed è entrato con loro in comunicazione telepatica, si prende gioco della miopia e degli angusti confini del materialismo scientifico: “Gli scienziati li chiamano UFO”, disse una volta a Lyon, “ma non li prendono sul serio. Il fatto è che non sono allenati, hanno perso ogni contatto con la saggezza originaria, con il vero sapere e i talenti naturali. Perciò hanno bisogno di vedere tutto a occhio nudo e, per credere agli UFO, devono prima catturarne uno, abbatterlo e vedere come è fatto, di cosa è costituito. Ma dato che le loro intenzioni sono cattive, qualcuno gli mette il bastone fra le ruote... In realtà, sono questi scienziati a non dover essere presi sul serio, perché hanno perso i contatti con i popoli delle stelle” (Alce Nero e Lyon 1991. Il corsivo è mio).

I nostri tentativi di comprendere le manifestazioni della dimensione invisibile o “sottile” sono solo al principio. Al momento, le tecniche di indagine più fruttuose sono quelle che, facendo a meno delle prove convenzionali, alternano alla meticolosa osservazione empirica lo studio e l’analisi comparata delle testimonianze dirette degli esperienti, specie se provenienti da luoghi e culture diverse. È essenziale rinunciare a ogni pregiudizio e mantenere un atteggiamento di dotta ignoranza, un “vuoto mentale” simile a quello buddhista, e occorre essere disposti a prendere seriamente in esame documenti e resoconti che mettono in discussione le nostre convinzioni più radicate.

L’origine dei rapimenti alieni ci è ignota, e lo stesso può dirsi forse di tutte le “manifestazioni demoniche”. Gli incontri, pur avvenendo nella nostra realtà materiale, sono sporadici, elusivi e difficili da documentare; la maggiore fonte di informazioni ci è offerta dai racconti degli esperienti. Il ricercatore che li ascolta deve trasformarsi in una specie di psicologo, capace di aprirsi a esperienze che minacciano ogni forma di sapere costituito. Per farlo al meglio, può essere utile ricorrere a esercizi di rilassamento o all’ipnosi: gli stati di coscienza alterati, infatti, permettono a chi ascolta di penetrare più a fondo nei misteri del “paranormale” e hanno benefici terapeutici sugli esperienti, facendo emergere le intense emozioni che nei ricordi coscienti sembrano assopite. Entreremo nel merito di queste tecniche nel capitolo successivo. 

Questo testo è estratto dal libro "Passaporto per il Cosmo".

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