Perché mi Capita? - Francesco Albanese
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Perché mi Capita? - Anteprima del libro di Francesco Albanese

Alla ricerca del senso nascosto della vita

Il concetto di caso

Quando avevo vent'anni, i miei genitori avevano una tabaccheria. Tra le clienti abituali del negozio ricordo in particolar modo una signora, che al tempo avrà avuto una sessantina d'anni. Aveva un aspetto dimesso e indossava sempre occhiali da sole molto scuri. Chiesi a mio padre chi fosse e lui mi raccontò che era la moglie di un amico, morto di cancro qualche anno prima. Pensai subito che la tristezza della donna nascesse da quella perdita, ma invece c'era di più. La donna da pochi mesi aveva perso anche la figlia, in un incidente stradale: in autostrada, un camion che trasportava pneumatici ne aveva perso uno che aveva colpito in pieno l'auto della figlia, uccidendola sul colpo.

Ricordo che il racconto di mio padre m'impressionò molto. A quel tempo, pensai che la ragazza era stata veramente sfortunata. Pensai che per lei quella mattina sarebbe bastato uscire da casa con qualche minuto di ritardo per salvarsi la vita. Pensai anche che la sua morte fosse evidente frutto del caso: era un caso che il camion avesse perso il carico, era un caso che lei si trovasse lì in quel momento ed era un caso che fosse stata colpita. Da parte di nessuno c'era stata l'intenzionalità di creare quell'evento mortale, né da parte del camionista, né da parte della ragazza, né tantomeno dello pneumatico! Tutto si era verificato per una tragica coincidenza di fattori indipendenti l'uno dall'altro, tra i quali non era facile trovare un collegamento ragionevole.

Tutto era successo per caso.

Nel pensiero comune, il caso è ciò che si manifesta indipendentemente da tutto, al di fuori di una catena di cause ed effetti. In altre parole, il caso è ciò che fa sì che un evento si verifichi senza alcuna causa oggettiva. L'incidente stradale descritto qualche riga sopra ne è un esempio. Ma gli esempi di cose che accadono per caso possono essere veramente molti: camminiamo per strada, guardiamo per terra e troviamo una banconota; entriamo in un negozio e incontriamo un amico; mentre guidiamo l'auto, un'ape ci punge la mano, e così via. Che ci piaccia o no, sin da quando nasciamo, il caso scandisce la nostra vita conferendole quella componente di imprevedibilità che ci fa sperare di giocare la schedina giusta o di incontrare l'anima gemella dietro l'angolo.

Non tutti però sono convinti che il caso esista. Infatti, un altro modo di interpretare l'accadere delle cose chiama in causa il concetto di destino, cioè il succedersi preordinato e immutabile degli eventi, al di sopra della capacità umana di comprensione e di controllo. Se crediamo nel destino, pensiamo che ciò che accade accada per una ragione, una ragione che non conosciamo. Anche se, è importante sottolinearlo, si parla di destino solo nel momento in cui il fatto che si verifica ha un significato particolare per la vita della persona. In altre parole, si parla di destino ad esempio per una morte prematura, per un incidente, una grave malattia, e così via. Ma si parla di destino non solo per cose spiacevoli: è destino fare 6 al Superenalotto o ricevere una grossa eredità, sposare una persona piuttosto che un'altra o non sposarsi affatto, avere o non avere figli, ricoprire una carica di prestigio, sopravvivere ad una catastrofe, e così via. Che siano quindi fatti piacevoli o spiacevoli, si parla di destino nel momento in cui il fatto che si verifica modifica in maniera sostanziale la vita di una persona. Non si parla di destino se si viene punti da un'ape, ma se si muore a causa della puntura.

Caso e destino

La differenza sostanziale tra il credere al caso o al destino risiede fondamentalmente nell'idea che ci siamo fatti sul perché le cose accadano. Chiunque si metta a riflettere su cosa sia il caso finisce inevitabilmente per schierarsi dalla parte di una di queste due posizioni:

  1. il caso esiste, non esiste il destino
  2. il caso non esiste, esiste il destino Appoggiare la prima posizione significa credere che

molte cose capitino senza un motivo. Significa quindi credere che accadano senza una causa in qualche modo legata al contesto in cui accadono. Da questo punto di vista, fare 6 al Superenalotto e portarsi a casa 5 milioni di euro è un evidente frutto del caso. Niente e nessuno si è adoprato affinché venissero estratti gli stessi sei numeri segnati sulla nostra schedina. Il fatto che fossero gli stessi è semplicemente un caso. O almeno, questo è uno dei modi in cui siamo abituati a pensare. Vedremo però più avanti che, di fatto, il caso non esiste.

Chi appoggia invece la seconda posizione, credendo che il caso non esista, non si sorprende che proprio quella persona abbia fatto 6 al Superenalotto. Per chi la pensa così, esiste una motivazione che anticipa gli eventi, anche se è una motivazione del tutto sconosciuta, e spesso razionalmente incomprensibile. Qui non c'è spazio per il caso inteso come evento fortuito, indipendente da una causa, perché tutto accade all'interno di un ordine. E proprio in virtù di questo ordine, tutto avviene per una ragione. Quindi, da questo punto di vista, il caso è semplicemente ignoranza delle cause, e pertanto non esiste di per sé. Esistono invece un destino (inteso come un piano prestabilito e immutabile imposto agli uomini fin dalla nascita, che avrebbe un percorso predeterminato) o una Provvidenza (intesa come l'effetto del governo del mondo ad opera di un Dio, di un'Intelligenza Superiore che attua i suoi piani per fini che vanno oltre i singoli individui). Così, che si tratti di un qualcosa che ci porta gioia o dolore, per perseguire il progetto che riguarda l'intero creato, l'Intelligenza è in qualche modo costretta a far accadere ciò che accade. Perché, trascendendo i limiti della conoscenza umana, sa esattamente cosa sia giusto e cosa sia sbagliato per ogni singolo essere sulla Terra. Di fatto, però, come vedremo più avanti, neanche il destino, inteso come progetto di vita immutabile, esiste.

Allora, se né il caso, né il destino esistono, qual è il criterio secondo il quale accadono le cose?

La risposta non è semplice, né immediata, ma soprattutto non è così evidente, perché il modo in cui siamo abituati a pensare non ci consente di andare oltre ciò che vediamo. Crediamo che il nostro sistema di ragionamento induttivo-deduttivo sia in grado di spiegare il funzionamento del mondo intero e di consentire previsioni accurate sulle conseguenze di un accadimento, conoscendone le premesse. Così, sappiamo con certezza che se ci dimentichiamo sul fuoco il latte, questo trabocca dal pentolino sporcando il fornello, o che la nostra auto si ferma se finisce la benzina.

In realtà, ciò che riusciamo a spiegarci con esattezza è solo quella piccola parte di realtà regolata dal rapporto di causa-effetto.

Viviamo in un mondo prevedibile

Il mondo che ci circonda, così come i nostri sensi lo percepiscono, è organizzato secondo precise leggi. Tanto per cominciare, lo spazio è disposto su tre dimensioni e tutto ciò che conosciamo occupa una posizione all'interno di questo spazio. La nostra casa, l'albero che vediamo dalla finestra, la finestra, il nostro cane, il nostro corpo e questo libro: tutto ha un peso, una massa, tre dimensioni e occupa uno spazio ben definito in questo sistema tridimensionale, che è il nostro mondo. La quarta dimensione, se vogliamo così chiamarla, è il tempo, che organizza gli eventi in una successione unidirezionale, secondo un prima e un dopo. Il tempo, così come lo viviamo noi, scorre solo in avanti, non torna indietro. È per via di questa sua caratteristica che parliamo di passato, riferendoci a eventi che sono già accaduti e quindi immodificabili, e di futuro, quando immaginiamo o programmiamo cose che devono ancora accadere.

All'interno di questo scenario, altre leggi fisiche si occupano di regolare il modo in cui far accadere ciò che accade. Per fare solo un esempio, tutti conosciamo la forza di gravità, anche chi non ha studiato la Fisica e non sa che si chiama così. Per l'esistenza di questa forza, se ce ne stiamo seduti sotto un melo e da questo cade un frutto, lo prendiamo in testa, come si dice sia accaduto ad Isaac Newton appunto il giorno in cui cominciò a pensare alla possibilità dell'esistenza della forza di gravità.

Questa legge di natura rende misurabili, e prevedibili, certi fenomeni. Sappiamo infatti che, lasciando cadere un qualsiasi oggetto dalla finestra, prima o poi questo finirà a terra. Ci metterà più o meno tempo, in base alla resistenza dell'aria, al fatto che lo si sia lasciato cadere o lanciato con forza, ma stiamo pur certi che l'oggetto finirà a terra, secondo una logica di tipo causa (lasciando cadere l'oggetto) - effetto (l'oggetto finirà a terra).

Ma i fenomeni che hanno a che fare con la forza di gravità non sono i soli che sottostanno al rapporto causa-effetto. Nel 1687, proseguendo il lavoro iniziato da Galileo, Isaac Newton pubblicò Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, un saggio nel quale enunciava le leggi del moto e la legge di gravitazione universale. Con questo trattato, ritenuto all'unanimità una delle più importanti opere del pensiero scientifico, Newton non solo sanciva il concetto di Universo come macchina, ma definiva l'insieme di leggi grazie alle quali è possibile determinare, calcolare e prevedere con precisione il funzionamento del mondo fisico. Nella visione di Newton, l'Universo è una macchina messa in moto da Dio molto tempo fa. Il movimento di ogni parte di questa macchina è innescato dal movimento di un'altra sua parte che, a sua volta, è innescata dal movimento di un'altra parte ancora, e così via, in una catena di rapporti causa-effetto. Il modo di pensare che ne deriva, il determinismo, ci dice che in un fenomeno regolato dal rapporto causa-effetto, tutti gli eventi sono determinati da eventi precedenti, in accordo con le leggi di natura (o con la provvidenza divina, se si preferisce il punto di vista teologico). E per questo motivo sono prevedibili. Inoltre, il modo di pensare deterministico non ci spiega solo come avvengano le cose, ma anche quando, perché il tempo che conosciamo viaggia in una sola direzione. In sostanza, non ci parla solo dei fatti, ma anche dell'ordine col quale i fatti avvengono: la causa precede sempre l'effetto, e mai viceversa.

Così, in un mondo deterministico, tutto quanto ci capita dipende da una causa, o meglio dal risultato di una catena di cause ed effetti. Se ci cade in testa una tegola da un tetto è perché ci siamo trovati a passare proprio lì in quell'esatto istante; e ci siamo trovati lì in quell'istante perché ci eravamo fermati a parlare con un amico; e abbiamo incontrato il nostro amico perché, usciti di casa, abbiamo preso una strada piuttosto che un'altra; e abbiamo preso proprio quella strada perché l'altra era chiusa per lavori; e così via. Secondo questa visione del mondo, teoricamente, conoscendo tutte le variabili in gioco, sarebbe possibile trovare la causa di quanto ci capita apparentemente per caso, e prevedere con esattezza cosa ci capiterà in futuro e quando. E la modifica, anche impercettibile, di una di queste variabili, come il solo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, in un preciso momento, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l'uccisione di un uomo un anno dopo a causa di una valanga, o la sua salvezza.

Pensiamo in modo deterministico

Il pensiero deterministico della Fisica newtoniana ha dominato incontrastato in campo scientifico fino agli inizi del XX secolo. I concetti di tempo assoluto e spazio assoluto che caratterizzavano la Fisica hanno permesso, per secoli, di individuare con precisione quali fossero le relazioni di tipo causa-effetto nell'evoluzione dell'universo. Ma il modo di pensare deterministico non è una caratteristica peculiare della Fisica classica, o più in generale delle scienze di matrice riduzionista. Noi stessi abbiamo ereditato una forma di pensiero di tipo deterministico, e per affrontare la vita di ogni giorno semplicemente ragioniamo secondo una logica causa-effetto/prima-dopo. Gestiamo il nostro presente e il nostro futuro secondo questa logica, perché siamo fermamente convinti che una nostra azione di adesso produrrà un effetto in un futuro più o meno immediato. E questa convinzione è rafforzata dalle esperienze del nostro passato, dall'insieme delle conferme che in passato abbiamo avuto sull'infallibile funzionamento della logica causa-effetto. Se mettiamo la pentola sul fuoco adesso, sappiamo che tra pochi minuti l'acqua bollirà (come ha finito per bollire ogni volta che in passato abbiamo messo una pentola d'acqua sul fuoco). O ancora: premo l'interruttore adesso per accendere la luce dopo (anche se solo dopo una frazione di secondo); compongo il numero sul telefono adesso per parlare con mio fratello dopo; scrivo questo libro adesso perché venga letto dopo. Nella nostra vita, la causa precede sempre l'effetto.

Ma questa affermazione è proprio vera?

In realtà, le cose non stanno sempre così. Ci sono casi in cui l'effetto precede nel tempo la causa. Ad esempio, «oggi compriamo il regalo per Carla (effetto) perché domani vogliamo andare alla sua festa di compleanno (causa)», oppure, «andiamo adesso alla stazione perché il treno parte tra un'ora». In entrambi gli esempi, una causa futura proietta il suo effetto all'indietro nel passato.

Siamo sicuri allora di conoscere realmente il tempo?

Questo testo è estratto dal libro "Perché mi Capita?"

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