Pierino e il Cane Lupo - Alberto Dal Negro e Silvia Fusaro
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Pierino e il Cane Lupo - Anteprima del libro diAlberto Dal Negro e Silvia Fusaro

Bullidog: Come vincere il bullismo con l’aiuto degli animali

Qualche anno fa (era il 2007) in tutta Italia e così nella nostra città si faceva un gran parlare di bullismo e devianza, con media che uscivano ogni giorno con articoli micidiali su questo tema, con famiglie frastornate e attonite che non capivano come fosse possibile quest’escalation dilagante, con servizi sociali che non sapevano come correre al riparo e quali vie d’azione intraprendere, con una polizia chiamata a intervenire con troppa frequenza sul territorio cittadino. Forse non era così tragica la situazione, ma l’allarmismo sociale era a livelli molto alti.

E allora via a chiamare relatori di fama nazionale a parlarne, per cercare di individuare strategie d’intervento efficaci, magari innovative: luminari ben preparati e acuti, grazie ai quali si è riusciti a fare un po’ di pulizia concettuale sul fenomeno e a dare indicazioni mirate su come affrontare la questione.

In occasione di una di queste conferenze, con noi seduti fra il pubblico, è nata l’idea che ha dato origine qualche mese più tardi al progetto Bullidog: a volte basta saper ascoltare e mettere in pratica azioni coerenti...

Sapevamo di avere una risorsa importante ed efficace in tantissime occasioni (il nostro “amico cane”) e ascoltando con attenzione Giuseppe Orfanelli, durante la sua relazione a Merano (“Bullismo: ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono”, 22 marzo 2007), in cui paragonava il bullismo alle forme di nonnismo fra militari di leva e affermava che «la prevenzione diventa il cardine dell’intervento», abbiamo semplicemente fatto “due più due”. A volte basta poco... Riguardo alle strategie Orfanelli dichiarava: «Occorre visionare gli spazi scolastici in cui si possono creare situazioni di bullismo, fornire dei questionari agli studenti per monitorare il fenomeno, responsabilizzare i minori mediante gli elogi e le sanzioni, individuare i leader (che si rendono protagonisti di bullismo), responsabilizzarli mediante azioni positive». Ci sentivamo un po’ frastornati, ma dentro di noi la prima pietra era già stata posta...

Si era insomma tracciato un abbozzo di idea intorno a cui si sarebbe poi sviluppato il progetto, ma che in quel momento non si poteva cogliere nei suoi aspetti più profondi ed efficaci. Occorreva, infatti, verificare se l’idea potesse essere condivisa. Si sono susseguiti alcuni frenetici incontri con l’Intendenza scolastica italiana (già, qui da noi ce ne sono tre: italiana, tedesca e ladina) che la vedeva come noi... tant’è che sulla rivista Provincia Autonoma (marzo 2007) faceva presente che «la fascia d’età più interessata ad episodi di bullismo va dalla quinta elementare alle scuole medie. [...] Sugli interventi che hanno per oggetto il benessere dei ragazzi devono essere coinvolti in forma collaborativa tutti coloro che fanno parte della scuola, insegnanti, dirigenti, personale scolastico e famiglie. Il concetto di rete» si concludeva «è fondamentale: rete tra strutture, tra scuola e servizi sociali, reti tra scuole».

L’iniziativa sembrava prendere la piega giusta... tanto che l’idea è poi sfociata in un progetto sperimentale - che abbiamo deciso di chiamare “Bullidog” - molto articolato e molto ben congegnato (detto con il “senno di poi”), che solo la forza di un team affiatato ed ottimista ha saputo modellare giorno dopo giorno, a seconda di come il percorso si sviluppava, fino a portarlo a termine, con il sostegno in ogni istante della fiducia di tutte quelle istituzioni e persone coinvolte divenute di fatto parti integranti del team operativo. Persone che vorremmo ringraziare di cuore ancora una ad una per l’importante esperienza, che auspichiamo possa essere ripresa da altri interessati ed estesa a nuovi territori.

Pierino & Co.

Pierino, è vero, è un bullo.

Pierino è un bullo

I suoi comportamenti sono il più delle volte sanzionabili e deplorevoli; per questo non dobbiamo certo crocifiggerlo, ma aiutarlo. Ha sbagliato, è stato punito, ci è ricascato ed è stato punito ancora più pesantemente. E via così. Ogni azione verso Pierino ha la finalità di punirlo, non di comprenderne le modalità di espressione (certo, sbagliate: ci mancherebbe!) e di provare strade di comprensione e redenzione che possano affrancarlo dal suo ruolo.

Ma per ogni Pierino che è bullo, c’è un Pierino che è vittima. Altri Pierini decidono di essere gregari del bullo, mentre altri potrebbero diventare Pierini difensori della vittima e molto altro ancora.

Certamente tutti, ma proprio tutti, sono Pierini spettatori.

Forse sapendo esattamente cosa spinge Pierino a fare il bullo si riuscirebbe a risolvere ed estinguere il problema (problema di un “Pierino prepotente”, trattamento individualizzato del “Pierino”... soluzione del problema. Fine!).

Ma sappiamo che non è così, poiché il bullismo non è solo “il bullo”... il bullismo è una questione di “gruppo”: ha uno sviluppo solo dove c’è un gruppo. Infatti ha bisogno di diversi attori: il bullo, la vittima, e gli altri che guardano, assistono, ridono, partecipano o prendono le distanze, rinforzano. Sono quindi in tanti ad essere coinvolti e ad avere un ruolo nel bullismo e questi “tanti” hanno relazioni tra loro: sono appunto un gruppo.

Fin da principio avevamo deciso di non partire stigmatizzando il nostro Pierino bullo come fosse lui l’unico protagonista e problema. Ci siamo comunque dovuti fare due o tre domande sul Pierino bullo anche solo per arrivare a condividere che forse, anche avessimo avuto tutte le risposte sul perché e sul per come Pierino avesse finito per diventare un bullo, ci sarebbe stato comunque un punto di fuga attraverso cui la risoluzione definitiva del problema ci sarebbe sfuggita.

Fatichiamo un po’ tutti a comprendere a fondo cosa viva Pierino dentro di sé e quale sia la molla che lo spinge a un certo atteggiamento provocatorio e prevaricatore. Di certo possiamo dire, ormai con una certa sicurezza, che Pierino cerca il riconoscimento di un ruolo e di una posizione all’interno di un gruppo, che per lui si esprimono con il potere sugli altri.

C’è un’incompetenza relazionale alla cui base si intravvede, quasi sempre, una sostanziale incapacità di esprimere e riconoscere correttamente le proprie emozioni e di leggere quelle altrui.

Davanti alla prepotenza è necessario, da parte degli adulti, trasmettere messaggi chiari e fermi, che confermino che tale comportamento non è accettabile; ma fino a quando non verranno date al gruppo, e quindi anche al bullo, alternative nella gestione delle relazioni e delle tensioni emotive e relazionali, non si riusciranno a fare passi in avanti nel percorso della prevenzione del bullismo.

Riprendere il comportamento prepotente del Pierino bullo da parte degli adulti e limitare l’intervento a ciò (e la critica sta in questo “limitarsi”) il più delle volte ha come conseguenza il rinforzo dell’etichetta e del ruolo del bullo, così come quello della vittima, senza riconoscere al gruppo nessun potere e destinandolo a subire le logiche della prevaricazione.

Pierino così non trova una diversa chiave di lettura di sé e degli altri. Come fare dunque a renderlo più consapevole di quello che gli ribolle dentro e quindi in grado di controllare quell’energia devastante e controproducente mirata a guadagnare un riconoscimento nel gruppo? Come fare a fargli sperimentare relazioni che, pur seguendo altri equilibri, possano dare quantomeno uguale piacere e gratificazione? Come fargli provare l’autocontrollo come qualcosa di funzionale al proprio benessere? Come farci ascoltare da lui?

Teniamo presente che non sappiamo se Pierino sia veramente contento del suo modo di stare con gli altri, sicuramente però è resistente al cambiamento, perché nella sua testa e nella sua esperienza si sta fissando (se non si è già fissato) che solo quello schema di azione, quel modo di comportarsi, gli consente di porsi all’attenzione degli altri. Da ciò che riferiscono sempre più spesso gli insegnanti, sembra proprio che a Pierino bullo interessi poco o niente se lo puniscono o no: l’importante è che ci sia attenzione su di lui.

E in tutto ciò anche il nostro Pierino bullo diventa vittima delle logiche della prepotenza: quello è il suo unico ruolo.

Ma noi possiamo davvero aiutarlo? Come?

Sembra una risposta paradossale ma per aiutare Pierino non dobbiamo concentrarci su di lui. Abbiamo bisogno invece di concentrarci su un gruppo e più in particolare su un gruppo specifico: il “gruppo classe”. Bene, capito ora qual è il luogo privilegiato in cui poter lavorare con Pierino, possiamo iniziare a spiegare in che modo abbiamo inteso affrontare la questione.

È nostra convinzione che tutto origini dalle emozioni più profonde che vive Pierino. E noi, con tanta pazienza, dobbiamo metterlo in contatto con queste emozioni, fargli capire come gli sgorghino dal di dentro, in quale modo possano essere indirizzate verso gli altri consentirgli di crescere nel migliore dei modi, offrendogli la capacità di creare attorno a sé relazioni positive, da tessere e mantenere nel tempo, tanto importanti per la qualità della vita.

E questo abbiamo deciso di farlo battendo una strada un po’ “particolare”. Particolare perché accanto a Pierino abbiamo messo un cane.

Un’idea geniale... anzi due

A dire il vero non si è trattato di un solo cane, ma di un gruppo di cani di varie razze (Funky e Neo sono dei golden retriever, Demi è una border collie, Cheyenne, Gandalf e Morgan pastori australiani, Sari una labrador retriever), adeguatamente preparati ad attività di questo tipo e professionalmente guidati da conduttori esperti in Interventi Assistiti con Animali. E l’elemento animale è uno dei “pilastri” su cui si è incentrato il progetto di intervento a scuola (e poco importa la razza...).

Perché si è pensato ad un cane?

E da diversi millenni che il cane condivide la sua storia con l’uomo, coevolvendosi con lui. Il legame fra cane e uomo è così radicato e profondo che si è creato un comune sentire, con un uomo, tuttavia, ancor troppo ancorato al suo lato più razionale e con un cane il cui punto forte è rappresentato dalla sua parte più emozionale, più pura. Quella parte che l’uomo deve imparare a riscoprire per ritrovare il giusto bilanciamento fra ragione e sentimento, fra testa e cuore... per riprendere a connettersi meglio con se stesso, gli altri e il mondo in generale.

Ma di cosa mai sarà capace un cane in classe?

Di alcune cose semplici, talmente semplici e immediate che non riusciamo a metterle in campo “noi umani”: ad esempio saper ascoltare, dare importanza ad ogni persona, non parlare, non giudicare, non imporre nulla, non avere aspettative... Sembra poco? Certo, ci vuole un cane equilibrato, che viva in una famiglia amorevole che sappia favorirne una crescita sana e rassicurante, che lo sappia sostenere quando è in difficoltà, che lo sappia accudire ed amare, oltre a nutrirlo come si deve e a curarsi di lui quando non sta bene. In caso contrario rischia di crescere con una personalità squilibrata, con una serie di ferite profonde dentro di sé che lo porteranno a qualche forma di sofferenza, che potrà esplicarsi anche in forme di aggressività e prepotenza, oppure in atteggiamenti di chiusura relazionale anche forte...

Vi dice niente questa cosa? Non vi risuona qualcosa di già sentito?

Per un lavoro di prevenzione che vada a toccare il piano emotivo c’è bisogno di avere “presa” sui ragazzi. L’aspetto della motivazione, del coinvolgimento e della partecipazione, è determinante nei progetti di prevenzione giovanile. Sotto questo profilo l’elemento “animale” (nella sua dimensione educativa, formativa, esperienziale e di attivazione della scoperta) e il contatto diretto rappresentano senz’altro l’aspetto più innovativo di un approccio educativo mirato alla lettura ed espressione delle proprie emozioni da parte dei ragazzi, che poca dimestichezza mostrano in tale campo.

Un cane in una classe è di per sé un evento eccezionale (quante ce ne sentiamo dai bidelli!): il cane porta un suo carico di curiosità, sa innalzare l’attenzione al massimo livello (o per attrazione verso il mondo animale dei più, o per timore di chi magari ha avuto esperienze negative con i cani o solamente un’educazione sbagliata all’approccio verso gli animali, oppure - e sempre di più - perché in molte culture straniere il cane da compagnia rappresenta un’esperienza molto poco conosciuta); certo per alcuni rappresenta un’ottima occasione per evitare la noiosa routine delle lezioni... di sicuro un cane in una scuola aiuta a spezzare gli schemi classici. E questo ai ragazzi piace moltissimo!

Se poi quel cane che ci viene a trovare fortunatamente non ci chiede nulla, non ci costringe ad alcunché, ci guarda con interesse e simpatia, scodinzola e si butta di schiena per farsi coccolare, ci abbaia festosamente, infila magari la testa nello zaino e fruga in ogni non so dove per lappare briciole o resti di merende sparse per l’aula, ci si diverte da morire. Il clima si rasserena, la tensione accumulata l’ora prima svanisce e lascia posto a momenti di serenità rara che predispongono all’accoglienza e all’apprendimento. Insomma, una buona base di partenza per cominciare a fare un vero e proprio lavoro educativo senza che i ragazzi non solo non ne abbiano una vera consapevolezza, ma ne sentano la pesantezza.

Ma se l’elemento animale rappresenta la parte innovativa del nostro progetto (lo “strumento”, per quanto, detto così, possa svilire la portata della sua presenza), altrettanto importante si è rivelata la “rete” di persone e istituzioni che questo strumento utilizzano: due pilastri (animale e rete) che hanno sostenuto un progetto molto articolato e complesso, con soggetti pubblici e privati che hanno affrontato insieme questa sfida in una trama organica e armonica di relazioni, dove la qualità dei rapporti personali e professionali che ne stanno alla base, e che ne hanno accompagnato il percorso, si è rivelata elemento fondamentale per la riuscita del progetto.

Una rete non solo formale, ma piacevolmente collaborativa, che ha saputo valorizzare e potenziare le competenze di ogni suo partecipante, funzionalmente al superamento dei tanti ostacoli incontrati durante questo percorso sperimentale, contribuendo in maniera decisa al raggiungimento dei risultati ottenuti. Un lavoro di rete pensato e alimentato dal confronto continuo e dalla verifica anche a livello istituzionale, sia in itinere che finale. Una modalità operativa che ha permesso di sviluppare anche una dimensione di “rete mentale” tra gli operatori ed i soggetti istituzionali, riuscendo a produrre sinergie interessanti, con ricaduta concreta sugli esiti del progetto.

Fin da principio questo aspetto è stato ritenuto fondamentale, poiché ogni tentativo di intervento portato avanti da singole realtà (siano esse la scuola, il distretto o agenzie educative private) senza un raccordo e una condivisione progettuale e di attuazione finisce per rimanere isolato e senza un sostegno adeguato. Metodologicamente, la condivisione dei contenuti fra “adulti” risulta inoltre necessaria, per non creare confusione negli studenti, finemente capaci di cogliere frammenti di incoerenza fra le diverse parti in gioco.

Su questi due pilastri si è impostato il progetto Bullidog con gli esiti che spiegheremo in seguito, ma che sostanzialmente hanno saputo “frenare” gli eccessi di Pierino & friends.

Ma in che modo la presenza del cane risulta vantaggiosa nel “cambiare” Pierino (perché è davvero un cambiamento che produce)? Innanzitutto il cane di per sé è un essere fantastico, ma è bene chiarire che la sua presenza è elemento necessario, ma non sufficiente. Catalizza l’attenzione, crea curiosità, non è mai invadente e mille altre cose... ma non basta. Il cane deve fare il cane: deve muoversi con sicurezza, aver piacere di incontrare nuove persone, portare la sua carica di giocosità. Ma è chi lo porta con sé in aula che deve spiegare cosa sta facendo il cane, perché lo sta facendo, cosa sta vivendo (esistono codici di linguaggio ormai molto precisi che indicano se il cane sta affrontando una situazione piacevole o meno).

L’attività è quindi sempre accompagnata anche da chi conosce molto bene i cani che intervengono. Qualcuno che non si limiti ad accompagnare il cane, ma che con quel cane abbia un legame profondo, che ne sia un altrettanto profondo conoscitore e ne sia fortemente responsabile, che sappia introdurre i ragazzi alla sua (rispettosa) conoscenza, che li sappia aiutare nel far sì che il cane si senta accolto e accettato, e viva una situazione gradevole e gratificante in loro compagnia. Solo se questo avviene i ragazzi possono realmente e conseguentemente sentirsi a loro agio, avviando una relazione “reciprocamente” gratificante e capace di innescare un processo di cambiamento nei comportamenti, che trova l’accensione della miccia nello stato d’animo (rilassato, rassicurante, sereno) dei soggetti coinvolti. Essi devono aprirsi alla meraviglia dell’incontro con il cane, alla scoperta delle reazioni e sensazioni che suscita in loro.

Cosa fa in sostanza il cane per riuscire ad incidere così velocemente sullo stato d’animo dei ragazzi? Risposta semplice, ma non immediata: il cane non ti mette pressione, non ti chiede insistentemente di “fare”, lascia il tempo per l’osservazione, per la riflessione e l’elaborazione di ciò che si prova, lascia che le cose vadano come devono andare nel rispetto dei tempi di ciascuno. Porta un carico di simpatia, spontaneità e naturalezza e ci chiede di rispondere allo stesso modo.

Questa constatazione ci induce a far riferimento ai “neuroni specchio” di Giacomo Rizzolatti.

La presenza del cane ci conduce in una dimensione di bellezza, di pace e di serenità d’animo nuova, spesso sconosciuta... e, se l’ambiente è pervaso da questa sensazione diffusa di “benessere interiore” e ciascun ragazzo (ma anche l’insegnante) sta bene in questa dimensione, nel “qui ed ora”, allora tutto quello che segue prende una piega diversa, induce al sorriso e all’apertura senza necessità, per chi incontra il cane, di proteggersi da richieste o giudizi esterni. In questo stato i benefici possibili sono molteplici: aumenta la concentrazione, si allungano i tempi di attenzione, migliora l’apprendimento e così via.

Il tutto a partire da una situazione che dev’essere la più naturale, spontanea, armonica...

E quando il cane suscita timore, facendo vivere al ragazzo un’emozione tutt’altro che di benessere? Intanto ben venga che arrivi un’emozione che non si può evitare e che viene riconosciuta come tale! E poi partiamo da lì... Chi accompagna i cani può dare alcune rassicurazioni, ci si può chiedere cosa possono fare i compagni o cosa può fare lo stesso ragazzo, magari mettendosi al riparo dietro qualche compagno più “sgamato”, o l’insegnante, oppure in una zona della classe poco accessibile ai cani. Tutto questo è già un grande lavoro per il gruppo classe! L’esperienza ci fa dire che ci vuole davvero poco tempo per trovare le condizioni per far partire serenamente l’attività.

Questo testo è estratto dal libro "Pierino e il Cane Lupo".

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