Pensa, Comunica, Vendi - Michele Pengo
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Pensa, Comunica, Vendi - Anteprima del libro di Michele Pengo

Un nuovo paradigma di pensiero per un approccio innovativo alla vendita e alla vita

Inizio del viaggio

Bye. Tale è la forma con la quale termino tutti gli sms o whatsapp ai miei amici e collaboratori. Questa volta voglio iniziare con un CIAO. Se me lo permetti vorrei darti del tu, cogliendo l’occasione per salutarti, visto che mi leggi per la prima volta essendo questo il primo libro che scrivo: il mio sogno.

Proprio da questo sogno voglio iniziare considerando che, spesso, la durezza della vita ci rende difficile poter sognare o, addirittura può impedircelo totalmente, rendendoci disillusi. “Figurati se si realizza”, “sarebbe troppo bello”, “non capiterà certo a me”, questo è ciò che siamo soliti pensare, forse perché convinti di non essere meritevoli, forse perché non nati con “la camicia”, forse perché cresciuti in una famiglia tradizionale nella quale arrivare alla fine del mese era difficile. Quante volte abbiamo sentito proferire frasi di questo tipo da persone più o meno intime; senza contare le volte nelle quali siamo stati noi stessi a pronunciarle. Quindi non dobbiamo scandalizzarci. Non dobbiamo proprio poiché, questo modo di pensare, altro non è che il raccolto di quei semi mentali che i nostri antenati ci hanno lasciato negli orti della vita: in uno di quegli orti sono nato anch’io (non certamente sotto a un cavolo), e se avrai la pazienza e la curiosità di leggermi sarà mio piacere condividere con te questo viaggio. Il mio viaggio “strano” nel mondo della vendita diretta. Sono nato in un quartiere di Padova il 30 maggio del 1963, da mamma Lucia e papà Luciano, come primogenito.

Mamma Lucia è sempre stata casalinga per scelta e papà Luciano, diplomato maestro d’arte e musicista, ha lavorato per ventiquattro anni alle officine meccaniche della Stanga come disegnatore tecnico; è solito raccontarmi che la prima carrozza della metropolitana di Milano è stata realizzata proprio in quella fabbrica che ora, purtroppo, non esiste più. La mia infanzia è trascorsa in modo tranquillo in un contesto familiare nel quale, valori come quello del rispetto del prossimo e del culto della famiglia, sono stati e rimangono tutt’ora dei veri capisaldi nella mia filosofia di vita. All’età di cinque anni è nata mia sorella Nicoletta; sicuramente il contraccolpo l’ho subito, al pari di tutti quei bimbi che nascono per primi, pensando di essere gli unici a essere amati dai genitori e con tutte le attenzioni per loro. Ma gli anni passavano e, dopo le scuole medie, ho iniziato cinque anni fantastici all’istituto di agraria, presso il quale mi sono diplomato nel 1982 con un voto nella media di 47/60mi. Ero un ragazzo tranquillo ma piuttosto taciturno visto che, una forma di balbuzie della quale soffrivo, mi impediva di esprimermi liberamente facendomi vergognare e rendendomi, al contempo, timoroso del giudizio e delle derisioni altrui. Venivo perciò etichettato dagli insegnanti come un “bravo ragazzo ma un po’ timido” e questo era quello che mi sentivo dire anche dai miei genitori, quando ci si incontrava con qualche amico di famiglia o conoscente occasionale: «È tuo figlio?». «È sempre calmo così?». E i miei replicavano: «No sai, è timido!».

Come non credere a quello che ti viene detto dalle persone che in assoluto ti vogliono più bene? È questione di FIDUCIA e sappiamo che la fiducia nasce dalla CREDIBILITÀ; puoi dunque non credere ai tuoi genitori? Motivo per il quale ho sempre pensato di essere timido. I miei comportamenti, quindi COERENTI con i miei pensieri, mi confermarono erroneamente l’esistenza del GENE DELLA TIMIDEZZA, convinzione sulla quale, non ho dubbi, abbiano concordato anche genitori e parenti.

Ultimo anno

Durante l’ultimo anno di scuole superiori, una sera d’inverno successiva al Natale del 1982, era gennaio per la precisione, mia mamma stanca di vedermi sempre a casa la domenica o allo stadio a vedere la partita di calcio del Padova, a quel tempo militante in serie C2, decise di chiedere a una mia compagna delle medie e vicina di casa se fosse stata disponibile ad accompagnarmi a qualche festa. COINCIDENZA (non esistono), proprio nella settimana che doveva iniziare, si sarebbe tenuta una festa a cui lei avrebbe partecipato e alla quale promise che mi avrebbe invitato. Così successe.

Mi telefonò chiedendomi se mi avesse fatto piacere andare con lei a una festa privata.

Sinceramente non mi dispiaceva l’idea se non fosse stato per il fatto che, mio zio Giorgio, super appassionato di calcio con il quale c’era sempre stato un ottimo rapporto, prendeva sempre il biglietto anche per me. Quindi le dissi che avrei verificato se anche per quella domenica l’avesse già acquistato.

Ti starai chiedendo se l’avesse fatto, vero? FATALITÀ, proprio quella domenica non gli era possibile, e quindi, COINCIDENZA, mi sono ritrovato libero di recarmi a quell’incontro che si sarebbe rivelato L'INCONTRO DELLA MIA VITA.

LA FATTORIA

Proprio in quella vecchia fredda fattoria alla periferia di Padova, adibita a salone della festa, incontrai la ragazza che sarebbe diventata mia moglie e la madre dei miei figli: CRISTINA. Una ragazza molto carina, semplice, che frequentava il IV anno di ragioneria. La scintilla esplose quasi subito in pizzeria alla sera, dove purtroppo ci salutammo e lasciammo senza nemmeno esserci scambiati il numero di telefono (non esisteva ancora il cellulare). Molto dispiaciuto temetti di non rivederla più anche perché non faceva parte della compagnia della mia amica ma visto che, NULLA ACCADE PER CASO, la mia amica Nicoletta (si chiamava come mia sorella) qualche giorno dopo mi telefonò per chiedermi se avessi gradito andare al cinema. Subito chiesi se ci fosse stata anche Cristina e mi confermò la sua presenza. Poi venni a sapere che anche lei aveva fatto la stessa richiesta alle sue amiche... “Vengo solo se c’è anche Michele”... iiiauuuhhh! Esclamai, tra me e me...

Quindi ci ritrovammo a vedere un film con Dustin Hoffman, Il Maratoneta, e passammo una bella serata senza che succedesse niente di quello che stai maliziosamente pensando (ero timido). Una settimana più tardi un’amica di Cristina, nonché compagna di classe, le chiese se avesse voluto andare con lei e il suo ragazzo a vedere un film al cinema. Cristina si rivolse a me chiedendomi se avessi voluto essere del gruppo (c’eravamo scambiati il numero); quel giorno inaspettatamente l’amica “tirò un bel pacco” motivo per il quale Cristina decise di venire da sola (se lo avesse saputo sua mamma non le avrebbe permesso di uscire). Solo che arrivò con quaranta minuti di ritardo, temendo che quel ragazzo timido se ne sarebbe andato.

Al contrario, imperterrito, quel 4 di febbraio del 1982, infreddolito alla fermata dell’autobus, Michele c’era, l’aveva attesa. Aveva sempre pensato che sarebbe arrivata. Alla sua vista tirai un sospiro di sollievo che mi pervase di gioia e, senza dire più di tanto, ma chiedendo solamente la minima spiegazione indispensabile, entrammo a vedere “nientepopodimenoché” II tempo delle mele. Il film scorse velocemente e, dopo averlo visto (visto è una parola grossa) una volta e mezza, uscimmo euforici perché Cupido aveva scoccato le frecce dritto dritto ai nostri cuori.

Il primo bacio, seguito da tanti altri, diede inizio alla nostra fantastica storia d’amore.

Nello stesso anno terminai gli studi tecnici e decisi di iscrivermi all’università presso la facoltà di Agraria. Erano i tempi nei quali si affermava che l’agricoltura sarebbe stata la materia del futuro: avrei avuto perciò il lavoro assicurato e quindi, con gioia e soddisfazione dei miei genitori che vedevano realizzata non solo la possibilità di avere il figlio laureato ma anche il primo a esserlo delle generazioni Pengo, cominciai a frequentare il corso. Sono profondamente grato al buon Dio per avermi concesso un dono prezioso, utile al prosieguo del percorso di studi: la memoria, intesa sia in senso strettamente mnemonico che visivo.

Nel primo esame, quello di zoologia, sapevo tutto o, tutt’al più, era ciò di cui ero convinto. Assistetti ai primi cinquanta esami dei miei compagni di corso, poi fu il mio turno. Nonostante fosse il primo esame mi sentivo preparato, fiducioso, e avendo sempre frequentato conoscevo anche il professore perché era mia abitudine posizionarmi in prima fila. Una domanda che non avevo mai sentito porre a riguardo della drosofhila maschio (moscerino della frutta), e che non compariva né sul libro né sugli appunti, mi mise in difficoltà a tal punto da mandarmi in crisi. Risposi a qualche altra domanda ma senza più quella lucidità che mi aveva contraddistinto. Cominciava a profilarsi la possibilità di non passare l’esame: pensavo a casa ai miei genitori e alla mia ragazza che attendevano l’esito. Il professore mi disse: «Non voglio darti diciotto, quindi meglio che ritorni un’altra volta».

Ricordo come ora la sensazione di delusione, la voglia di piangere, di scappare. Ritornato a casa cercai di capire come fosse stato possibile, ma era successo e avrei dovuto quindi ripresentarmi a un altro appello. Nel frattempo dovetti preparare un esame di matematica, materia nella quale non sono mai stato bravo, non avendo ricevute basi adeguate alle medie; mi ricordo quanto ho sudato per riuscire i primi due anni delle superiori a non essere rimandato a settembre. Sostenni l’esame scritto ma niente... immaginavo, già sapevo, e c’era pure la chimica, come se non bastasse. Ricordo come, alla lavagna dell’aula di chimica, la professoressa mi chiese una formula e io, che sono mancino, presi il gesso e iniziai a scrivere con la mano destra... Incredibile cosa faccia la mente quando ti trovi in uno stato di agitazione. Questo episodio mi sconvolse a tal punto che decisi di anticipare il servizio di leva cercando, nel frattempo, qualche lavoretto che mi permettesse di mantenermi durante la parentesi militare. Immaginate lo stato d’animo dei miei genitori nel sapere che avrei lasciato l’università per un anno, e nella incertezza della mia volontà di riprendere gli studi. La mia decisione fu però irremovibile e la data di partenza, relativa al secondo scaglione 1984, fu fissata nel mese di febbraio. Conclusa l’estate del 1983, a settembre mia nonna mi chiamò per riferirmi che sul giornale compariva una inserzione nella quale si cercava personale per un lavoro. Mi recai in quest’ ufficio insieme a Cristina, entrambi senza auto ma a “cavallo” dei nostri bei BRAVO della Piaggio, sapendo già che avrei potuto lavorare solo per cinque mesi perché poi sarei dovuto partire.

Mi fecero accomodare in una sala di questo appartamento adibito a ufficio, e anche se guardavo i poster attaccati al muro non riuscivo a capire di cosa si trattasse. In alto, sulla destra, spiccava un cartello con una scritta che sarebbe diventata nel tempo il mio leitmotiv: AMP. Era l’acronimo di Atteggiamento Mentale Positivo. Lì per lì non vi prestai molto attenzione sinceramente, non ne comprendevo il significato se non il fatto di essere positivi, quindi ottimisti, un aspetto che non si confaceva al mio carattere, soprattutto perché papà mi aveva trasmesso un po’ questa paura delle cose che non conosci. Al contrario si era posta mia mamma, che era certamente più (e lo è ancora) fatalista considerate le sue radici familiari. Tutto d’un tratto ecco entrare un signore vestito in abito scuro e cravatta, sorriso in volto, che con fare molto accattivante iniziò a raccontarci (eravamo circa una ventina di persone) la storia dell’azienda multinazionale per la quale lavorava e la sua esperienza. Io continuavo a non capirci niente (e nemmeno Cristina): a un certo punto però ci invitarono a cambiare stanza, facendoci accomodare in una specie di cucina con tanto di frigo e piano cottura. C’era curiosità ma sempre più mistero.

Questo testo è estratto dal libro "Pensa, Comunica, Vendi".

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